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038q08a"La fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel festeggerà presto i suoi trent'anni di vita. Ci troviamo dunque in un momento chiave nel quale il Consiglio d'amministrazione è chiamato a riflettere sull'identità della fondazione stessa. In questo spirito invito a tornare alla fonte della vocazione della fondazione, ad approfondire la sua missione in uno spirito evangelico". Il cardinale Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, ha annunciato - con queste parole rivolte al Consiglio d'amministrazione riunito nei giorni scorsi a Roma - l'intenzione di rinnovare la fondazione, affinché possa rispondere meglio alla missione affidatale da Giovanni Paolo II quando, il 22 febbraio 1984, provvide alla sua istituzione. Per questo ha chiesto ai membri del Consiglio di pensare a "nuovi statuti" maggiormente idonei a rendere ancor più esplicito "il fatto che si tratta di uno strumento della carità del Papa". Il porporato ha chiesto anche di riesaminare il metodo di lavoro sin qui adottato e di ridefinire i criteri che guidano la selezione dei progetti da finanziare, così come la scelta - da fare sempre "con prudenza e discernimento" - dei partner e dei benefattori. Da ripensare infine, secondo il cardinale presidente, anche il ruolo del segretario generale della fondazione, per "meglio precisare e rinforzare la sua missione".
  Un'operazione complessa per aggiornare il servizio che la fondazione offre ai Paesi africani colpiti dal dramma della siccità e della desertificazione e renderlo più adeguato alle nuove esigenze, restando saldamente ancorato allo spirito evangelico originario voluto dal suo fondatore. È stato esplicito in questo senso il cardinale Sarah nella relazione d'apertura della settimana d'incontro vissuta a Roma dal Consiglio d'amministrazione. Egli ha richiamato con fermezza proprio lo spirito con il quale Papa Wojty?a dette vita all'organismo.
L'idea nacque nel cuore del Papa al suo ritorno dal primo viaggio in Africa. Dal 2 al 12 maggio 1980 visitò lo Zaire (oggi Repubblica del Congo), la Repubblcia Democratica del Congo, il Kenya, il Ghana, l'Alto Volta (oggi Burkina Faso) e la Costa d'Avorio. Vide personalmente, per la prima volta, la grande tragedia vissuta dai popoli tanto provati dalla lunga siccità e dalla desertificazione. Già durante il viaggio lanciò un appello al mondo perché soccorresse questi Paesi. "I miseri e i poveri - disse il 10 maggio a Ouagadougou citando Isaia e Giovanni - "cercano acqua... io, il Signore, li ascolterò! ... cambierò il deserto in un lago d'acqua" (Is 41, 17.18) e "l'acqua che io gli darò diventerà una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna" (Gv 4, 14). Da questo luogo, io lancio un appello solenne al mondo intero... alzo la mia voce supplichevole... mi faccio voce di chi non ha voce, la voce degli innocenti".
Quattro anni più tardi gli si presentò l'occasione per promuovere lui stesso l'aiuto per le popolazioni saheliane. In massa i fedeli avevano risposto al suo appello. I tedeschi furono i primi; la Conferenza episcopale italiana non ha fatto mai mancare la sua sollecita partecipazione. Allora il Pontefice pensò a un organismo che si occupasse esclusivamente di provvedere a destinare le offerte ai Paesi africani maggiormente colpiti dalla siccità; così dette forma giuridica alla fondazione che prese il suo nome, e la mise alle dirette dipendenze del Pontificio Consiglio Cor Unum. Furono individuati nove Paesi da assistere: Burkina Faso, Niger, Mali, Guinea Bissau, Capo Verde, Mauritania, Senegal, Gambia e Ciad. E trattandosi di nazioni povere ma anche molto diverse tra loro, e dunque con differenti problematiche, decise che l'operatività della Fondazione fosse affidata ai rispettivi episcopati. In definitiva egli volle che fosse una realizzazione concreta della communio ecclesiale, frutto anche della corresponsabilità collegiale. Non a caso il 25 maggio 1984, Papa Wojty?a, riferendosi ancora una volta alla situazione del continente, ebbe a ripetere: "la soluzione è nelle mani degli Africani; collaborare con loro, anche sul piano tecnico, non vuol dire sostituirli". Per salvaguardare il capitale della fondazione, e tenuto conto delle notevoli complicazioni bancarie (monete diverse, trasmissione di fondi), pur rimanendo l'attività della fondazione presso il segretariato generale in Ouagadougou (Burkina Faso), il Pontefice stabilì che la custodia dei fondi e la sede legale della fondazione rimanessero presso Cor Unum, con dovere di riferire periodicamente la situazione al Papa stesso. Tra gli obiettivi dell'istituzione figurano anche la formazione di animatori ("cadres moyens"), operatori della sanità, idraulici, genio civile, meccanici, esperti in agricoltura e in allevamento ("cadres techniques"). Preziosa caratteristica è la sua apertura alle differenti religioni delle popolazioni assistite, perché diviene anche un importante strumento di dialogo tra le religioni.
