DAVANTI ALLA MORTE CADONO TUTTE LE PROIEZIONI DI DIO
"Io lo risusciterò nell'ultimo giorno" (Gv. 6,54)
La morte è il luogo teologico dell'abbattimento delle proiezioni di Dio e la Resurrezione è il vero volto della Gioia del noi, con Dio ed i fratelli.
Probabilmente la liturgia di oggi è tra la più consolanti di tutte le liturgie, perchè vengono raccomandate alla Misericordia di Dio le anime dei fratelli defunti con la consapevolezza che il nostro Signore Gesù Cristo intercede per noi supplicato da tutti i santi e soprattutto dalla Beatissima Madre Maria.
Il cadere di ogni proiezione e mistificazione su Dio, su noi stessi e sulle relazioni fraterne è un momento che unisce Verità e Misericordia e le avvolge nella Carità più autentica che è l'appartenenza in Cristo.
Ci chiediamo: come è arrivato Francesco, il poverello di Assisi, a chiamare la morte sorella?
Ha fraternizzato con lei ogni giorno.
Non si chiama sorella la morte se ogni giorno non la si incontra a viso aperto e se, soprattutto, ogni giorno non si vive la certezza nella fede della Resurrezione. Verità, dunque, dono e Misericordia in un volto relazionale con lo sposo.
A viso aperto significa abbattere, nella Grazia, le proiezioni di Dio. Togliere le sovrastrutture, le paure, le deformazioni, le manipolazioni.
Sì perchè di Dio noi abbiamo delle proiezioni, sia per motivi fisiologici, di gradualità creaturale nel cammino, sia, purtroppo, per motivi dovuti al peccato di origine.
E, non in ultimo, perché costantemente fuggiamo da Dio per ripiegarci nel nostro misero ombelico; il sé si costruisce da sé, avvoltolandosi, le proprie gabbie rassicuratrici ma vane e soprattutto, per quanto dorate, sembre gabbie. Il nostro sé, ferito, e questo il "nemico" lo sa bene e qui conduce, ha drammaticamente bisogno di Verità, di Bene, di Vita, di Libertà ma goffamente e quotidianamente si incatena da sé stesso nella vanità. Ed infatti il lavoro del nemico è stato quello di deformarci il volto di Dio.
E dunque osserviamo che vi è proiezione sana, dovuta alla gradualità e alla pedagogia di Dio, basti vedere i protagonisti della storia biblica, dai progenitori all'ultimo discepolo, sia proiezione malata, deformata.
La prima è propedeutica per un graduale entrare nel mistero la seconda è fuga, incartamento, avvoltolamento nel brago e nella sozzura.
Per le proiezioni deformate basti anche qui vedere la caduta in Gen. 3 fino a coloro che "vengono consegnati a satana" dal Beato Apostolo Paolo, passando per Giuda di Keriot. E sempre ne siamo a rischio.
Ma, davanti alla morte, le proiezioni di Dio, sono chiamate ad essere bruciate sull'altare della grazia.
Oggigiorno, ad esempio, siamo a rischio di visioni pagane di Dio, legate alla consolazione rassicurante. Rassicurante il sé, il soggetto. Un uso sbagliato dei termini come "accompagnamento", "discernimento", "misericordia", ci pone in questo rischio senza lasciare spazio al mistero del Dio che "scortica" perché ti ama e ti porta sempre oltre, con e nello Spirito Santo.
Ma anche la visione pagana del "Dio terribile", "chiaro", "incasellato", "rigido", "razionalizzato", "canonizzato", è a rischio nel garantire il soggetto nelle sue isterie.
In realtà queste due visioni conservano molto di paganesimo e degenerano nel "progressismo" e nel "tradizionalismo"; come effluvi del disordine e della ferita si rincorrono nel cuore, nei microcosmi personali e nei macrocosmi della storia.
Tutti necessitano via via del correttore della Grazia e della pazienza somma di Dio per purificare e portarci oltre, nel "duc in altum", senza rimanere nelle secche solipstiche dell'io.
Pertanto chiamare la morte "sorella" è indispensabile per il discepolo ma non perché gode della morte in sé ma perché sempre più fa esperienza della potenza della Resurrezione di Dio nella propria vita. E pone le fondamenta per un atteggiamento esistenziale fondamentale: grato per ogni morte riconosco la mano Provvidente del Padre. Mi arrendo al Suo amore anche quanbdo questo amore mi appare coperto di velo.
Non è qualcosa di inquadrabile solo dalla ragione, che pur è necessaria, ma è esperienza biblica, carnale.
Qui, in questa esperienza, il fedele può chiamare la morte "sorella", mezzo utile, porta necessaria, per l'incontro vivo e vivificante con il Risorto.
Occorre altresì abbandonare il culto della vittima, della lamentela, della mormorazione e crescere nell'abbandono fiducioso nel Padre. Gridiamo dunque, con mormorio costante e con verità dell'essere:
Oh, Padre nostro carissimo, talvolta non ti comprendo, talvolta mi poni in "luoghi ameni", duri, scorticanti, ma io mi fido di Te più che delle mie ferite e dei miei limiti. Benedetto il Tuo Nome!
Ed infatti, familiarizzare con la Resurrezione dell'ultimo giorno, vuol dire capire ora, in ogni momento, che la Resurrezione è già e non ancora. Qui, nell'istante del mio vissuto, nel silenzio o nella confusione, nella solitudine o nella compagnia, qui esiste il seme della Resurrezione. Per questo motivo io posso chiamare la morte sorella. E non c'è migliore parola e testimonianza davanti al dolore che vivere il proprio dolore con questa dignità e questa certezza dell'animo. Qui risiede il tuo orgoglio e il tuo onore, nelal resa radicale e fiduciosa nelle mani del Padre quando segui i passi di Cristo. I passi che Cristo percorre nella tua strada perché Egli fa sì che la tua strada diventi la Sua affinché la tua diventi la Sua. Egli lì cammina, non lo riconosci?
Qui il significato del con-dolere, vera condoglianza è camminare da Risorti con la certezza dell'ultimo giorno. La vera compassione è abbracciare la promessa imperitura di Gesù: "io lo risusciterò nell'ultimo giorno!" (Gv. 6,40).
Qui posso chiamare la morte sorella perché mi avvicina, passo dopo passo, a questa vita vera e piena. Non c'è smarrimento o paura abbastanza forte da cancellare questa potente ed intima certezza.
Si abbattano gli urugani e la tempesta dentro e fuori di me ma io appartengo a Lui. Sono suo.
"Ed io vivrò per Lui" (Sl. 22,30)
Questa appartenenza è gioia da condividere, risposta da donare, sguardo da orientare. Qui nasce la vera apologetica. Qui nasce la motivazione forte della nostra fede.
Io sono di Cristo. Sono sua proprietà. Nel suo abbraccio io vivo, mi muovo, respiro e lotto.
La mia vita la vivo nella fede del Figlio di Dio che ha dato la vita per me perché anch'io dia la vita per i miei fratelli ed i miei nemici.
Qui riposa la migliore ri-conoscenza che posso avere, cioè la certezza di ri-conoscerlo come mio sposo ed essere a mia volta sua proprietà in questi precisi passi, in questa precisa storia, in questo preciso cammino.
Perché abbracciare la realtà nell'abbandono confindente e nella resa è il vertice della lode e del ringraziamento.
Paul Freeman