Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
francesco abbraccia Cristo 1Pubblichiamo in una nostra traduzione un articolo uscito su «Le Monde» del 19 giugno scorso.

di JACQUES DALARUN

La sera della sua elezione al soglio pontificio, quando il cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio ha preso il nome di Francesco, era evidente che, con la scelta del nome del Poverello di Assisi (“patriarca dei p overi”) annunciava un programma. E da oltre due anni vi si attiene, con fermezza. Come è stato il primo ad adottare il nome del santo più popolare del cattolicesimo — una scelta che aveva un lieve sentore di trasgressione — così la sua enciclica appena uscita, ma già largamente conosciuta per una fuga di notizie alla stampa, è anche la prima a essere designata non dalle parole iniziali del testo (il suo incipit) in latino, ma da un incipit in dialetto umbro: Laudato si’. Le prime parole dell’enciclica «sulla cura della casa comune» sono quelle del Cantico delle creature o del Cantico di fratello Sole, con cui Francesco d’Assisi inaugurò nel 1225 la letteratura italiana.
Questa poesia francescana del resto è riportata quasi per intero e il riferimento al Poverello ritorna più di dieci volte, fino alle due preghiere che chiudono questo testo lungo circa duecento pagine e che suonano come adattamenti del cantico inaugurale. «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba». Stupefacente novità francescana, al limitare del XIII secolo; non spetta agli uomini dominare la Terra, ma essi devono capire che è la Terra, come una sorella e una madre, a governare tutti coloro che accoglie. Chiedendo questo ribaltamento completo di valori, Papa Francesco, a ottocento anni di distanza, firma un testo personale di singolare forza. «Tutto è collegato» è l’a l t ro leitmotiv dell’enciclica: una connessione che vale sia per la catena alimentare sia per i danni causati da un mondo animato dalla cultura dello scarto e dominato dalla tecno-finanza («Il salvataggio a ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura»). Talvolta nella lettura ne deriva un’impressione di ingorgo, tanto le idee del Papa si spintonano, sia che voglia mostrare l’ingranaggio mortale in cui è imprigionato il mondo moderno sia che voglia proporre vie per uscirne e motivi per sperare. Poiché tutto è collegato, ne derivano anche ripetizioni che tuttavia non fanno perdere nulla al testo del suo slancio. In questo grande vortice planetario, di fatto la bussola del Papa è il legame tra preoccupazione ecologica e preoccupazione sociale, per lui assolutamente indissociabili: «Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri». E anche in questo Papa Francesco è fedele al messaggio del Poverello. La denuncia dei danni ecologici e sociali della tecno-finanza arriva a rimettere in discussione la proprietà privata: «La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata». Un’altra caratteristica importante della lunga lettera di colui che si definisce vescovo di Roma sono le innumerevoli citazioni delle conferenze episcopali nazionali o regionali di cui il suo testo è farcito, come se — contro la centralizzazione pontificia incarnata dalla curia romana — si facesse portavoce dei preti di strada dai quali proviene, che conoscono la realtà delle periferie devastate dalla miseria, delle foreste che si sgretolano sotto i colpi inferti dalla speculazione, dalla mancanza d’acqua che grava su una parte dell’Africa e dei governi corrotti che vanno contro gli interessi dei loro popoli. «I vescovi della Nuova Zelanda si sono chiesti che cosa significa il comandamento “non uccidere” quando un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per sop r a v v i v e re » . Appellandosi anche molto spesso ai suoi due predecessori diretti, san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, il Papa attuale non esita a denunciare che la cattiva comprensione dei nostri principi cristiani «ci ha portato a volte a giustificare l’abuso della natura o il dominio dispotico dell’essere umano sul creato, o le guerre, l’ingiustizia e la violenza ». Senza rinunciare a nulla della dottrina morale della Chiesa, e concludendo con una meditazione di grande levatura teologica sulla Trinità e la relazione tra le creature, con il suo linguaggio semplice, le sue osservazioni piene di buon senso sul car-sharing, la sua volontà di rivolgersi a tutta la famiglia umana e il suo riconoscimento dei contributi delle altre correnti di pensiero, è ben lungi da una concezione arrogante del magistero o dell’infallibilità del Papa. C’è un afflato innegabile in questo testo, quando si tratta, per esempio, di denunciare gli indugi delle organizzazioni internazionali e la mancanza di ambizione (è un eufemismo) delle conferenze sul clima. È indubbio che include alcune imperizie, ingenuità, debolezze, dell’i re n i - smo e del manicheismo, e non sono i suoi lati meno interessanti. Piuttosto che ignorarlo, prima di rifiutarlo, di riderne o d’irritarsi, vale la pena leggerlo. Francesco d’Assisi, scrive lo storico André Vauchez, era troppo moderno per il suo tempo. A otto secoli di distanza, sapremo capirlo?

© Osservatore Romano - 25 giugno 2015