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Terremoto Amatricedi MANUEL NIN

La tradizione bizantina recita ogni giorno all’inizio del vespro il salmo 103, che nel versetto 32 canta: «Egli guarda la terra e la fa sussultare, tocca i monti ed essi fumano». In queste settimane, mentre l’Italia è ancora investita dalle scosse del sisma e sui media scorrono le immagini di tanti uomini e donne sfollati, di interi paesi, case, chiese devastati dal terremoto, il versetto del salmo non prorompe facilmente dalla bocca e dal cuore.
In questi stessi giorni, oltre alle scosse telluriche, abbiamo continuato a sentire l’eco delle scosse belliche che martellano Mosul e altre città della Siria. Sono luoghi cari a tutti noi, dall’Umbria di san Benedetto alla piana di Ninive di sant’E f re m . Luoghi dove lungo i secoli tanti cristiani hanno vissuto, hanno pregato, hanno sofferto, hanno aperto i loro cuori al Signore e agli uomini. Luoghi di pellegrinaggio verso località segnate dalla nascita o dalla morte dei santi: dal viaggio della pellegrina Egeria alla tomba di Efrem nel IV secolo, fino a quelli di tanti monaci a Norcia, culla di san Benedetto e dei fratelli che lì pregavano ogni giorno. In entrambi i luoghi — in Umbria e in Mesopotamia — fedeli e monaci hanno pregato, gioito e pianto in quelle chiese oggi ridotte a macerie. Uomini e donne, monaci e monache che a Norcia hanno dovuto lasciare case e celle, masserie e lavori del quotidiano impegno monastico, nel pianto e nella sofferenza. Uomini e donne, sacerdoti e fedeli ritornati a casa nella loro Qaraqosh, in Iraq, che mai avevano lasciato nel profondo del loro c u o re . Quelle macerie, dall’Umbria alla piana di Ninive, sono intrise del canto gregoriano dei monaci, di quello bizantino dei fedeli, del canto siriaco che porta gli accenti e il suono della stessa lingua parlata da Gesù. Croci gettate a terra dagli uomini, croci crollate al suolo a causa delle scosse: immagini che in queste settimane si sono presentate quasi in parallelo ai nostri occhi. In quelle croci, tra quelle mura, in quei sassi, erano e sono contenute le preghiere degli uomini e delle donne, dei monaci, delle monache, dei pellegrini che le hanno imbevute di fede e di speranza. Un confratello monaco in questi giorni mi confessava: «La creazione e il cuore umano portano una ferita che ogni tanto fa tremare tutto ». Ma da questa ferita, che si congiunge sempre a quella del Signore sulla croce, sgorga la speranza. Due immagini sono diventate quasi un’icona ai nostri occhi: monaci e popolo che pregano inginocchiati nella piazza di Norcia tra le rovine degli edifici crollati; monaci, preti e popolo che pregano a Qaraqosh in mezzo alle macerie. Da queste macerie, dall’Italia all’Iraq, rinasce la speranza, la vita. Rinasce proprio dalla preghiera del popolo e dei monaci, inginocchiati in piazza, raggruppati intorno a un piccolo altare tra le pietre. In queste settimane trascorse dal 24 agosto il terremoto ha scosso le nostre case, le nostre chiese, i nostri cuori. Ci ha fatto versare lacrime per quella storia andata in frantumi, per quelle persone che hanno perso i loro cari, le loro case, il loro lavoro, in definitiva le loro radici. Ma le radici vere, malgrado la devastazione del sisma, rimangono lì, a Norcia come a Qaraqosh. Non si separano dalla terra che le ha generate, le ha fatte crescere, vivere, a m a re . Ci sono immagini che continuano a colpire i nostri occhi, i nostri cuori: Aleppo devastata fino all’inverosimile, Mosul riflessa nella sofferenza dei pochi che ancora sopravvivono, Qaraqosh ferita nelle sue chiese distrutte, Norcia e tanti paesi dell’Italia centrale tra le macerie. Chiese e case devastate dalla terra che trema o distrutte da altre scosse non meno micidiali, quelle delle bombe e dell’o dio. Domenica mattina a Norcia e a Qaraqosh, monaci e popolo pregavano inginocchiati nella piazza. Celebravano l’eucaristia attorno a un piccolo altare, in mezzo a ciò che resta delle chiese, annunciando la risurrezione di Cristo con fede e speranza, con un unico canto di vittoria. Che non è la vittoria degli uomini ma quella del loro Signore: «Venite, prostriamoci e adoriamo Cristo Signore. Salvaci, figlio di Dio, risorto dai morti».

© Osservatore Romano - 4 novembre 2016