di Gaetano Vallini
Nel disinteresse e nel silenzio generali il mondo occidentale sta entrando in una fase di inverno demografico con conseguenze inimmaginabili dal punto di vista economico e sociale. Il tasso di natalità è sceso del 50 per cento negli ultimi 50 anni. Entro il 2050 ci saranno 248 milioni di bambini sotto i cinque anni in meno rispetto a oggi. Attualmente 59 nazioni, che assommano il 44 per cento della popolazione mondiale, sono sotto il tasso di natalità - indicato in 2,1 - che occorrerebbe a garantire il ricambio. In Europa, dove si concentrano nove dei dieci Paesi con minore natalità, il tasso è 1,3. Indicativa la situazione russa, dove la popolazione diminuisce di 700.000 unità all'anno: se il trend sarà confermato, in 43 anni sarà dimezzata.
Questi dati, allarmanti, sono contenuti nel primo filmato, peraltro non inserito nel programma ufficiale, proiettato nell'ambito della seconda edizione del Fiuggi Family Festival apertasi sabato pomeriggio. Lo ha proposto in anteprima in Italia - all'inizio dell'assemblea nazionale, significativamente inserita all'interno della manifestazione - l'Associazione nazionale famiglie numerose prendendo alla lettera l'idea del festival: unire lo svago legato al cinema alla riflessione sulle tematiche familiari. Demographic winter. The decline of the human family, dell'americano Rick Stout, è un documentario del tutto privo di toni moralistici o confessionali che denuncia, attraverso il contributo di esperti, tra i quali il premio Nobel per l'economia Gary Becker, i pericoli che corre un'umanità sempre meno attenta al problema del calo delle nascite e alla difesa della famiglia.
Il film, prodotto nel 2008 e già presentato ai Parlamenti spagnolo, portoghese ed europeo, smonta la favola della bomba demografica, che è servita con le sue previsioni catastrofiste a spaventare la gente, ma che i demografi non hanno mai preso in considerazione: negli anni Settanta avevano già previsto che dopo un lungo periodo di crescita - nel xx secolo la popolazione mondiale è infatti quadruplicata - si sarebbe arrivati a questo punto.
Gli economisti, invece, non avevano preventivato la situazione attuale, dimenticando una delle tesi di Adam Smith, ricordata da Becker: la prosperità economica è associata all'aumento della popolazione mentre la depressione è collegata a una sua diminuzione. L'economista Harry Dent, di Harvard, ha invece notato un fenomeno interessante ma ignorato dai suoi colleghi. Nel 1988 si è imbattuto in un indicatore molto semplice. L'indice s&p 500 e il grafico delle nascite del baby boom sembravano identici. Sovrapponendoli in periodi di 45-50 anni, Dent ha scoperto che esiste un intervallo di 48 anni fra la nascita e il massimo potenziale di consumo degli individui. Se si prende il 1961, l'anno con il picco delle nascite, e si somma 48 si arriva al 2009. Da questa data, secondo l'economista, sarebbe iniziato un lento declino delle spese e quindi dell'economia, in concomitanza con la diminuzione della popolazione.
I crac finanziari dello scorso autunno hanno, dunque, solo anticipato e reso ancora più grave una crisi dell'economia globale che si sarebbe comunque verificata. Per lo studioso, "l'economia diceva: crescita e poi caduta". E così è stato, dimostrando che l'economia è strettamente legata alla demografia. Se la popolazione decresce, soprattutto nei Paesi industrializzati, diminuiscono infatti consumi e guadagni delle imprese. E a risentirne non sono solo le economie di quei Paesi, ma anche quelle dei Paesi emergenti, che si basano per il 35 per cento sulle esportazioni.
Se questo è ciò che sta accadendo - senza contare le conseguenze sociali derivanti dall'invecchiamento della popolazione sul fronte della spesa previdenziale e sanitaria - la spiegazione dell'inverno demografico è rintracciabile, stando agli esperti interpellati da Stout, in alcuni fenomeni che hanno caratterizzato gli ultimi decenni: la prosperità economica (la maggiore ricchezza non ha spinto gli individui a decidere di avere più figli); l'emancipazione femminile (che ha portato a un aumento dell'impegno lavorativo delle donne sottraendo tempo alla famiglia e portandole alla maternità sempre più tardi); la rivoluzione sessuale (che ha modificato i costumi e le scelte individuali, aprendo anche alle convivenze); il divorzio veloce (che ha deresponsabilizzato le persone in relazione ai propri doveri).
Ma c'è una speranza in questo quadro desolante? Il film documentario, nonostante un apparente pessimismo, lascia aperto uno spiraglio: occorre riscoprire il valore del matrimonio, e quindi della famiglia, incoraggiando le persone ad avere bambini e ad assumersene la responsabilità. E per una singolare coincidenza proprio sabato dalla Repubblica Popolare di Cina è giunta una notizia incoraggiante: il permesso di poter avere un secondo figlio accordato agli abitanti di Shangai dalle autorità locali, derogando alla rigidissima politica del figlio unico.
Ma la speranza più grande - mentre scorrevano i dati del declino e le analisi allarmanti - veniva dal frastuono gioioso dei bambini che affollavano la sala, troppo piccoli per essere affidati al servizio di animazione. Loro sono la risposta più convincente e, allo stesso tempo, un richiamo concreto alle istituzioni perché prendano finalmente a cuore i problemi delle famiglie. Il sottosegretario italiano alle politiche sociali, Eugenia Roccella, intervenuta alla cerimonia inaugurale, ha detto di condividere le preoccupazioni delle famiglie, assumendo l'impegno a rappresentarle al Governo e a operare affinché si arrivi a un reale sostegno. Un impegno del tutto auspicabile nella consapevolezza che se cresce la famiglia cresce la società. Guardando al futuro.
(©L'Osservatore Romano - 27-28 luglio 2009)
Quell'inverno demografico che gela l'economia
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