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Il premio Robert Bresson verrà consegnato a Liliana Cavani, in occasione della settantacinquesima mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, in programma dal 29 agosto all’8 settembre.

È la prima volta che il riconoscimento viene assegnato a una donna. La regista riceverà il premio — promosso dalla Fondazione Ente dello Spettacolo e patrocinato dal dicastero per la Comunicazione e dal Pontificio consiglio della Cultura — nel corso di una cerimonia che si terrà martedì 4 settembre al Lido di Venezia. Il premio Robert Bresson è stato istituito nel 1999 e viene conferito ogni anno al regista che, con la sua opera, abbia dato testimonianza del difficile percorso di ricerca spirituale nell’esistenza umana. Nelle precedenti edizioni è stato conferito, tra gli altri, a Giuseppe Tornatore, Manoel de Oliveira, Theo Angelopoulos, Krzysztof Zanussi, Wim Wenders, Jean-Pierre e Luc Dardenne, Ken Loach, Andrei Končalovskij, Carlo Verdone.

A colloquio con Liliana Cavani

Il prossimo 4 settembre, nel corso del Festival di Venezia, verrà assegnato il Premio Bresson a Liliana Cavani. Autrice de Il portiere di notte (1974) ma anche di film dedicati a San Francesco e di vari documentari importanti, con la sua opera la regista italiana si è interrogata spesso sul senso della vita, declinando questa ricerca sul piano storico, religioso e sociale.

Lei ha realizzato ben tre film su San Francesco, «Francesco d’Assisi» (1966) per la televisione, «Francesco» (1989) per il grande schermo, e «Francesco» (2014) di nuovo per la televisione. Come è nato l’interesse per la sua figura?

Liliana Cavani con Marcello Mastroianni dietro le quinte del film «La pelle» (1981)

Il mio primo Francesco è nato semplicemente come un’occasione di lavoro. Angelo Guglielmi, storico dirigente della Rai, era un mio amico, e mi disse che per il 4 ottobre doveva fare una trasmissione su san Francesco. Lui non era credente e neanche io, almeno nel senso tradizionale. Per puro caso, tuttavia, proprio in quei giorni comprai su una bancarella un libro di fine Ottocento di un medievalista francese e biografo di Francesco, Paul Sabatier. E mi sembrò come un romanzo di formazione straordinario. Mi venne da lì l’idea per un film su Francesco. Infine trovammo in Leo Pescarolo un produttore disposto a fare un film anche con un budget ridottissimo. La chiave di lettura è stata quella di cogliere Francesco nella sua vita quotidiana, nei suoi incontri con la gente, nella sua famiglia. In quell’occasione volevo fare la cronista più che la regista. Il taglio della cronaca di viaggio fra l’altro ci permetteva di contenere i costi, ma per me era anche giusto farlo così perché sentivo l’esigenza di scoprire la figura di Francesco e questo mi sembrava il modo migliore. Un cinema-verità, dunque, ma molto sentito anche interiormente. Sta di fatto che il taglio non agiografico era talmente inedito che inizialmente alla Rai avevano delle resistenze a trasmetterlo. Fu monsignor Francesco Angelicchio, allora direttore del Centro cattolico cinematografico, a difenderlo. E si rivelò un gran successo.

Perché in seguito ha sentito l’esigenza di tornare sullo stesso argomento?

È un’esigenza nata soprattutto dalla meditazione. Cioè dalle domande fondamentali che si pone l’uomo almeno dall’epoca dei presocratici. Personalmente non ho mai creduto che tutto possa limitarsi soltanto a quella serie infinita di guerre e di sopraffazioni che è la storia per come ci appare. Mi sono sempre detta che deve esserci altro. In tal senso, per me la figura di san Francesco rappresenta una chiave per capire il senso della vita umana. Che avventura è. D’altronde la fraternitas, in senso così sociale, così vissuto, in pratica se la inventa lui. E poi non puoi cogliere il senso della realtà se non ci metti anche l’immortalità dell’anima. Io ho fatto un film per la televisione anche su Einstein (Einstein, 2008), e lui disse: «Dio non gioca a dadi», cioè non è che viviamo nel caos, siamo noi casomai a crearcelo.

