Chi ama il conservatorismo, chi intende costruire un partito conservatore non può non leggere integralmente il discorso di Marco Rubio che ha fatto ad Atene l’8 ottobre scorso, sul monte Pnice con dietro l’Acropoli e il Partenone. Qualche giornale lo ha pubblicato per intero. Così ho potuto leggerlo.
”Per chi non fosse ancora convinto che gli Stati Uniti, nonostante i modi contundenti di Donald Trump, non desiderano affatto scaricare l’Europa, bensì risvegliarla dal suo torpore e averla al proprio fianco, suggeriamo di recuperare il recente discorso del segretario di Stato Marco Rubio ad Atene”. Ha scritto Federico Punzi. Il discorso pronunciato dal segretario di Stato americano meriterebbe un’attenzione ben maggiore di quella riservata alle consuete dichiarazioni diplomatiche. Non tanto per la sua appartenenza all’amministrazione Trump, quanto per le questioni di fondo che solleva: che cosa significa oggi appartenere alla civiltà occidentale? Quali valori intendiamo trasmettere alle prossime generazioni? E soprattutto, abbiamo ancora la volontà di difenderli e svilupparli? “Non è una fotografia, è una contrazione spazio-temporale, una sintesi millenaria, un’identità che si riconosce dall’alfa all’omega. Marco Rubio, Segretario di Stato americano, che rivendica il senso della civiltà occidentale ad Atene, sotto il Partenone”. (Giovanni Sallusti, La Lezione di Rubio ad Atene: “All’Occidente serve l’Europa forte”, 9.10.26, Libero). Quello di Rubio non è un discorso: “è una cavalcata, che parte dagli Ateniesi asserragliati sulla fortezza dell’Acropoli nel 480 a.C. contro l’avanzata dei Persiani e finisce nella battaglia sulle terre rare e sull’Intelligenza Artificiale, ma non meramente riepilogativa: Rubio non è un accademico, è un politico vero, che non vuole abdicare a quell’anomalia della storia umana apparsa per la prima volta in quella “polis”. «Sono qui per testimoniare un debito che nessun trascorrere del tempo, nessuna distanza nello spazio potrà mai estinguere». Perché «qui, ad Atene, troviamo la prima piena espressione di tutti i tratti essenziali che avrebbero definito l’Occidente». I Greci furono i primi a costruire quegli strani oggetti immateriali chiamati “idee”, dirà il filosofo Edmund Husserl nel ‘900, e lo poterono fare perché concepirono anzitutto la conoscenza come sfida. Unirono, ricorda Rubio, «l’ambizione di esplorare l’ignoto» alla «convinzione che possa essere conosciuto». Questa fu la vera e propria «base della mente occidentale», una base allo stesso tempo razionale e titanica. Una base intrisa di quello che i Greci chiamavano “thumos”, ovvero lo slancio vitale, il «fuoco del coraggio e dell’orgoglio» che sono «il cuore della grande civiltà». È il cuore che oltre Atlantico non ha smesso di battere, è l’eredità rivendicata da Rubio: «L’aspirazione greca verso nuovi orizzonti divenne lo spirito della frontiera americana». «Noi occidentali siamo arrivati a vergognarci proprio delle cose che ci rendevano eccezionali. Ci siamo sentiti in imbarazzo perché i nostri successi ci distinguevano dal resto del mondo». È il senso di colpa come cifra delle élite progressiste, è l’«oicofobia» di cui parlava il grande pensatore conservatore Roger Scruton: l’odio di sé, la vergogna per la propria casa storica e culturale. Una casa, come ricorda Rubio, «nata ad Atene, formata da Roma, battezzata nella cristianità». Il logos, il diritto romano, il Dio che si fa uomo. Rubio ci ricorda che l’Occidente non è semplicemente un’area geografica, un mercato comune o un’alleanza militare. È anzitutto una tradizione culturale, filosofica e morale, formatasi attraverso la Grecia, Roma, il cristianesimo, l’umanesimo e lo sviluppo del pensiero scientifico. Una tradizione che non dobbiamo idealizzare, perché anche la nostra storia contiene errori, ingiustizie e contraddizioni. Ma che non dovremmo neppure insegnare a disprezzare. La conoscenza critica del passato è cosa ben diversa dalla vergogna delle proprie origini. Proprio la capacità di discutere, dubitare e correggere i propri errori costituisce una delle eredità più preziose della nostra civiltà. Quando, esattamente, abbiamo scelto di rinunciare a noi stessi, e soprattutto perché? In ogni caso, è ora di smetterla: «Crediamo che l’Europa possa risvegliarsi dal suo lungo torpore e riaccendere il fuoco che è stato acceso qui migliaia di anni fa». È l’inversione del racconto mainstream. Secondo Sallusti, l’America non vuole un’Europa più debole (a meno di confondere quest’avventura millenaria con due uffici di Bruxelles), l’America vuole un’Europa più forte, «perché non crediamo che l’amicizia transatlantica debba essere un gioco a somma zero». Afferma Rubio. Al contrario, «la nostra visione è quella di un’alleanza la cui forza sia superiore alla somma delle sue parti». Non è una scelta, è un’esigenza imposta da quel «punto di svolta della Storia» che è cronaca quotidiana: «La guerra non è scomparsa semplicemente perché preferivamo la pace. Gli altri hanno continuato ad armarsi, a cercare influenza, a competere per territori, tecnologia, risorse, mercati, energia e potere. È tornata la competizione tra grandi potenze. Sono tornate la vulnerabilità, l’aggressione, il terrorismo, un intero universo di nuove minacce e nuovi attacchi». Tuttavia, in conclusione, il discorso di Rubio ad Atene “non è un invito a celebrare nostalgicamente la grandezza dell’Occidente, ma piuttosto a interrogarci sulle condizioni che l’hanno resa possibile. Non basta essere orgogliosi del Partenone, di Galileo, di Michelangelo o delle grandi conquiste scientifiche. Occorre domandarsi se oggi stiamo creando le condizioni affinché possano emergere nuovi pensatori, imprenditori, ricercatori e innovatori. Il vero problema dell’Occidente non è soltanto difendere ciò che ha ereditato, ma dimostrare di essere ancora capace di costruire qualcosa che meriti di essere ereditato. È una sfida culturale prima ancora che economica o militare. E dovrebbe riguardare tutti, indipendentemente dalle appartenenze politiche. Perché una civiltà non declina quando qualcuno ne contesta i valori, ma quando i suoi stessi cittadini smettono di comprenderli, praticarli e trasmetterli”. (Paolo Fontana, Il discorso di Rubio ad Atene: l’Occidente ritrovi il coraggio di essere se stesso, 9.10.26, quibrescia.it)
Torino, 11 ottobre 2026
S. Giovanni XXIII Papa a cura di DOMENICO BONVEGNA