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Dalla Predicazione FrancescanaLorenzo Turchi

La predicazione dell’Osservanza francescana non si esauriva nell’esortazione alla conversione individuale, ma tendeva a tradursi in interventi concreti sulla società. Attenti alle problematiche economiche e sociali delle città nelle quali operavano, i predicatori cercavano di offrire risposte capaci di incidere concretamente sulla vita dei fedeli.

In questa prospettiva deve essere collocata la promozione dei Monti di Pietà, istituzione ideata e promossa dai Francescani, grazie ai quali l’elaborazione intorno alla povertà, alla ricchezza e all’uso del denaro trovò una significativa applicazione pratica. Questo pensiero, che oggi sbrigativamente definiremmo come “etica economica”, elaborato e diffuso sul piano della predicazione, poteva così tradursi in un’istituzione destinata a coniugare solidarietà cristiana e un servizio di credito: il Monte di Pietà rappresenta il momento in cui la predicazione osservante riesce a tra sformare un messaggio religioso ed etico in una concreta realtà istituzionale.

La nascita dei Monti non deve, tuttavia, essere interpretata come il risultato improvviso di un’intuizione isolata. La loro affermazione fu piuttosto l’esito di una lenta maturazione di esigenze già presenti in nuce nella società urbana, che i francescani seppero cogliere, interpretare e tradurre in forme concrete di intervento. Se, dunque, in ambito civico era già maturata la consapevolezza della necessità di introdurre strumenti innovativi nel campo del piccolo credito, furono soprattutto la predicazione e l’azione dei frati Osservanti a contribuire efficacemente alla loro concreta realizzazione.

A Siena, già nel 1420 si era fatta strada l’idea di istituire un servizio pubblico cristiano alternativo a quello ebraico, senza tuttavia giungere alla fondazione di un Monte prima del 1472. A Perugia, invece, nel 1462 le autorità cittadine diedero vita a quello che è generalmente considerato il primo Monte di Pietà, anche per effetto della predicazione di fra Michele Carcano. Quanto a Roma, il Monte di Pietà fu fondato per iniziativa del frate osservante Giovanni Maltei da Calvi e approvato da Paolo III con la bolla Ad Sacram Beati Petri Sedem del 9 settembre 1539: la nascita dell’istituzione prese le mosse dalla preoccupazione espressa da alcuni “uomini di buona volontà” per la numerosa presenza di poveri in città, della quale il francescano Giovanni Maltei da Calvi si fece interprete presso il pontefice.

Come osserva Maria Giuseppina Muzzarelli, gli elementi a partire dai quali sarebbe stato possibile concepire un’iniziativa di questo genere erano da tempo presenti nelle città del tardo Medioevo; si trattava, tuttavia, di ricomporli entro una nuova proposta capace di rispondere alle esigenze di una società urbana che viveva in una condizione economica difficile: “il bisogno diffuso di piccolo credito, le condizioni onerose dei pur utili, anzi richiesti servizi feneratizi prestati dagli ebrei, la opportunità di distinguere chi poteva essere aiutato senza elemosina da chi solo grazie a quest’ultima avrebbe avuto un momentaneo sollievo, l’esperienza di radunare, in forma di cumulo di risorse, denaro da concedere a credito a condizioni definite”.

Fu soprattutto in ambiente francescano che questi diversi elementi trovarono una sintesi particolarmente efficace: grazie al contatto diretto con la popolazione urbana e alla loro preparazione, i predicatori osservanti furono in grado di intercettare i bisogni e le esigenze della società e di tradurli in una concreta proposta istituzionale.

Ma che cos’era, sul piano pratico, un Monte di Pietà e secondo quali meccanismi operava? Queste “nuove agenzie di credito” – che riprendevano e superavano il modello dei banchi ebraici su pegno – presentavano un’articolata organizzazione interna. Anzitutto, vi erano coloro che garantivano il funzionamento del Monte, ovvero i vari “presidenti”, rappresentanti dell’istituzione; a questi si affiancavano gli ufficiali incaricati della sua gestione quotidiana. Tra questi, le due figure principali erano il “depositario”, responsabile dell’amministrazione del denaro, che riceveva e consegnava le somme ai clienti, e il “soprastante”, al quale spettava invece la gestione dei pegni: egli aveva il compito di riceverli, registrarli, custodirli e restituirli una volta riscattati.

La registrazione e la valutazione del pegno costituivano infatti momenti essenziali dell’intera operazione creditizia. Qualora il debitore non avesse restituito entro i termini stabiliti la somma ricevuta in prestito, il bene impegnato non poteva essere riscattato e veniva quindi destinato alla vendita all’asta, così da consentire al Monte di recuperare il denaro prestato. A queste figure si aggiungevano il notaio e, infine, funzionari minori, come i garzoni, incaricati di diversi servizi, tra cui quello di avvisare i clienti dell’approssimarsi della scadenza dei pegni.

In questo modo il Monte rappresentava la trasformazione della pietas in istituzione. La solidarietà cristiana non rimaneva affidata esclusivamente alla disposizione caritativa del singolo, ma assumeva, grazie al Monte, una struttura organizzata, dotata di statuti, capitale, funzionari, regole, pegni e procedure.

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