L’8 novembre la Chiesa ricorda Giovanni Duns Scoto L’8 novembre la liturgia celebra la memoria del francescano Giovanni Duns Scoto, frate minore vissuto tra il 1265-66 e il 1308, docente presso le università di Oxford e Parigi, uno dei grandi maestri della Scuola francescana. Figura esemplare per rigore e onestà nella ricerca, obbedienza alla Chiesa e fedeltà al Pontefice, filosofo che ha condotto la ragione metafisica ai vertici delle sue possibilità, teologo del primato di Cristo e difensore dell’Immacolato Concepimento di Maria, Duns Scoto è una di quelle menti eccezionalmente acute (tanto da meritare l’appellativo di Doctor Subtilis) che hanno contrassegnato la storia della filosofia e della teologia.
«Accanto alla cattedrale maestosa di Tommaso d’Aquino – scriveva Paolo VI nella epistola Alma Parens (1966) – c’è quella degna d’onore che elevò al cielo su ferme basi e con arditi pinnacoli l’ardente speculazione di Giovanni Duns Scoto».
Duns Scoto non segue passivamente l’indirizzo agostiniano proprio dei maestri del suo Ordine, ma accoglie tutte le sollecitazioni culturali del suo tempo: si confronta con Aristotele – assumendone il rigore metodologico – e con tutte le autorità che incontra nel suo percorso, consapevole che la verità non è prerogativa e possesso esclusivo di alcuna scuola, ma è una ricerca comune e condivisa, in continua crescita e approfondimento. La sua originalità consiste nella capacità di andare oltre le certezze dottrinali dei maestri e delle scuole dominanti nel suo tempo, convinto che i grandi interrogativi non possano essere inglobati in sistemi concettuali e onnicomprensivi.
Purtroppo la figura e il pensiero di questo filosofo e teologo francescano sono ancora poco conosciuti, gli scritti poco approfonditi, se non addirittura fraintesi. Gli studi più recenti stanno cercando di colmare qualche lacuna, anche attraverso la realizzazione di una Edizione Critica delle Opere, portata avanti da oltre sessant’anni da un’apposita Commissione (la Commissione Scotista), in cui si è distinto, per competenza e dedizione, p. Barnaba Hechich ofm, recentemente scomparso.
La figura del Dottor Sottile è un tipico esempio di come un’immagine stereotipata possa condizionare gli studi successivi: nel tempo diversi autori lo hanno presentato come emblema della contrapposizione tra fede e ragione, teorico di un volontarismo tendente all’arbitrio, avversario di Tommaso d’Aquino, filosofo e teologo sospetto e poco affidabile. In realtà è stato dimostrato che Scoto e Tommaso non sono due figure parallele e antagoniste, bensì protagoniste di percorsi diversi, con la comune intenzione di illuminare le grandi questioni su Dio, l’uomo, il mondo e la vita pur partendo da presupposti filosofici diversi.
Ricerche e studi più recenti hanno contribuito a far vacillare alcuni pregiudizi sul linguaggio scotiano e sull’idea di una sottigliezza speculativa astratta e fine a se stessa: sotto il linguaggio tecnico e talvolta difficile si nasconde infatti una grande intensità intellettuale a servizio della verità e di un umanesimo cristiano; la sottigliezza esprime l’esigenza di rigore intellettuale a servizio del primato della carità.
Il pensiero di Scoto è una sintesi inscindibile di filosofia, teologia e spiritualità: Scoto ha una visione personalista e profondamente unitaria del pensiero e della vita; filo conduttore della sua speculazione è la reciproca compenetrazione di ragione e fede, nella consapevolezza che tutte le verità, naturali e soprannaturali, in quanto promanano da un’unica fonte, debbano essere in armonia tra di loro. Riconosce che l’intelletto è predisposto alla verità in tutta la sua pienezza; tuttavia storicamente, pur conservando questa vocazione originaria, ha bisogno della luce della fede. Distingue pertanto tra predisposizione naturale dell’intelletto, orientato a conoscere l’essere nella sua totalità, e condizioni attuali (pro statu isto) che lo sottomettono ai limiti dell’esperienza sensibile. Tale distinzione comporta che, nonostante le limitazioni, c’è comunque un progresso continuo verso la verità.
L’eccellenza stessa della ragione umana richiede il suo ordinamento a una perfezione superiore, che non l’avvilisce, ma ne porta a compimento le istanze: “gratia non vilificat, sed dignificat naturam”, come del resto affermava anche Tommaso d’Aquino, “gratia non tollit, sed perficit naturam”.
È quanto ha sottolineato Benedetto XVI nella epistola Laetare Colonia urbs (28/10/2008), scritta in occasione del settimo centenario della morte di Scoto: <<egli unendo pietà e investigazione intellettuale, con ingegno sottilissimo ha così profondamente penetrato i misteri della verità sia naturale che rivelata e quindi ha tratto fuori una dottrina di tale genere che è stato chiamato ‘Dottore dell’Ordine’, ‘Dottore Sottile’ e ‘Dottore Mariano’ e divenne principe della Scuola Francescana, nonché luce ed esempio di tutto il popolo cristiano>>.
