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peccato originaleDopo l’intervista del Santo Padre  ad AP, qui rilanciata da Vatican News
https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2023-01/papa-francesco-intervista-associated-press.html 

 
P. J. Martin di cui è ben noto il suo ambito di servizio, il che non è deprecabile, anzi (ma certamente lo è la modalità e la manipolazione comunicativa che egli usa), si sente in dovere di scrivere al Santo Padre le seguenti domande presenti nel sito qui

https://outreach.faith/2023/01/pope-francis-clarifies-comments-on-homosexuality-one-must-consider-the-circumstances/ 

1.    Holy Father, thank you for your strong call to decriminalize homosexuality.
Why did you decide to say this at this time?
2.    There seems to have been some confusion about your comment, “Being gay is a sin,” which, of course, is not part of church teaching. My feeling was that you were simply repeating what others might say hypothetically. So, do you think that simply being gay is a sin?
3.    What would you say to Catholic bishops who still support the criminalization of homosexuality?


1. Santo Padre, grazie per il suo forte appello a depenalizzare l’omosessualità. Perché ha deciso di dirlo in questo momento?
2. Sembra che ci sia stata un po’ di confusione sul suo commento: “Essere gay è un peccato”, che, ovviamente, non fa parte dell’insegnamento della Chiesa. Ho avuto l’impressione che lei stesse semplicemente ripetendo ciò che altri potrebbero dire ipoteticamente. Quindi, lei pensa che essere semplicemente gay sia un peccato?
3. Cosa direbbe ai vescovi cattolici che ancora sostengono la criminalizzazione dell’omosessualità?


Sempre nel sito di P. Martin è riportata la risposta del Santo Padre che chiarisce quanto affermato nell’intervista di AP aggiungendo la ben nota dottrina morale delle circostanze riguardante la responsabilità personale di un comportamento peccaminoso che, per il Santo Padre, permane tale.
https://outreach.faith/2023/01/pope-francis-clarifies-comments-on-homosexuality-one-must-consider-the-circumstances/ 

Alcune nostre considerazioni.

Anzitutto riportiamo il CCC:
2357 L'omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un'attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, 238 la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ». 239 Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.
2358 Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.
2359 Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.

Cosa desumiamo da queste parole cristalline, ma comunque perfettibili, del Catechismo?

1 – La tendenza omosessuale più o meno radicata non è una colpa
2 – La tendenza omosessuale più o meno radicata è oggettivamente disordinata in ordine alla Morale naturale.
3 – Questa tendenza più o meno radicata è una prova per crescere nella santità
4 – Poiché è una prova ogni battezzato nella comunità deve farsi carico dei fratelli e delle sorelle che vivono questa prova come la propria carne perché sono Persone, fratelli e sorelle.
5 – Poiché sono Persone con tendenza omosessuale o omo-affettiva (il termine Persone omosessuali usato dal catechismo è antropologicamente chiaro nel contesto della parte del catechismo, ma oggi si presta a confusione) occorre comprendere che la loro dignità è degna del massimo rispetto e che “l’accidente” della tendenza non ne costituisce o ferisce in alcun modo la dignità.
6 – Per tale motivo è assurdo dire “Cattolici LGBTQ+”, "Cattolici omosessuali", ecc. Dare un accidente della tendenza come costitutivo della sostanza della Persona significa creare un ghetto mentale e culturale. Su questo, per evidente prurito di visibilità, P. James Martin è abilissimo non aiutando, in definitiva chi, tra i fratelli e le sorelle, vive questa tendenza. Tradendo il senso autentico del suo apostolato, ingannando molti. Perché le Persone con tendenza omosessuale sono fratelli e sorelle, oggettivamente, e talvolta fratelli e sorelle nella fede. Di ciascuno la comunità si fa carico come della propria carne. E guai se non lo facesse.
7 – La Chiesa suggerisce alle Persone con tendenza omo-sessuale di vivere la Castità intesa in senso evangelico con tutti gli strumenti possibili. Dominio di sé, temperanza, l’amicizia ecclesiale e castamente disinteressata, la preghiera, la grazia sacramentale. Anzi proprio la tendenza da loro sperimentata, in forma più o meno radicata, vissuta così è preludio a forme straordinarie di santità.

Infine una piccola considerazione che, per appartenenza, rivolgiamo a P. Martin e alle Sue domande.

