Maria BarbagalloNon mi meraviglierei se un giorno o l’altro, il nostro Papa Francesco ci regalasse un’enciclica sul Sacro Cuore di Gesù. Non vedo riferimento più adeguato del Cuore di Cristo per indicarci come vivere l’Anno santo della misericordia. Il Papa nella Bolla ci dice: «L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole.
La Chiesa «vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia» (n. 10). Facendoci riflettere sulle opere di misericordia spirituali e corporali poi, il Papa ci sta dicendo che la misericordia non solo bisogna riceverla da Dio ma viverla e praticarla con gli altri. E i suoi continui riferimenti alla rivoluzione della tenerezza sono una rinnovata pedagogia per vivere questo tempo difficile per le persone, per le famiglie, per la società e per le nazioni. La spiritualità del Sacro Cuore di Gesù, lungi dallo scadere in forme di sentimentalismo e di devozionismo, ci offre molti significativi motivi per imparare ad accogliere la grazia della misericordia di Dio e avere basi solide per questo anelito di santità che la chiesa vuole alimentare nei fedeli. Penso che sia importante riconoscere che soprattutto le donne devono saper essere icone di misericordia nell’ambito in cui sono chiamate a vivere. Sappiamo per esperienza che sono le donne le prime a dover assumere i ruoli della misericordia con la famiglia, con i figli, con le persone difficili e in particolare con gli ammalati, i disabili, i sofferenti. Ed è alle donne soprattutto che il Sacro Cuore di Gesù ha rivelato i misteri del suo amore e le ha fatte partecipi di quella tenerezza che il suo Cuore di Padre, di Fratello, di Amico, di Sposo e di Salvatore ha voluto manifestare per favorire il nostro avvicinamento a Lui. Rileggendo le Rivelazioni dell’Am o re Divino di Giuliana di Norwich, mistica inglese del 1300, mi hanno impressionato queste parole: «È così vero che Dio è nostro Padre come è nostra Madre (...). La tenerezza di una madre è la maggiore intimità, la maggiore vicinanza ed è la più sicura e vera. Questa tenerezza non si potrebbe né si dovrebbe realizzare pienamente se non in Gesù». L’incontro personale con il Signore della vita ci predispone a capire che abbiamo bisogno di misericordia per poterla donare a chi ne ha così tanto bisogno. Giuliana di Norwich parla anche della gioia che si prova nell’esperienza di questa tenerezza del Cuore di Cristo e il conforto che ne deriva. Evidentemente le grandi mistiche del Sacro Cuore ci parlano in modo così affettivo di Dio da impressionarci e anche da impaurirci, perché quel livello di intimità con Gesù — tanto da far propri i sentimenti che furono di Cristo — comporta anche la condivisione della Passione del Cuore di Gesù. Di fatto però nessuno può essere esente dalla “passione” che questa vita riserva a tutti, specialmente quando si condividono e si praticano i criteri del Vangelo. Queste mistiche ci dicono che la Passione di Gesù è fonte di consolazione e di forza nel momento del dolore, della desolazione, della solitudine. Così anche una delle ultime mistiche, santa Faustina Kowalska. Quante volte leggiamo di queste mistiche che hanno avuto il dono di riposare sul Cuore di Gesù, come santa Margherita Maria Alacoque. Quante situazioni viviamo giorno dopo giorno soprattutto nelle famiglie, che chiedono preghiere, conforto, sostegno. Chi non desidererebbe riposare sul Cuore di Gesù in tanti momenti difficili della propria vita? Ritengo che a torto la devozione al Sacro Cuore sia ritenuta superata perché intimista e poco adatta alla mentalità del nostro tempo, poiché essa è un’e s p re s s i o ne alta della spiritualità cristiana; è il fondamento per praticare le opere di misericordia spirituali e corporali in senso cristiano e non puramente umanitario, e può essere davvero una base pastorale per la nuova evangelizzazione. Infatti l’incontro con la misericordia di Dio nei nostri confronti ci dà la possibilità di praticare la misericordia verso gli altri. Sono tre gli aspetti della spiritualità del Sacro Cuore che ritengo ottimi per la nostra vita ancora oggi. Uno è la preghiera che ci porta