Pubblichiamo l’omelia del cardinale vicario di Roma, pronunciata lunedì 27 agosto per la messa di apertura del pellegrinaggio annuale diocesano nella basilica di San Pio X , a Lourdes , alla presenza di circa seicento fedeli. di ANGELO DE DONATIS
Non posso sapere il vero motivo per cui siete a Lourdes. Posso immaginare che per qualcuno di voi sia un appuntamento sempre desiderato e atteso, magari anche ogni anno; per altri è la prima esperienza; alcuni sono qui per chiedere una grazia particolare, altri per ringraziare la Madonna; alcuni sono insieme a un numeroso gruppo parrocchiale, altri vengono in piccoli gruppetti; ci sono sacerdoti, famiglie, anziani, giovani, bambini. Tra tanti di voi permettetemi di pensare a voi mamme — o nonne — che pregate per chiedere il dono della fede per i vostri figli o nipoti, nel giorno in cui la chiesa fa memoria di santa Monica, madre di sant’Agostino. Insieme offriamo questa messa per i giovani della nostra diocesi. Per tutti c’è un invito a nozze. In questo pellegrinaggio diocesano, nell’anno il cui tema pastorale di Lourdes è «Fate quello che vi dirà», questo luogo diventa Cana di Galilea. Anche se avete deciso voi di venire a Lourdes o qualcun altro lo ha deciso per voi, ora scopriamo che in realtà Dio vi ha voluti, Dio vi ha chiamati, vi ha invitati. E per tutti voi è stato imbandito un banchetto di nozze. Se vi ritrovate in questi giorni davanti alla basilica inferiore, detta “del Rosario”, vedrete che proprio sopra le porte centrali, padre Marco Rupnik ha realizzato il mosaico che descrive le nozze di Cana, all’interno dell’insieme dei cinque misteri della luce che troviamo rappresentati in tutta la facciata: da una parte, a sinistra, vediamo gli sposi; dall’altra ci sono Maria e Gesù. E noi tutti, che davanti a quella basilica ci ritroveremo tante volte in questi giorni, siamo gli invitati a nozze. Sì, Dio ti sta invitando. Ti ha invitato. E in questa Cana-Lourdes c’è la Madre di Gesù. Lei ti precede, come ogni mamma che già conosce ciò di cui hanno bisogno i figli prima di loro. Come dice il Papa nella Evangelii gaudium : «Maria è colei che sa trasformare una grotta per animali nella casa di Gesù, con alcune povere fasce e una montagna di tenerezza. Lei è la piccola serva del Padre che trasalisce di gioia nella lode. È l’amica sempre attenta perché non venga a mancare il vino nella nostra vita. È colei che ha il cuore trafitto dalla spada, che comprende tutte le pene... Come una vera madre, cammina con noi, combatte con noi, ed effonde incessantemente la vicinanza dell’amore di Dio». L’11 febbraio del 1858 Bernadette era qui, per raccogliere legna, in un luogo allora periferico e malfamato. Avverte una folata di vento, vede una luce nella grotta, scorge una signora vestita di bianco. Nel cuore di questa adolescente già segnata dalle sofferenze della vita e dalla povertà estrema della sua famiglia, si accende una luce, si risveglia la gioia di un incontro. Come ci dice san Paolo nella lettera ai Corinzi, Dio continua a chiamare i piccoli, gli ignobili e i disprezzati secondo il mondo, perché risalti l’opera sua. Oggi siamo noi i piccoli, attratti da quella grotta come il ferro è attirato da una calamita. E portiamo a Maria, che sorride a Bernadette, il nostro desiderio di incontrare Dio, in particolare quando la gioia sembra finire, quando l’età ci porta gli acciacchi del corpo e dell’anima; o quando il nostro cammino sembra essersi interrotto per un lutto, una mancanza improvvisa, una malattia imprevista, una separazione familiare, la perdita del lavoro, la delusione perché ciò che speravamo da qualcuno o da