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Il ministro dell'Istruzione Gelmini ha fatto ricorso contro il recente verdetto del Tar del Lazio. Il 91 per cento degli allievi italiani ha scelto questo insegnamento.

La sentenza con cui il Tar del Lazio ha negato la competenza degli insegnanti di religione nella scuola pubblica nel determinare, insieme agli altri docenti in ogni classe, il credito scolastico degli allievi, ha suscitato una serie di critiche sia sul piano giuridico sia su quello culturale.

Sul piano giuridico, essa si basa sull'affermazione secondo cui «un insegnamento di carattere etico e religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico». Affermazione del tutto inconsistente. La stragrande maggioranza degli allievi (il 91 per cento, ultimo dato) che sceglie l'insegnamento della religione attraverso una decisione della famiglia o il personale consenso, può essere più o meno credente, o credente in altre religioni o addirittura atea, ma non può accettare che la propria attenzione e partecipazione a quella materia siano escluse dal computo dei suoi crediti scolastici. Il che esclude di conseguenza che gli insegnanti di religione siano discriminati rispetto ai colleghi delle altre materie. Ciò non implica nessuna discriminazione per i giovani che fanno la scelta contraria: ma non possono pretendere che siano delegittimati tutti gli altri.


Contro la sentenza del Tar il ministro della Pubblica istruzione Gelmini
ha subito avanzato appello davanti al Consiglio di Stato, che già nel 2007 respinse, su richiesta dell'allora ministro Fioroni del Governo Prodi, un'analoga decisione del Tribunale amministrativo del Lazio. Contro il Tar si sono levate critiche di natura storica e culturale del tutto naturali: la religione cristiano-cattolica, con l'etica che ne discende, è uno dei fondamenti dell'identità nazionale italiana; se non si viene a conoscerla attraverso il normale excursus scolastico, sia pure in forma opzionale e dunque non obbligatoria, si perde un carattere sostanziale del nostro passato, nel bene e nel male.

Ma c'è di più. La controversia odierna si basa su una realtà che non si può negare: da Agostino ai Padri della Chiesa, da Tommaso d'Aquino a Pascal, fino a Benedetto XVI, il pensiero filosofico, politico, sociale, antropologico è sempre stato in qualche misura contrassegnato dalla grande questione del rapporto tra fede e ragione, sia all'interno della Chiesa (basti ricordare gli gnostici, gli eretici, infine la Riforma e le sue conseguenze) sia all'esterno. Ma nessuna cultura ha potuto farne a meno: è stato osservato che lo stesso Illuminismo può essere giudicato come una derivazione sia pure involontaria (o "folle") dalle norme spirituali ed etiche del cristianesimo. «Carl Schmitt ha una frase lapidaria per dire che tutti i "concetti pregnanti" della teoria politica moderna sono concetti cristiani secolarizzati» (Esprit, agosto-settembre 2009).


Giuliano Amato ha osservato: «La verità è che la società che non sa identificare 
i vincoli morali che la uniscono dimostra di non esistere» (Il Sole 24 ore, 15 agosto 2009). Per conoscere quei limiti morali e il loro fondamento ultimo biblico-evangelico bisogna che qualcuno ne parli, e il posto migliore, e non catechistico, per parlarne è la scuola. Soprattutto oggi, nella "catastrofe educativa" post-sessantottina di cui appare sempre più vittima l'ultima generazione. Si legga in proposito Tornare a educare, di Cristiana Cattaneo e Claudio Torrero, appena pubblicato da Effatà editrice: un libro davvero imperdibile, soprattutto da parte di chi nella scuola opera e non è schiavo di nessun pregiudizio, né guelfo né ghibellino.

Beppe Del Colle

© Famiglia Cristiana - Agosto 2009