L’idea di Dio come infinito, vertice della ricerca metafisica, stimola l’esercizio della ragione e offre presupposti filosofici per affrontare l’ateismo: Dio rappresenta la condizione e il fondamento di tutto il reale e della sua stessa pensabilità; pertanto se ne esclude la possibilità solo quando viene meno l’uso rigoroso del pensiero. Si perviene all’ateismo per una mancanza di profondità del pensiero: quando ci si abitua alla superficie dell’esistenza, si perde il senso dell’Assoluto. Duns Scoto, al contrario, invita a un pensare radicale, presentando Dio non come ‘oggetto’ di conoscenza, bensì come ‘fondamento’ dell’esistenza.
Riguardo alla tematica antropologica, Duns Scoto approfondisce in modo originale e ricco di implicazioni la nozione di persona: la persona viene intesa come identità unica e irripetibile, mistero inaccessibile (ultima solitudo) e relazione costitutiva (relatio trascendentalis), che si radica nella libertà della volontà, terreno sacro e inviolabile dove ciascuno è solo con se stesso e con Dio.
Questa tensione alla trascendenza illumina il destino dell’uomo: l’attrazione verso l’infinito, la pienezza di essere, di vero e di bene non può essere un’illusione, ma un desiderium naturale che, pertanto, non può ingannare.
La metodologia di Scoto è stata sintetizzata con l’espressione “Ora et cogita, cogita et ora”, pregare pensando e pensare pregando; l’espressione riflette da una parte la concezione francescana del lavoro come dono, dall’altra il principio del filosofare illuminato dalla fede. La relazione tra pensiero e preghiera, che emerge da una conoscenza diretta degli scritti del Beato, costituisce uno degli aspetti meno noti della personalità del Dottor Sottile, comunemente considerato un arido e ‘freddo’ speculativo. Sotto la veste teoretica delle delicate e ‘sottili’ trattazioni scolastiche, Scoto rivela una ricchezza spirituale che ruota intorno a Dio come Essere-Amore che fa dono supremo di sé in Gesù Cristo, ‘Capolavoro’ di Dio (Summum Opus Dei). Il metodo filosofico-teologico di Scoto riflette e testimonia l’esercizio di una filosofia ‘umile’ e di una teologia ‘genuflessa’: quando una questione risulta difficile all’intelletto, egli si inginocchia e prega, perché il Signore lo illumini e gli faccia contemplare e comprendere la verità. Tuttavia, non confonde i diversi piani della ricerca, ma ne rispetta e valorizza la reciproca autonomia.
Un esempio evidente e significativo della stretta relazione tra riflessione e preghiera è offerto nel De primo Principio, laddove ogni capitolo è introdotto e concluso con una preghiera:
«Tu, o Signore, sei l’Essere vero! / Tu, o Signore, sei l’Essere totale!
Questo io credo fermamente. / Questo, se possibile, desidero conoscere.
Aiutami Signore a comprendere
quanta conoscenza di te, che sei il vero essere,
possa raggiungere la mia ragione naturale,
cominciando dall’essere, / che ti sei autodefinito» (cfr. I, 1).
Il pensiero di Duns Scoto è un umanesimo teologico e una filosofia della libertà: l’uomo è ‘impastato’ di contingenza e trascendenza, di limitatezza e desiderio di infinito, di fragilità e volontà di bene, ma solo la teologia illumina il significato di questa ambivalenza. La caratteristica che il Maestro francescano sottolinea maggiormente di Dio è l’amore: con grande chiarezza egli afferma che Dio è ‘essenzialmente amore’, non solo nelle sue azioni, ma nel suo stesso essere. L’amore pertanto si diffonde dove Dio crea altri esseri, chiamati all’esistenza per essere ‘co-amanti’ (condiligentes) ai quali comunicare la vita divina, che è amore, pienezza di bene, beatitudine e gioia. Questa metafisica dell’amore, che è una metafisica della libertà, è fondamento dell’antropologia e ha ripercussioni nella società, nella cultura e nella storia.
Il primato di Cristo, definito mirabilmente ‘Capolavoro’ di Dio (Summum Opus Dei) è secondo Duns Scoto la chiave di lettura del senso della vita e della storia, principio di comprensione dell’universo: Cristo è colui che armonizza prodigiosamente finito e infinito, immanenza e trascendenza. Il mondo, creato in vista di Cristo, assume una sacralità intrinseca, in quanto sacramento della presenza nascosta di Dio, glorifica Dio perché orientato a lui con ordine, armonia e bellezza.
Duns Scoto, metafisico eccezionale, profondo e penetrante, ha saputo offrire una interpretazione unitaria e dinamica di Dio, dell’uomo e del mondo, in perfetta sintonia con lo spirito francescano. Per tale motivo Paolo VI nella già citata epistola Alma Parens lo ha definito “perfezionatore e rappresentante più qualificato della Scuola francescana”. Autore difficile ma non complicato, Scoto non parla alle menti superficiali, ma agli spiriti esigenti, profondi, lucidi e penetranti. È dunque modello e punto di riferimento significativo per gli studiosi nell’attuale contesto culturale, insidiato dalle tendenze, opposte ma convergenti, del relativismo e del fondamentalismo, in cui viene richiesto particolare coraggio, coerenza e onestà intellettuale. La sua speculazione tende alla sintesi ma nello stesso tempo è attenta al particolare concreto e orientata alla vita; ci offre la splendida articolazione di un umanesimo cristiano, dove il sapere è finalizzato al ben vivere, nel contesto di una società giusta, pacifica e fraterna.
Marcella Serafini
Istituto Teologico di Assisi
Pubblicato da L’Osservatore Romano (venerdì 8 novembre 2013), p. 4