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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Si è svolto nei giorni scorsi presso il santuario della Santa Casa di Loreto il terzo Simposio per penitenzieri, organizzato dal Centro studi lauretani. Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento del vescovo reggente della Penitenzieria Apostolica sul tema «Riconciliazione e capacità di ascolto».

di GIANFRANCO GIROTTI

Mi ha sempre colpito l’atteggiamento che il santo Curato d’Ars aveva con i vari penitenti. Chi veniva al suo confessionale attratto da un intimo e umile bisogno del perdono di Dio, trovava in lui l’incoraggiamento a immergersi nel «torrente della divina misericordia» che trascina via tutto nel suo impeto. E se qualcuno era afflitto al pensiero della propria debolezza e incostanza, timoroso di future ricadute, egli gli rivelava il segreto di Dio con un’espressione di toccante bellezza: «Il buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l’amore del nostro Dio che si spinge fino a dimenticare volontariamente l’avvenire, pur di perdonarci! ». Sappiamo che il Curato d’Ars, nel suo tempo, ha saputo trasformare il cuore e la vita di tante persone, perché è riuscito a far loro percepire, con la capacità dell’ascolto, l’a m o re misericordioso del Signore. Ciò che importa di più nella celebrazione del sacramento della Riconciliazione è l’incontro personale con Cristo salvatore e, in lui, con il Padre misericordioso. A questa luce dovremmo forse rivedere molte incrostazioni e sovrastrutture riguardo a certi modi d’intendere e di celebrare il sacramento della Riconciliazione. Non è forse vero che a volte la confessione assume il volto di un tribunale dell’accusa, piuttosto che di una festa del perdono? Non è forse vero che talvolta il dialogo penitenziale assume toni inquisitori, o comunque poco delicati? Un certo modo di intendere il sacramento della Riconciliazione ha condotto, infatti, a sopravvalutare unilateralmente il momento dell’accusa e la lista dei peccati, con il risultato di relegare in secondo piano ciò che — invece — è assolutamente centrale nell’ascolto dei peccati, cioè l’abbraccio benedicente del Padre misericordioso. Troppe volte noi consideriamo prima il peccato e poi la grazia. E invece prima di tutto c’è il gratuito di Dio, c’è il suo amore misericordioso, senza confini. Al centro della celebrazione sacramentale non sta il nostro peccato, al centro del sacramento sta la misericordia di Dio, che è infinitivamente più grande d’ogni nostro peccato. Proprio questo incontro di grazia mette salutarmente in crisi la nostra vita e ci avvia sulla strada della liberazione. Non dobbiamo mai dimenticare che il confessore è soprattutto padre che accoglie, ascolta, dialoga. I fedeli portano al sacerdote sofferenze e dubbi, problemi gravi e delicati. Spesso si tratta di problemi familiari e di coppia, problemi in tema di morale matrimoniale, di paternità responsabile, di contraccezione, di separazione e divorzio, di difficoltà tra genitori e figli. Cercano conforto, consigli e perdono. Come confessori siamo chiamati a trasmettere misericordia e speranza, a essere padri, più che giudici, a fare nostro il dolore del penitente, ad ascoltare con molta pazienza trasmettendo speranza e misericordia in ogni caso, anche se non a tutti possiamo dare l’assoluzione. Il sacramento della Penitenza «è, secondo la più antica tradizionale concezione, una specie di azione giudiziaria; ma questa si svolge presso un tribunale di misericordia, più che di stretta e rigorosa giustizia, il quale non è paragonabile che per analogia ai tribunali umani, in quanto, cioè, il peccatore vi svela i suoi peccati e la sua condizione di creatura soggetta al peccato: si impegna a rinunziare e a combattere il peccato, accetta la pena (penitenza sacramentale) che il confessore gli impone e ne riceve l’assoluzione» (Reconciliatio et paenitentia, n. 31 II). Il ministro della riconciliazione, cioè il sacerdote, opera come in un giudizio. Ma il termine “giudizio” è da intendere come “tribunale di grazia”, dove si offre anzitutto la possibilità della misericordia. Sotto la guida del magistero della Chiesa, il confessore deve procurarsi la scienza e la prudenza a questo scopo. Di fronte a temi, complessi e delicati, come la vita familiare e di coppia, l’aggiornamento e la preparazione diventano sempre più un’urgenza e un requisito indispensabile. Il Vademecum per i confessori (do cumento elaborato dal Pontificio Consiglio per la Famiglia nel 1997 che attinge ampiamente agli insegnamenti, in materia, di Giovanni Paolo II, al magistero di Pio XII e di Paolo VI, al Catechismo della Chiesa cattolica, al diritto canonico e ai testi della Congregazione per la Dottrina della Fede) sottolinea l’atteggiamento di caritatevole comprensione che va usata verso coloro i quali erano per la mancata o insufficiente percezione della norma canonica o, se consapevoli di essa, per umana fragilità cadono e, tuttavia, toccati dalla misericordia del Signore, vogliono risollevarsi. Non occorre mai dimenticare che la casa del Padre è sempre aperta ai figli che da essa si sono allontanati, ma anche e soprattutto a quelli che hanno preferito abbandonarla e ora sentono viva la nostalgia del ritorno. È sempre possibile ottenere la misericordia di Dio. Forse in passato l’aspetto del giudizio, con l’indagazione che esso comporta, è stato talora prevalente sulla “benignità e umanità” che il Vangelo rivela in Cristo di fronte ai peccatori; e parole aspre o processi penosi non sono sempre mancati, anche se finalizzati all’integrità