a fare nostri i sentimenti del Cuore di Gesù. Lui stesso ci ha detto: «Imparate da me che sono mite ed umile di cuore» (Matteo , 11, 29) e per imparare occorre “s t a re ” con Lui, con la sua Parola, con il suo Vangelo. Questa scuola è l’unica vera scuola di formazione cristiana, è una scuola alla quale si apprende come e perché amare gli altri. È l’adorazione eucaristica praticata in questa devozione che insegna la pazienza di un amore che non si stanca mai di perdonare, di ricominciare, di capire e che non cerca ricompense. Vediamo nella nostra Cappella dell’Adorazione quotidiana entrare e uscire persone giovani e anziane, mamme, papà, che si fermano a pregare silenziosamente cercando risposte. A volte entrano tristi e accigliate, ed escono sereni o lasciano a noi l’incombenza di continuare a p re g a re . Un altro aspetto che il Sacro Cuore ci invita a praticare è la riparazione, che ci rende solidali con il peccato dell’umanità e ci fa partecipi della Passione di Gesù e del mondo, e ci impegna a fare il bene laddove c’è il male, a contrastare il regno del male. Le opere di misericordia spirituali e corporali sono un’ottima forma di riparazione perché ci educano a uscire da noi stessi, dalle nostre cose, aprono gli orizzonti delle nostre responsabilità e ci fanno guardare a un destino più alto. Una signora mi confidava che l’unico modo per lottare contro la sua depressione causata dai diversi drammi familiari era stato quello di occuparsi con tutta l’anima di una missione africana, dove aveva capito che migliaia di bambini sarebbero morti senza l’aiuto concreto e duraturo suo e di altre persone che era riuscita a coinvolg e re . Il Signore della vita le dava vita per poterla condividere con altri. Un uomo che aveva perduto la giovanissima figlia in un incidente stradale non si è dato pace finché ha capito che la figlia poteva vivere in altre “figlie” e ha fatto di queste ragazze abbandonate il senso della sua vita. Un terzo aspetto che si pratica nella spiritualità del Sacro Cuore di Gesù è il dono della consolazione che Dio ci dona quando ci affidiamo alla tenerezza del Suo Cuore. Del resto Gesù l’ha detto nel Vangelo: «venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi ed io vi consolerò» (Matteo , 11, 28). Questa consolazione è il dono della redenzione che porta a noi la tenerezza di Dio, come si ricava dalla seconda lettera ai Corinzi al primo capitolo: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo». Una cosa che si va comprendendo sempre meglio nella pratica del cristianesimo è che non possiamo consolare nessuno se Dio prima non consola noi. E questa consolazione arriva nei modi più diversi, spesso senza che noi ce ne rendiamo conto. In un convegno internazionale sull’emigrazione un sacerdote ci raccontò la sua esperienza mentre si trovava vicino al confine della Cambogia in un campo con centinaia e centinaia di profughi. Era l’unico sacerdote cattolico, non c’erano altri cattolici con cui condividere almeno la fede e la speranza oltre che la carità. Passavano i giorni e non riusciva a fare niente, la gente che lo circondava non capiva il suo linguaggio, disperata in cerca di qualcosa che non arrivava mai. Così il sacerdote una notte pensò di andarsene; conosceva qualche strada di fuga e qualche nascondiglio. Passò facilmente i controlli e si trovò solo tra una foresta e l’altra camminando senza sapere dove andare. Camminò tutta la notte e quando giunse in un posto che sembrava sicuro, stanco e sfinito si lasciò andare per terra presso un albero e si addormentò. Non seppe mai quante ore fossero passate. Quando si risvegliò ancora in dormiveglia, sentì attorno a lui un brusio strano di gente e ridestatosi completamente vide tutta, o quasi tutta, la gente che aveva lasciato nel campo profughi, che stava lì, intorno a lui. Non capiva, pensava che stesse sognando, ma qualcuno gli chiarì la situazione: lui se era andato e loro non avevano più nessuna speranza a cui appigliarsi, lui era l’unica consolazione. Non lui, l’amore del cuore di Dio che lo abitava. E lo avevano seguito.
© Osservatore Romano - 12 giugno 2015