di HERMANN GEISSLER John Henry Newman nacque il 21 febbraio 1801 a Londra. L’anniversario della sua nascita ci offre un’occasione per riflettere con lui sul significato del tempo. In uno dei suoi sermoni il famoso teologo inglese afferma: «Un nuovo anno si apre per noi; esso parla a quelli che pensano e trova ascolto in coloro che hanno orecchi vigilanti nell’attesa della venuta di Cristo.
Il vecchio anno è finito, è morto, giace ora nella tomba del passato. Esso però non è annullato o dimenticato, rimane registrato nello sguardo dell’onniscienza di Dio». A proposito della missione del predicatore, Newman sostiene: «Tutto il suo agire è orientato a ricordare agli uomini che il tempo è breve, la morte certa e l’eternità lunga». Con questa perentoria affermazione Newman non intende svalutare la responsabilità del cristiano per il mondo, ma vuole richiamare l’attenzione sui valori eterni e ricordare la fugacità di ogni cosa temporale che cade inarrestabilmente nella “tomba del passato”. Non di rado ai nostri giorni il pensiero sulla brevità del tempo disturba. Ciò che ricorda la fugacità e la morte, viene considerato fastidioso. Per Newman, invece, di fronte al pensiero sulla morte l’uomo per sua indole naturale indietreggia, ma esso ha un valore utile e salutare. In un sermone sulla fugacità del tempo, Newman descrive come l’uomo, al cospetto della morte, intuisce spontaneamente il significato del tempo che gli è stato dato: «Come infinitamente importante gli compare il valore del tempo, che ora non è più a sua disposizione. Anche se dovesse aspettare il Cristo ancora per secoli, egli non potrebbe cambiare più nulla nella sua condizione, né da male in bene né da bene in male. Nella condizione in cui muore, dovrà rimanere per sempre. Che stima del tempo dovremmo avere al cospetto del giudizio! Sì, tutto questo riguarda noi — lo ripeto, è la nostra personalissima cosa». Newman non parla soltanto della fugacità del tempo. Nella fede egli vede il tempo orientato a Cristo e riempito da Cristo, che è il suo centro. Il tempo prima di Cristo, la ricerca dei filosofi e l’annuncio dei profeti trovano il loro compimento nell’incarnazione del Figlio di Dio. «Cristo venne proprio per questo, per riunire tutti gli elementi di bene dispersi nel mondo, per farli suoi, per illuminarli, per riformarli e riplasmarli in sé. Egli venne per realizzare un nuovo principio di tutte le cose, migliore di quanto fosse stato Adamo, e per essere la sorgente dalla quale, da quel momento in poi, potesse sgorgare tutto il bene. Perciò si afferma che nella pienezza dei tempi l’Altissimo ricapitolò tutte le cose in Cristo, quelle celesti e quelle che sono sulla terra (cfr. Efesini , 1, 10)». In molti sermoni Newman parla del mistero dell’incarnazione. Egli sottolinea la divinità del Signore e la sua esistenza «quando il tempo non era ancora», e rende testimonianza della sua venuta nel tempo «in questo mondo mortale» per liberarci dalla tomba della mortalità e aprirci la porta della vita eterna. «Dalla sua nascita Egli è l’Unigenito e l’Immagine di Dio. Assumendo la nostra carne, non è stato contaminato, ma ha innalzato con sé la natura umana, mentre ascendeva dall’umile presepio alla destra della Potenza. In tal modo Egli ha innalzato anche la natura umana, salvandoci come uomo, dominando su tutte le creature come uomo, unito con il Creatore. Come uomo giudicherà gli uomini nell’ultimo giorno». Cristo è l’inizio dell’ultimo tempo. Egli porta il tempo nelle sue mani e dà a ogni momento un valore per l’eternità. Il tempo dopo Cristo è pertanto tempo di grazia, tempo riempito dalla presenza del Signore. Colui che è tornato nel seno del Padre rimane nello stesso tempo presente nel tempo, facendoci, nella grazia, già partecipi dell’eternità. Per mezzo della Chiesa, dei suoi sacramenti e dei suoi sacerdoti viviamo nella presenza di Cristo: «Quanto essi fanno è lui che lo fa. Quando essi