qualcosa è andato in fumo. Se siamo qui a Lourdes è perché vogliamo recuperare il vino della gioia. Bernadette quella mattina va alle rive del Gave perché a casa sua non c’è più legna — che la famiglia vendeva per poter avere quel poco di denaro per comprare il pane —. L’estrema povertà sta portando via la gioia per sempre. Ma Dio sceglie lei, la più ignorante di tutti, perché così opera il Signore, «sceglie ciò che nel mondo è debole per confondere i forti». Ha scelto lei, come ancor prima aveva guardato all’umiltà di Maria. Come allora, così ora Maria è qui. C’è la Madre di Gesù. Bernadette inizialmente non riesce neanche a segnarsi con la croce, tanto è bloccata da quella visione. Non riesce più a fare il segno di croce come lo faceva prima. Quante volte sentiamo dire da parte dei nostri catechisti, con tono rassegnato, che molti bambini arrivano al catechismo della prima comunione e non sanno neanche fare il segno della croce... Ora io mi chiedo e vi chiedo: Noi sappiamo farlo? O, meglio, riconosciamo che a partire da quel gesto noi esprimiamo un incontro, professiamo la fede nella Trinità e la gloria della croce, che attraversa la mia vita come la mano destra attraversa il mio corpo? Sicuramente dobbiamo tutti ricominciare dall’abc della fede, rinunciare all’uomo vecchio e prenderci tempo, anche per farci un segno di croce come mai lo abbiamo fatto prima d’ora. Riscoprendo che solo attraverso la croce noi possiamo, come il seme caduto in terra per morire, portare frutto. Sì, ci provo... E scoprirò che, passando la mia mano dalla testa — dove pronuncio il nome del Padre — al cuore, quel percorso di appena quaranta centimetri è un cammino immenso, che cambia il mio atteggiamento verso Dio, verso me stesso, verso gli altri. Dal cuore, fonte dell’amore, dove ho pronunciato il nome del Figlio, porto le mani sulle spalle, quasi a voler prendere il peso della realtà nell’armonia dello Spirito Santo. In questo modo, come Bernadette davanti alla bella Signora, anch’io mi metto con tutto me stesso davanti a Dio. Come un bambino che deve imparare, come un adolescente che deve cres c e re . . . Questo è un invito rinnovato a tutta la diocesi di Roma che si ritrova sulle rive del Gave come Bernadette, senza scarpe, come Mosè che si toglie i sandali riconoscendo con umiltà, anche se ancora in modo confuso, che il luogo su cui siamo è una terra santa. Se quest’anno ci siamo interrogati sulle malattie spirituali delle nostre comunità — il pessimismo sterile, l’accidia egoista, la guerra tra noi — ora siamo chiamati a ripartire da questo fiume, da questa grotta, come Mosè che attraversa il Mar rosso, con i figli d’Israele che scoprono di essere un unico popolo in cammino. Solo così, nell’accettazione della nostra piccolezza, delle nostre malattie, la grazia di Dio si aprirà con maggior potenza. Scrive san Bernardo: «Abbassati, dunque, fatti piccolo, e avrai afferrato Cristo». E ancora Papa Francesco continua: «Questo è il momento per dire a Gesù Cristo: “Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un’altra volta per rinnovare la mia alleanza con te. Ho bisogno di te. Riscattami di nuovo Signore, accettami ancora una volta fra le tue braccia redentrici”. Ci fa tanto bene tornare a Lui quando ci siamo perduti!». A Gesù ci porta Maria — o, come la chiamava Bernadette: “Aquerò”, “quella là” — che non ci promette la felicità ora, l’apparente felicità come la pensa il mondo, all’istante, in questa vita... ma ci promette il cielo. È guardando a questo cielo che anche la vita di quaggiù, con tutte le sue prove, si riempirà di Paradiso.
© Osservatore Romano - 30 agosto 2018