Nell’ultimo «Francesco», quello di nuovo per la televisione del 2014, c’è un Elia rappresentato in maniera piuttosto benevola rispetto ad altre rappresentazioni o alle cronache di certi storici. Elia è stato l’uomo della mediazione. Era dunque un modo per dire che a volte il compromesso è utile?

Mickey Rourke nei panni di Francesco(1989)

Elia dà slancio alla comunicazione di Francesco, ha senz’altro aiutato la diffusione del suo pensiero, ma alla fine è un politico. Non volevo darne un’immagine tanto positiva quanto attuale. Ancora oggi è così. C’è chi crede nel rispetto delle strutture e chi crede semplicemente nella purezza dell’esempio, come Francesco e Chiara. Quello che mi interessava, insomma, era rendere le varie sfaccettature del pensiero francescano, per farne capire anche la modernità. E quella di Elia è una di queste sfaccettature, quella più pratica.

Uno dei leitmotiv della sua filmografia è la ribellione nei confronti del mondo dei padri. Lo vediamo in Galileo (raccontato per la televisione in «Galileo», 1968), per come si oppone al modo di pensare della generazione precedente, in san Francesco, che in qualche modo rinnega la vita che aveva condotto fino a un certo punto in famiglia, lo vediamo soprattutto nell’Antigone de «I cannibali» (1970), essendo l’eroina di Sofocle proprio l’archetipo della ribellione contro il padre. A mezzo secolo esatto dal 1968, data che più di ogni altra simboleggia questi concetti, pensa che i giovani di oggi fanno ancora bene a ribellarsi ai genitori? E se sì, è giusto farlo in maniera anche drammatica, come accadde per l’appunto mezzo secolo fa, o è più giusto seguire una via più morbida, più graduale?

Quella di Francesco è stata una via morbida, perché lui predicava la pace. E io penso che la pace sia ancora oggi validissima, modernissima. E ancora da sfruttare, visto che fino a oggi non lo si è fatto abbastanza. Un modo pacifico per opporsi ai vecchi modi di pensare è continuare a farsi domande sul senso della vita. In questo percorso c’è già implicito un miglioramento rispetto alle generazioni passate.

Fra i suoi due Francesco televisivi sono passati un po’ di anni. Come è cambiata nel frattempo la televisione italiana? Prima era una televisione che accoglieva anche opere di stampo sperimentale, oggi al contrario sembra tutto molto standardizzato.

Il livello intellettuale che ho incontrato all’epoca del primo Francesco — penso a nomi come Guglielmi, Fabiani, Silva — era molto alto. Fabiani per esempio mi fece fare La donna nella Resistenza (1965), il primo documentario in assoluto sulle partigiane. Con Silva feci Storia del terzo Reich (1964). Si facevano cose che in seguito non sono più state possibili. Da lì in avanti i progetti si sono dovuti scontrare con un apparato burocratico diventato asfissiante anche per la lotta politica che c’era alla base di tutto. Già ai tempi de La casa in Italia (1965), documentario che raccontava la migrazione dal sud al nord del paese, nacquero i primi problemi. Perché parlavo anche della Cassa del Mezzogiorno, tema spinoso da vari punti di vista. La prima puntata fu trasmessa intera, la seconda già tagliata di un quarto d’ora, l’ultima durava solo venti minuti per quanto era stata censurata. A livello politico c’era molto, troppo conservatorismo. Il piattume in Rai è dunque cominciato in realtà molto presto a causa delle lotte politiche e di una spartizione di potere.

Sempre nel 1965 ha dedicato anche un bel documentario alla figura di Charles de Foucauld, «Gesù mio fratello». Che cosa l’ha colpita di questo personaggio?