Alle annuali riunioni del Consiglio di amministrazione partecipa solitamente un osservatore della Santa Sede, in genere è il segretario del Pontificio Consiglio Cor Unum. Quando possibile partecipa il presidente del dicastero, che è anche rappresentante legale della fondazione.
Il cardinale Sarah ha dunque colto l'occasione di quest'ultima riunione romana per stimolare la fondazione stessa verso nuovi traguardi. Traguardi resi più urgenti visto il perdurare della gravità della situazione nei Paesi assistiti. "Venendo io stesso da questa terra d'Africa - ha detto tra l'altro - così bella e così giovane nella sua fede in Cristo e dunque così piena di speranza, testimonio con grande pena fisica e morale, i drammi politici e sociali, senza parlare poi delle violazioni dei diritti umani che subiscono il nostro continente e le sue popolazioni". E, rivolgendosi ai presuli dei Paesi rappresentati ha così proseguito: "Mi sento per questo molto vicino a voi, vicino alle vostre gioie pastorali ma anche alle vostre difficoltà, a quelle che incontrate nell'affrontare sfide quotidiane nel portare avanti la missione che il Papa vi ha affidato".
Tuttavia, ha notato il cardinale, vi sono alcuni aspetti da precisare nella missione portata avanti dalla Fondazione, per ribadirne la vera identità. Innanzitutto essa è un'opera di carità, che è l'opera prima della Chiesa e dunque "la Chiesa ne è il soggetto". La Chiesa del resto "è il Cristo presente sulla terra" dunque impossibile separare l'uno dall'altra. Ne consegue che la carità della Chiesa è mossa dall'amore di Cristo e dunque ogni operatore di carità deve "fare esperienza di Cristo" e si deve muovere per amore di Cristo. Questo il Papa lo aveva ribadito chiaramente nel chirografo istitutivo della fondazione. Per questo la fondazione non può correre il rischio di "tradire le intenzioni e gli obiettivi di Giovanni Paolo II" limitandosi "ad apportare unicamente un aiuto materiale". Se così fosse si correrebbe il pericolo "di non avere altro orizzonte - ha detto il porporato - se non quello dell'homo faber o di divenire una ong in più in campo umanitario. Ciò significherebbe anche correre il rischio di far coincidere la felicità e la salute con i vantaggi della tecnica e del benessere puramente materiali, dimenticando la salvezza dell'uomo. Missione della fondazione è condurre l'uomo a fare personalmente esperienza della carità di Dio".
I vescovi, ha proseguito il cardinale Sarah, devono vegliare sul rispetto di questo spirito, solo attraverso il quale è possibile legare strettamente il Vangelo alla promozione umana. Questo significa "sviluppo integrale della persona", evangelizzazione. Del resto "noi siamo consapevoli - ha aggiunto - del fatto che cambiamenti dell'ecosistema in seguito a catastrofi naturali, la miseria e la fame possono oscurare le coscienze. E possono di conseguenza causare la perdita di valori umani, religiosi e cristiani. Mi sembra a questo proposito che la testimonianza di una vita evangelica sia essenziale e primaria affinché i valori del bene e della verità possano trovare un'eco nelle coscienze offuscate da società senza Dio e affinché la persona umana possa essere salvata nella sua totalità".
Infine il presidente di Cor Unum ha sottolineato il ruolo particolare che la fondazione può svolgere nella promozione del dialogo tra le religioni. È vero, ha detto ancora, che essa lotta contro la siccità e la desertificazione, ma è altrettanto vero che essa deve combattere contro il flagello dell'indifferenza, dell'egoismo, dello sfruttamento dei natii, ma anche e soprattutto contro il grande pericolo della progressiva esclusione, a livello mondiale, di Dio dalle nostre società materialiste e secolarizzate. Il mondo ha di per sé i mezzi sufficienti a sfamare tutti gli uomini e se non lo fa è proprio a causa di questi grandi flagelli e della mancanza di sensibilità sulla presenza di Dio nel mondo. E lo spettro della fame si allunga inesorabilmente sull'orizzonte del mondo. "La situazione - ha detto in proposito il cardinale - è molto grave. Il programma alimentare mondiale ha annunciato a fine ottobre un deficit di cereali pari a cinquecento mila tonnellate per la raccolta in corso". Ciò significa che diverrà ancora più grave la minaccia della fame per milioni di bambini, anziani, donne incinte. Sono queste le urgenze da seguire, ha detto il porporato ai consiglieri della fondazione concludendo il suo intervento, nell'esaminare i progetti proposti. "Una priorità spetta - ha detto - a quelli destinati a combattere la siccità e la desertificazione". Altrettanto urgente è però distribuire la carità nel nome di Cristo, affinché la gente impari a conoscerlo e dunque a capire che la sua presenza nel mondo significa amore e solidarietà con tutti.



(©L'Osservatore Romano 15 febbraio 2012)