battezzano, egli battezza. Quando essi benedicono, egli benedice. Egli è in tutte le azioni della sua Chiesa, e una sua azione non è più di Cristo di un’altra azione, perché tutte sono sue. In tutti i tempi del Vangelo, quindi, siamo vicini alla sua croce. Stiamo, per così dire, sotto di lui e riceviamo, da lui stesso, le sue benedizioni. Tuttavia, dal momento che, storicamente parlando, il tempo è andato avanti, e che colui che è santo è lontano, sono necessarie certe forme esteriori, allo scopo di portarci di nuovo sotto la sua ombra; e noi godiamo queste benedizioni mediante un mistero, ossia in modo sacramentale, allo scopo di poterne godere realmente». Il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio non è qualcosa che appartiene al passato. Il Signore vive nella sua Chiesa e la Chiesa in lui. Egli è la nostra roccia per il futuro. Newman ci incoraggia: «“Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” ( Giovanni , 1, 14). Ecco la verità gloriosa, impenetrabile, incomprensibile, da cui dipendono tutte le nostre speranze per il f u t u ro » . Come cristiani siamo chiamati a utilizzare la grazia di ogni momento, seguendo la chiamata di Cristo nella fede. «Il tempo non si ferma per nessuno; avanza e passa. L’appello è stato lanciato: bastò una parola. La parola è detta: se non si accetta subito, è troppo tardi. L’ora è trascorsa; se non afferriamo l’istante, questo è perduto. Cristo era come un viaggiatore diretto verso il cielo; proseguiva nel suo viaggio senza tornare indietro. Viaggiava lungo il lago di Galilea, l’o l t re p a s s a v a (cfr. Ma t t e o , 4, 18), gli passava accanto (cfr. Ma rc o , 2, 14), non si fermava mai. Tocca agli uomini raggiungerlo; se invece lo si lascia passare, la chiamata viene indirizzata ad altri». Il Signore dà la grazia per il tempo, ma non dà tempo infinito per rispondere alla grazia. Egli vuole che cogliamo la grazia nel tempo nel quale essa ci viene offerta. La conversione di Newman alla Chiesa cattolica (1845) ne è un esempio eloquente. Quando durante lo studio su Lo sviluppo della dottrina cristiana riconobb e che le dottrine cattoliche del medioevo non erano espressione di corruzione, ma di sviluppo autentico del deposito originario della fede, decise senza ulteriore dilazione di associarsi alla Chiesa cattolica. Il suddetto studio, rimasto incompiuto, finisce con il Nunc dimittis e le parole: «Il tempo è breve, lunga è l’eternità». Il dono del tempo è prezioso. Spetta a noi utilizzarlo in modo consapevole. «Questo è dunque il beneficio che già nella vita presente ci offre il cristianesimo; non soltanto il rinnovamento della nostra natura morale ricondotta a quella originaria di Adamo, ma l’unione di tutte le sue facoltà per formare l’uomo perfetto nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo (cfr. Efesini , 4, 13)». In questa vita siamo chiamati a lasciarci rinnovare dalla grazia di Cristo, accogliendola generosamente con uno spirito di fede e di disponibilità alla conversione continua. «Qui sulla terra vivere è mutarsi e la perfezione è il risultato di molte trasformazioni». La vita nella verità di Cristo è una vita santa, conferendo ai credenti e alla Chiesa un cospetto bello e attraente. Una tale vita non consiste in cose straordinarie, ma nel compimento fedele dei compiti quotidiani. Con grande semplicità Newman scrive da anziano: «Se voi mi domandate che cosa dovete fare per essere perfetti, io vi risponderò: non rimanete a letto, dopo suonata l’ora fissata per la levata; rivolgete i vostri primi pensieri a Dio; fate una breve visita a Gesù in sacramento; recitate devotamente l’Angelus; mangiate e bevete per la gloria di Dio; recitate bene il Rosario; siate raccolti; cacciate i cattivi pensieri; fate con devozione la vostra meditazione della sera; esaminate ogni giorno la vostra coscienza; giunta l’ora coricatevi, e sarete già perfetti».
© Osservatore Romano - 22 febbraio 2018