Quel documentario mi fu chiesto da Pier Emilio Gennarini, ma a me interessava molto, mi incuriosiva. E come argomento possiamo dire che è un po’ il pre-Francesco. Andai in Francia e in Siria a cercare i piccoli fratelli di Gesù, ovvero i seguaci dell’ordine di de Foucauld, grazie all’aiuto del fondatore dell’ordine René Voillaume. Ricordo che intervistai un camionista, e gli chiesi: «Perché sei diventato piccolo fratello di Gesù?» e lui mi rispose: «Qui i camionisti sono migliaia, ci vuole pure qualcuno che preghi per loro». Una cosa che mi colpì molto. Di de Foucauld in generale mi affascinava il fatto che era un ufficiale di cavalleria e che a questa ricerca spirituale arrivò lentamente. Raggiunge le suore clarisse di Betlemme e chiede di fare il giardiniere e l’ortolano. E poi decide di andare a Tamanrasset, in Algeria, perché anche queste tribù avessero la Parola di Gesù. Non si preoccupava di rimanere una figura marginale, al punto che l’ordine fu fondato poi da Voillaume a partire da alcuni scritti in cui de Foucauld immaginava soltanto come poteva essere un suo ordine. Una storia molto affascinante.

Invece di Milarepa — religioso tibetano a cui ha dedicato un film omonimo nel 1973 — e della spiritualità orientale in generale che cosa la affascinava?

Mi interessava il fatto che anche a quattromila metri di altezza, in luoghi in cui si vive quasi di nulla, c’è una ricerca di Dio, una ricerca di senso della vita, e un senso di partecipazione al comune essere. Nonostante una piccola casa di distribuzione il film andò molto bene, soprattutto presso gli studenti. La spiritualità orientale era sicuramente una moda fra i giovani, ma sicuramente fra loro c’era anche un modo di pensare straordinario. Se pensiamo che I cannibali l’ho potuto girare per le strade di Milano senza permesso grazie agli studenti che bloccavano il traffico sdraiandosi per terra. Fra i giovani inoltre c’era un bel senso di familiarità.

Anche «I cannibali» ebbe un ottimo successo.

Sì ed ebbe un ottimo riscontro anche al Festival di New York. Subito dopo un dirigente della Paramount chiese di incontrarmi. Disse che il film gli era piaciuto molto ma voleva cambiare il finale. Voleva mettere un lieto fine ad Antigone! Io e i miei collaboratori gli facemmo notare che il film si basava su un’opera di Sofocle. Ma lui non sapeva chi fosse… Comunque il produttore del film, Enzo Doria, si arrabbiò molto per il mio rifiuto, perché la cifra che mi avevano offerto era davvero esorbitante. Nell’ottica della Paramount, poteva essere per i giovani come Easy Rider, che era appena uscito.

Almeno in campo artistico, il cinema è uno degli ambienti più maschili. Cosa ha significato essere una donna in un ambiente con una prevalenza maschile così netta? Ha mai avvertito attorno a sé diffidenza, scetticismo per il solo fatto di essere donna?

Non ho mai sentito alcuna discriminazione, se c’è stata non me ne sono accorta. Il rapporto con le troupe di ogni film è stato fantastico. I tecnici del cinema sono un’umanità fantastica. Piena di dedizione, che ama il suo lavoro. Il cinema italiano ha sempre avuto una grande risorsa in questo. E nemmeno da parte dei produttori ho mai ricevuto un rifiuto per il solo fatto di essere donna.

Pensa che anche all’estero sia così?

Penso che un po’ di discriminazione ci sia, ma che un po’ anche si esageri nel dire ciò. C’è anche chi ha vinto un Oscar d’altronde. Sicuramente però il numero delle donne è esiguo, e questo dipende da tante cose.

C’è chi dice che questo dipende dal fatto che dovendo organizzare il lavoro di decine di persone, il regista deve essere un po’ un generale, e gli uomini sono tradizionalmente più abituati a un ruolo del genere.

