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Per iniziativa dell'Associazione Sant'Anselmo, della Fondazione Ambrosiana Paolo VI e del Progetto culturale dell'arcidiocesi lombarda, mercoledì 9 settembre si svolge a Milano l'incontro "Per una nuova laicità" in margine al libro Confini (Milano, Mondadori, 2009, pagine 204, euro 18) di Ernesto Galli della Loggia e del cardinale Camillo Ruini. Insieme agli autori, intervengono il sindaco di Milano Letizia Moratti, il vescovo ausiliare della città Franco Giulio Brambilla, vicario per la cultura, Paolo Mieli, Lorenzo Ornaghi, Giovanni Filoramo e il direttore del nostro giornale.

di Andrea Gianni

Il tema della laicità evoca istintivamente un'istanza superiore, lo Stato, rispetto a una sottoposta, la religione. Non solo dalla mentalità comune ma anche da buona parte degli studiosi, la laicità è concepita con lo Stato al centro. In questa prospettiva - che, per esempio, animava l'intera impostazione della commissione governativa francese del 2004- si rischia di perdere di vista il soggetto destinatario.
Si tratta di uno dei versanti del secolo dell'ideologia che ha enfatizzato lo Stato ponendolo al centro del tutto.

In un periodo di forti mutamenti come quello attuale, appare impellente la necessità di alzare lo sguardo dagli schemi consolidati, di "guardare più in alto dello Stato, che è una parte e non la totalità" (Benedetto XVI, Elogio della coscienza, Siena, Cantagalli, 2009).
L'incontro di Milano si svolge con l'ambizione di avviare una riflessione sullo schema tradizionale della laicità, perché, come afferma il cardinale Ruini, "le religioni non possono disinteressarsi delle fondamentali questioni etiche, anche a livello pubblico" e "la rilevanza pubblica è iscritta nel codice delle religioni, compreso il cristianesimo".
Tra gli aspetti su cui riflettere, c'è la diffusa opinione per cui la laicità non è solo una prerogativa dello Stato, delle istituzioni, delle leggi, e così via, ma anche della società, cioè della convivenza civile, che non dovrebbe lasciar spazio alle convinzioni religiose. La massima espressione organica di tale mentalità è quell'idea della "religione civile" secondo cui l'intera società deve essere guidata dal principio etsi deus non daretur. Esattamente l'opposto, è appena il caso di ricordarlo, dell'invito del Pontefice a condurre la vita sociale etsi deus daretur.
Ciò basta per rendersi conto che c'è in gioco una partita sulle basi culturali del principio di laicità se si vuole che faccia da regolatore di una convivenza civile pacifica, soddisfacente e improntata alla libertà più ampia possibile tra diverse culture. Un principio che non è mai stato neutrale come insegnano le diverse esperienze dell'Albania e della Cina o della Francia e degli Stati Uniti.
All'origine dell'invito del Papa c'è una forte attenzione antropologica, secondo cui, come dimostrato dagli studi di antropologia religiosa di Julien Ries, il senso religioso è strettamente radicato nella cultura di cui l'uomo è portatore fin dai primordi. In quest'ottica la laicità non si può ridurre esclusivamente a un regolamento di competenze tra religione e Stato ma richiede uno sguardo più alto. Richiede di spostare il centro dallo Stato all'uomo, di pensare una laicità con al centro l'uomo; con parafrasi dal Vangelo - che, è bene ricordarlo, formula per la prima volta nella storia il principio di laicità - si potrebbe dire che non è l'uomo per la laicità, ma la laicità è per l'uomo; dove il "per", la disposizione attiva, non è secondario.
Una pista in questo senso è stata indicata anche sul terreno del diritto dalla pronuncia della Corte costituzionale italiana quando (1989) aveva affermato che la laicità è "non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione in regime di pluralismo confessionale e culturale".
Altro motivo di riflessione è il cambiamento dei parametri su cui si è costruita la nozione della laicità occidentale:  oggi i modelli di riferimento non sono più solo la religione cattolica o quella riformata con le loro istituzioni e i loro ordinamenti; in campo ci sono anche le altre tradizioni religiose del Mediterraneo e dell'Oriente, portatrici di culture sociali e giuridiche molto diverse proprio sul piano della laicità.
Sarebbe ben difficile formulare la laicità del futuro senza un'adeguata attenzione a queste novità e senza il ricorso alle discipline che le studiano.
Infine, non può sfuggire che l'area del bio-diritto, la regolamentazione di materie di alto rilievo etico, su cui si reclama costantemente la laicità del diritto e dello Stato, fa emergere la questione ben più radicale dell'origine del diritto, di quali siano i soggetti che hanno titolo di partecipare alla formazione di esso. Sul punto, Benedetto XVI - che anche nella Caritas in veritate torna sul tema dello spazio pubblico della religione - fa una proposta inequivocabile quando afferma che lo Stato deve poggiare anche su un "patrimonio di verità intorno al bene da cui non può prescindere" e che deve disporsi "ad accogliere da fuori di sé".

(©L'Osservatore Romano - 9 settembre 2009)