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agredaA cura di P. Pietro Messa, ofm
 
Dal materiale inerte della cenere al fuoco della Pentecoste: questo è il cammino che la Chiesa quale madre e maestra fa compiere ai fedeli. Proprio il contrario di quanto avviene in natura per cui si comincia con un gran fuoco di paglia e si finisce nella cenere spazzata via dal vento! E questo tragitto la liturgia lo compie da oltre duemila anni, a dispetto di quanti dicono che lo Spirito Santo è stato dimenticato in alcuni secoli. Ed ecco, se ce ne fosse bisogno di una riprova, quanto ebbe a scrivere la venerabile Maria d’Agreda (1602-1665) in una “romanzo teologico”, ossia La mistica Città di Dio (Edizioni Porziuncola, Assisi)..

Il giorno di Pentecoste, di buon mattino, sua Altezza esortò gli apostoli, gli altri discepoli e le donne - in tutto centoventi persone – ad invocare l'Onnipotente più fervidamente e a ravvivare la speranza, poiché ben presto sarebbero stati visitati dal­l'alto. Mentre stavano pregando con la celeste Signora, al­l'ora terza si sentì nell'aria un fragore di tuono ed un ven­to impetuoso accompagnato da un grande splendore, co­me di baleno e di fiamma, che riempì di luce il cenaco­lo; e sopra coloro che erano riuniti si diffuse il Fuoco di­vino. Comparvero sul capo di ognuno alcune lingue del­lo stesso fuoco, nel quale veniva lo Spirito Santo, col­mando tutti e ciascuno di doni sublimi, con effetti assai diversi, nel cenacolo e in Gerusalemme, a seconda dei soggetti.
Solo chi abita nei cieli potette ammirare ciò che ac­cadde in Maria: la nostra capacità è troppo inferiore per riuscire ad intenderlo e spiegarlo. La gran Regina fu ele­vata e trasformata in Dio: vide la terza divina Persona chia­ramente e per intuizione; godette della visione beatifica, anche se in modo transeunte, e ricevette più doni dello Spirito lei sola di tutti i santi considerati insieme. In quel lasso di tempo ebbe una gloria superiore a quella degli an­geli e dei beati. Dette lode e rese grazie al Signore più di quanto tutti coloro che vivono in paradiso non facciano per aver egli mandato il Paraclito sulla santa Chiesa ed es­sersi così obbligato ad inviarlo ad essa molte altre volte, governandola e assistendola per suo mezzo fino alla fine dei secoli. In questa occasione, la beatissima Trinità gradì le opere della Vergine e se ne compiacque al punto da tro­varvi pieno compenso per la grazia effusa sul mondo. E non solo: l'Altissimo si considerò come costretto a elargi­re tale beneficio a motivo della presenza sulla terra di que­sta singolare creatura che il Padre considerava come figlia, il Figlio come madre, lo Spirito Santo come sposa, e che pertanto - a nostro modo di intendere - doveva visitare e arricchire dopo averla innalzata a una dignità tanto subli­me. Nella degna e felice sposa furono rinnovati tutti i ca­rismi del Consolatore, con nuove operazioni che noi non siamo in grado di comprendere.
Anche gli apostoli, come dice san Luca, furono riem­piti del Fuoco divino che accrebbe in loro in sommo gra­do la grazia giustificante, nella quale essi soli furono con­fermati così da non poterla più perdere. Vennero loro in­fuse rispettivamente, in misura appropriata, le caratteristi­che specifiche dei sette doni: sapienza, intelletto, scienza, pietà, consiglio, fortezza e timore. I Dodici conservarono questa elezione rigeneratrice dovuta a tale grande, mera­viglioso ed inusitato beneficio, affinché fossero ministri idonei della nuova alleanza e fondatori della comunità cri­stiana. Difatti ricevettero una forza divina che li orientava in modo efficace e soave all'eroicità nelle virtù e nella san­tità, come pure li animava a pregare ed agire con pron­tezza e facilità quando affrontavano imprese ardue e diffi­cili, e ciò non con tristezza o sotto l'impulso della neces­sità, ma con gioia e letizia.
I medesimi effetti furono operati anche negli altri discepoli presenti nel cenacolo, sui quali discese lo Spi­rito Santo; tuttavia costoro non furono confermati in gra­zia come gli apostoli, ma ebbero i doni con maggiore o minore abbondanza in base alla disposizione dei singoli e in vista dei diversi ministeri ecclesiali che sarebbero sta­ti loro affidati. Anche tra i Dodici ci fu una proporzione: san Pietro e san Giovanni, infatti, a motivo degli alti uf­fici che assunsero - l'uno di governare la Chiesa come ca­po, l'altro di assistere e servire la sua Regina e signora del cielo e della terra - si distinsero in modo particolare nel ricevere queste grazie. La sacra Scrittura afferma che il Soffio divino riempì tutta la casa, non solo a motivo del dono in essa ricevuto dai discepoli ivi felicemente riu­niti, ma perché l'edificio stesso fu inondato di luce am­mirabile e di splendore. Una tale abbondanza di meravi­glie e di prodigi traboccò fuori del cenacolo e si comu­nicò agli abitanti di Gerusalemme, producendo vari e di­versi effetti. Tutti quelli che, mossi da qualche sentimen­to di pietà, avevano interiormente condiviso la sofferen­za del nostro Redentore durante la sua passione e mor­te, dolendosi per i suoi acerbi tormenti e provando rive­renza verso la sua persona, furono illuminati interior­mente dalla grazia, la quale li dispose ad accettare in se­guito la dottrina predicata dagli apostoli. Tra coloro che si convertirono in seguito al primo discorso di san Pie­tro vi furono molti di questi, i quali così ottennero gran frutto dalla compassione provata per la morte di Gesù. Ugualmente ad altri giusti, che si trovavano in Gerusa­lemme fuori del cenacolo, fu donata una grande conso­lazione interiore, grazie alla quale il cuore di ciascuno di­venne disponibile a tal punto da permettere allo Spirito Santo di operarvi nuovi prodigi.

Per un approfondimento cfr. http://www.agreda.info/

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