L’intento di Martin è chiaramente manipolatorio perché se da una parte vuole fornire al Santo Padre l’occasione di chiarire che l’omosessualità non è un peccato, occasione che il Santo Padre coglie ed esplica, nel contempo non vuole assolutamente far propria la visione della Chiesa espressa nel catechismo che l’omosessualità è una tendenza oggettivamente disordinata.
Anzi l’intento di P. Martin è quello di affiancare la tendenza omosessuale a quella naturale tra un uomo ed una donna. Il Santo Padre ricorda nella sua risposta a P. Martin: "ogni atto sessuale al di fuori del matrimonio è un peccato". 
Vi è un errore logico, antropologico e teologico gravissimo nel pensiero di P. Martin.
Ora se è giusto che non si può identificare l’omosessualità come un peccato, per i motivi già visti, e occorre rilevare la bontà e la dignità della Persona, sempre e con qualunque tendenza, nel contempo non si può in maniera relativistica e manipolatoria affermare implicitamente che l’omosessualità è una tendenza fra le tante, il ché porterebbe a giustificarne l’intima natura affermandone il non-disordine. Poiché la Persona ha dignità a prescindere ogni sua tendenza è comunque buona, sembra voler affermare implicitamente e a sostegno della sua comunicazione P. Martin.
Questa è l’affermazione empia e manigolda che soggiace a tale approccio.

Ed infatti la terza domanda afferma incautamente: “What would you say to Catholic bishops who still support the criminalization of homosexuality?”. Domanda che esplica l’intento manipolatorio di P. James Martin e cioè voler affermare che la tendenza non è intrinsecamente disordinata e chi lo afferma criminalizza.  

Per probabile pudore verso chi pone tale domanda temeraria sui Vescovi il Santo Padre in parte tace e in parte risponde ricordando ciò che ha già detto sul criminalizzare, distinguendo piano morale e piano legislativo e tanto più il piano ecclesiale: "E vorrei dire a chi vuole criminalizzare l'omosessualità che si sbaglia". 
È tuttavia impensabile che il Santo Padre bypassi quella parte del catechismo che afferma che la tendenza all'omosessualità è "oggettivamente disordinata", semplicemente perché affermare che "ogni atto sessuale al di fuori del matrimonio è un peccato" rileva che ogni tendenza che tradisce il significato della coniugalità, che si esprime solo in maniera compiuta e consona nel matrimonio tra un uomo ed una donna, è comunque disordinato anche se non ancora peccato nel momento in cui non viene espresso con scelta e atto morale.

Occorre poi ricordare - e lo si fa veramente poco - che l'habitus morale si costruisce con scelte virtuose nello Spirito Santo, la Castità evangelicamente intesa, quel dominio di sé precedentemente ricordato nel catechismo che è valido per tutti. Anzi per ciascuno.
Perché il compiere un peccato, pur nelle differenti circostanze di cui parla il Santo Padre, viene prevenuto da piccoli passi di acconsentimento che ne fanno struttura, "In fondo che male c'è.. È più forte di me e dunque, ci diciamo, non è male.. Sono fatto così". Quando ci diciamo così, manipolando ed ingannando noi stessi, siamo figli di ben altro padre che non è certo il Padre nostro (Gv. 8,38).
E può capitare a tutti ed è ben vana la nostra affermazione nella Preghiera/Forma vitæ: "Liberaci dal male/maligno" (Mt. 6,13 
καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν, ἀλλὰ ῥῦσαι ἡμᾶς ἀπὸ τοῦ ⸀πονηροῦ), ma, soprattutto rendiamo vana l’affermazione iniziale che proclama “Padre nostro che sei nei Cieli”. Negare il male e il maligno e la sua fascinazione preclude l'intento sotterraneo di non ricordare che Dio ci è Padre e che noi siamo figli e fratelli, feriti e deboli di cui Egli si prende cura, proprio come ci mostra e ci insegna il Signore Gesù.
Non è un caso che sin dal battesimo, riceviamo prima del sacramento l'olio dei catecumeni:

“Ti ungo con l'olio, segno di salvezza: ti fortifichi con la sua potenza Cristo Salvatore, che vive e regna nei secoli dei secoli.”

Questo viene proclamato al candidato al battesimo ungendolo con l'olio per ricevere forza nella battaglia della vita contro il peccato.

Se invece noi chiamiamo ordine il disordine cerchiamo solo di giustificare ciò che è cancerogeno per la nostra vita incamminandoci per vie che conducono alla morte e che veicolano l’infelicità, nostra ed altrui, rendendoci impermeabili alla Grazia che ci vuole trasformare santificandoci.

La battaglia contro il male è personale e comunitaria e, soprattutto è nella comunità che si vive il luogo della Grazia di Dio. Ecco perché l'accoglienza di ogni persona, con qualunque tendenza è decisivo per il Bene e che le difficoltà di uno sono difficoltà di tutti, di ciascuno, perché siamo resi, per puro dono, carne di Cristo.

Risuona sempre la domanda di Dio: “Dov’è tuo fratello?” (Gen. 4,9)

E dunque alla terza domanda di P. Martin al Santo Padre, come fratelli nella fede, poniamo a P. James Martin un’altra domanda:

"P. J. Martin, can you kindly give us the name and surname, publicly, of those among the bishops, successors of the apostles, who criminalize People with homosexual tendencies?"

Paul Freeman per ilcattolico.it