Il benedettino che nulla antepose all'amore di Cristo
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illustri Signori e Signore,
cari fratelli e sorelle!
Anche per il nostro amato Fratello Cardinale Paul Augustin Mayer è giunta l'ora di partire da questo mondo. Egli era nato, quasi un secolo fa, nella mia stessa terra, precisamente ad Altötting, dove sorge il celebre Santuario mariano a cui sono legati tanti affetti e ricordi di noi bavaresi. Così è il destino dell'esistenza umana: fiorisce dalla terra - in un punto preciso del mondo - ed è chiamata al Cielo, alla patria da cui misteriosamente proviene. "Desiderat anima mea ad te, Deus" (Sal 41/42, 2). In questo verbo "desiderat" c'è tutto l'uomo, il suo essere carne e spirito, terra e cielo. È il mistero originario dell'immagine di Dio nell'uomo. Il giovane Paul - che poi da monaco di chiamerà Augustin Mayer - studiò questo tema negli scritti di Clemente Alessandrino, per il dottorato in teologia. È il mistero della vita eterna, deposto in noi come un seme fin dal Battesimo, e che chiede di essere accolto lungo il viaggio della nostra vita, fino al giorno in cui riconsegniamo lo spirito a Dio Padre.
"Pater, in manus tuas commendo spiritum meum" (Lc 23, 46). Le ultime parole di Gesù sulla croce ci guidano nella preghiera e nella meditazione, mentre siamo raccolti attorno all'altare per dare l'estremo saluto al nostro compianto Fratello. Ogni nostra celebrazione esequiale si colloca sotto il segno della speranza: nell'ultimo respiro di Gesù sulla croce (cfr. Lc 23, 46; Gv 19, 30), Dio si è donato interamente all'umanità, colmando il vuoto aperto dal peccato e ristabilendo la vittoria della vita sulla morte. Per questo, ogni uomo che muore nel Signore partecipa per la fede a questo atto di amore infinito, in qualche modo rende lo spirito insieme con Cristo, nella sicura speranza che la mano del Padre lo risusciterà dai morti e lo introdurrà nel Regno della vita.
"La speranza poi non delude - afferma l'apostolo Paolo scrivendo ai cristiani di Roma -, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" (Rm 5, 5). La grande e indefettibile speranza, fondata sulla solida roccia dell'amore di Dio, ci assicura che la vita di coloro che muoiono in Cristo "non è tolta, ma trasformata"; e che "mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un'abitazione eterna nel cielo" (Prefazio dei Defunti i). In un'epoca come la nostra, nella quale la paura della morte getta molte persone nella disperazione e nella ricerca di consolazioni illusorie, il cristiano si distingue per il fatto che pone la sua sicurezza in Dio, in un Amore così grande da poter rinnovare il mondo intero. "Ecco, io faccio nuove tutte le cose" (Ap 21, 5), dichiara - verso la fine del Libro dell'Apocalisse - Colui che siede sul trono. La visione della nuova Gerusalemme esprime il realizzarsi del desiderio più profondo dell'umanità: quello di vivere insieme nella pace, senza più la minaccia della morte, ma godendo della piena comunione con Dio e tra di noi. La Chiesa e, in particolare, la comunità monastica, costituiscono una prefigurazione sulla terra di questa meta finale. È un anticipo imperfetto, segnato dai limiti e dai peccati, e dunque bisognoso sempre di conversione e purificazione; e, tuttavia, nella comunità eucaristica si pregusta la vittoria dell'amore di Cristo su ciò che divide e mortifica. "Congregavit nos in unum Christi amor" - "L'amore di Cristo ci ha raccolti nell'unità": questo è il motto episcopale del nostro venerato Fratello che ci ha lasciato. Come figlio di san Benedetto, egli ha sperimentato la promessa del Signore: "Chi sarà vincitore erediterà questi beni; / io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio" (Ap 21, 7).
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