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eutanasia-2Parigi, 19. "Dicendo no all'eutanasia, la Chiesa non ignora le difficoltà di coscienza del corpo medico - che sono spesso una croce - ma anzi afferma la sua capacità di umanità. E ciò è più grande di quanto il corpo medico si immagina. Questo "no" dunque manifesta la linea al di sotto della quale noi non agiamo conformemente alla nostra dignità. È dunque un aiuto benevolo per i medici. Esprime un grande rispetto per la loro dignità e per quella della persona in fine vita. È un grande sì alla vita".
Pierre d'Ornellas, arcivescovo di Rennes, Dol e Saint-Malo, incaricato delle questioni di bioetica in seno alla Conferenza episcopale francese, risponde così, in un'intervista al Sir, a chi gli chiede chiarimenti sulla posizione della Chiesa dopo la recente decisione dell'Ordine nazionale dei medici francesi di aprire alla "sedazione terminale" per i pazienti in fin di vita che abbiano fatto in tal senso "richieste persistenti, lucide e ripetute". Per monsignor d'Ornellas, il "dovere di umanità" scaturisce dalla coscienza umana: "È un modo ammirevole che rivela nella profondità della coscienza l'amore per il prossimo". Si tratta quindi di "un dovere interiore che diventa un obbligo collettivo".
Su questa stessa vicenda si è espresso anche Gilles Bernheim, Gran Rabbino di Francia, che nel suo sito ha pubblicato una riflessione sul rapporto con la morte e con i morenti. "Da sempre l'uomo - scrive il Gran Rabbino - si è dovuto confrontare con il mistero della morte. Forse oggi come non mai si è sentito disorientato da questo dato peraltro fondamentale della sua condizione. Molteplici progressi hanno permesso di prevenire o di curare malattie un tempo fatali. Nello stesso tempo, i cambiamenti socio-culturali e gli imperativi di una medicina tecnicizzata hanno fatto sì che la morte abbia generalmente smesso di essere un evento sociale, ritualizzato, integrato nella vita delle famiglie e delle comunità umane. Questa perdita dell'esperienza di prossimità, persino di familiarità con la morte, è una delle cause di una banalizzazione della vita che perde di serietà e di profondità e che contribuisce a rafforzare in ognuno l'angoscia riguardo alla propria fine".

(©L'Osservatore Romano 20 febbraio 2013)