Io non mi sono mai sentita né un generale né un colonnello. Perché sì, è un lavoro duro, ma è anche un lavoro che richiede collaborazione. Ognuno fa la sua parte. È una condivisione.

A settembre le verrà assegnato il prestigioso premio Bresson, che ha un albo d’oro composto da molti registi importanti e che è soprattutto intitolato a un grandissimo nome del cinema. Robert Bresson ha mai rappresentato un modello per lei?

Io avevo tre registi che seguivo con particolare interesse: Dreyer, Bresson e Bergman. Ai tempi dell’università avevo organizzato insieme ad alcuni miei compagni un piccolo cineclub a Carpi, in una sala che ci prestava la parrocchia. E andavamo sempre a Bologna a prendere copie di film di questi tre grandi nomi. Anche solo a livello inconscio, sono stati tutti e tre dei modelli. E a questi aggiungerei De Sica, che ho sempre ammirato tantissimo per la positività che sapeva infondere al suo cinema. Invece un nome a cui sono stata spesso accostata per i miei film a sfondo storico, che è quello di Visconti, lo sento molto lontano dal mio cinema. E lo stesso Visconti mi diceva la stessa cosa.

I suoi film di carattere storico hanno sempre una valenza allegorica molto forte. Oggi vanno piuttosto di moda i film biografici, ma sono quasi sempre soltanto delle cronache, magari fatte anche bene ma che puntano più all’intrattenimento che a far pensare lo spettatore.

Sì però anche l’Odissea e l’Iliade, cioè le prime grandi narrazioni, in fondo furono create per dare emozioni. Si facevano delle descrizioni che permettessero al lettore proprio di vedere e sentire i luoghi. Quando nell’Iliade combattono nel fiume Scamandro, ti sembra di sentire lo “splash”, cioè il rumore di quelli che cadono nell’acqua uccisi. Quindi questa componente di illustrazione e di intrattenimento c’è sempre stata. Ed è importante perché ti dà l’impressione di stare dentro al racconto.

Uno dei vari personaggi importanti che aveva mostrato apprezzamento per il suo cinema era Pasolini. C’è qualcosa che accomuna i vostri modi di fare cinema?

Sicuramente un modo secco di raccontare, senza fronzoli. E poi il fatto di esprimersi in modo molto moderno, cioè molto attraverso la cinepresa e non attraverso dialoghi interminabili. Ma anche la voglia di raccontare qualcosa che fosse connesso in modo intenso con la vita vera. Evitare l’idea di un racconto fine a se stesso.

Nel 2012 ha dedicato un documentario alle monache clarisse di Urbino, intitolato appunto «Clarisse». Com’è nata quest’esperienza e che impressioni le ha lasciato?

In quell’anno mi fu chiesto di partecipare con un intervento a un convegno organizzato dalla Ceidal titolo Cristo nostro contemporaneo. Mi si chiedeva un intervento orale, ovviamente. Ma io preferii partecipare con quello che so fare meglio, dunque un film. L’argomento mi fu suggerito anche dalla conoscenza di una ragazza di Carpi, mia città natale, che aveva deciso di farsi monaca lasciando i familiari un po’ sconvolti. Si trattava di una ragazza molto bella che si era appena laureata in medicina. Devo dire che anche io, tanto con lei, quanto con le clarisse intervistate per il documentario, mi aspettavo di trovare delle mentalità più chiuse, persino più arretrate. E invece ho trovato donne e ragazze assolutamente normali, aperte, curiose. È stata un’esperienza che ha colpito tutti quelli della mia troupe, e il documentario ha avuto un bellissimo riscontro non solo a quel convegno, ma anche alla proiezione che venne fatta al Festival di Venezia — dove vinse il Premio Pasinetti — in una sala piena di giovani che l’hanno applaudito a lungo.

 

di Emilio Ranzato

© Osservatore Romano - 29 agosto 2018