necessaria dell’accusa. Solo che la possibilità dell’accusa stessa dipende, a sua volta, dalle situazioni, dai temperamenti, dai condizionamenti interiori. Deve valere, specialmente in questi casi, l’ammonimento di non spegnere il lucignolo fumigante. Il confessore è ministro e non padrone o arbitro che pretende di dare alle sue opinioni personali più valore di ciò che il magistero insegna. Tengo a rilevare che il confessore commetterebbe una grave ingiustizia nei riguardi del penitente, se si lasciasse guidare, nel suo giudizio e nei suoi consigli, da un punto di vista personale, in disaccordo con la dottrina insegnata dalla Chiesa. Il penitente apre la propria coscienza al confessore, perché vede in lui il ministro di Dio, e se troverà in lui severità e non misericordia, dubbi e oscurità e non la luce della verità, subirà un vero inganno. La coscienza non deve essere mai oppressa o tormentata. Il sacramento della Penitenza non è una “psicanalisi”; è un sacramento, un segno efficace di perdono a chi è pentito, non a chi ha deliberato di sottoporsi all’analisi o alla cura della sua psiche. Il confessore sa che Dio solo scruta fino in fondo al cuore e che l’oggettivo giudizio e il dono della misericordia appartengono a Lui, che originariamente assolve e della cui grazia il confessore è soltanto portatore. Ciò che importa di più non è l’analisi e la confessione, ma il pentimento che risiede nell’anima. Si apre qui il capitolo della carità paziente e comprensiva che si deve avere soprattutto verso gli scrupolosi. Al tempo stesso occorre chiaramente affermare che troppo spesso certi atteggiamenti del pensiero moderno scusano indebitamente comportamenti che, a motivo del volontario inizio di un’abitudine, non sono o non sono totalmente scusabili. La finezza psicologica del confessore è preziosa per facilitare l’accusa a persone timide, soggette alla vergogna, impacciate nell’eloquio: questa finezza, unita alla carità, intuisce, anticipa, rasserena. Questo “i n t u i re ” e l’“a n t i c i p a re ” sono tra le qualità che più occorrono nel ministero della confessione, come la capacità di cogliere la varietà dei soggetti — con quanto essi possono di fatto dare e sopportare — e l’attenzione ad applicare i giusti e chiari principi dell’infinita varietà delle situazioni. Occorre sempre tener presente che il confessore non deve mai manifestare stupore, qualunque sia la gravità dei peccati accusati dal penitente; mai deve pronunziare parole che suonino di condanna alla persona, anziché al peccato, mai deve inculcare terrore anziché timore, mai deve indagare su aspetti della vita del penitente, la cui conoscenza non sia necessaria per la valutazione dei suoi atti, mai deve usare termini che ledano anche solo la finezza del sentimento, anche se, propriamente parlando, non violano la giustizia e la carità; mai un sacerdote deve mostrarsi impaziente e geloso del suo tempo, mortificando il penitente con l’invito a far presto (salva l’ipotesi in cui l’accusa venga fatta con inutile verbosità). Quanto all’atteggiamento esterno, il confessore deve mostrare un volto sereno ed evitare gesti, che possono significare meraviglia, riprovazione, ironia. Tutto questo non ha nulla a che vedere con il lassismo o la permissività, ma mira alla liberazione interiore del penitente. Giovanni Paolo II, ricevendo i confessori ebbe a fare una paterna raccomandazione: «Tanto maggiore sia la misericordia, quanto maggiore è la miseria morale del penitente», richiamando lo sguardo di Gesù su Pietro, senza parola di rimprovero. E se a confessarsi è un sacerdote, il Papa chiede un’ulteriore comprensione, perché il religioso sarà forse «più umiliato per le sue colpe, di un penitente laico, e forse più esposto allo scoraggiamento ». Il Vademecum per i confessori intende recare un contributo di chiarezza «su alcuni temi di morale attinenti alla vita coniugale. Esso aiuta i confessori nel loro impegnativo mandato di illuminare, correggere, se necessario, incoraggiare i fedeli coniugati, o che si preparano al matrimonio ». Il documento raccomanda che il ministro della Riconciliazione «abbia sempre in mente che il sacramento è stato istituito per uomini e donne che sono peccatori, per cui egli accoglierà i penitenti che accedono al confessionale presupponendo, salvo manifesta prova in contrario, la buona volontà — che nasce da “un cuore pentito e umiliato” (Salmi, 50, 19) — di riconciliarli con il Dio m i s e r i c o rd i o s o » . In conclusione “accoglienza e verità” dovrebbero distinguere l’attitudine del confessore — che è giudice, medico e maestro per conto della Chiesa — in quello che è un momento di riconciliazione con Dio. E ogni sacerdote che siede in confessionale deve essere immagine della mitezza di Cristo, perché, mettendo il penitente in rapporto con il cuore misericordioso di Dio, attraverso il suo volto mite e amico, egli riscopra con gioia e fiducia questo sacramento e comprenda sempre più che l’a m o re che Dio ha per noi non si arresta di fronte al nostro peccato, non indietreggia dinanzi alle nostre offese. A completamento delle varie doti che esige questo ministero in chi lo esercita, mi piace richiamare all’attenzione quanto rammentava ai suoi sacerdoti san Francesco di Sales. Diceva loro: «Abbiate un desiderio ardente della salvezza delle anime, specialmente di quelli che si presentano a confessione, pregando Dio di farvi cooperare alla loro conversione e spirituale progresso. Ricordatevi che i poveri penitenti, a principio delle loro confessioni, vi chiamano p a d re » .

© Osservatore Romano - 27 gennaio 2012