Prima lettura della Messa di oggi: Efesini 6:1-9. Finora
il v. 5 suonava: «Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con
timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo». Una traduzione
letterale, abbbastanza fedele al testo originale (Οἱ δοῦλοι, ὑπακούετε τοῖς κατὰ σάρκα κυρίοις μετὰ φόβου
καὶ τρόμου ἐν ἁπλότητι τῆς καρδίας ὑμῶν ὡς τῷ Χριστῷ). La nuova versione
CEI invece ci fa ora leggere: «Schiavi, obbedite ai vostri padroni terreni
con rispetto e timore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo». La
nuova traduzione in un punto migliora la precedente: invece di “con semplicità
di spirito”, rende, piú letteralmente, con “nella semplicità del vostro cuore”.
Sembrerebbe dunque che uno dei criteri seguiti sia quello di una maggiore
fedeltà al testo originale. E invece, che cosa succede? I “padroni secondo la
carne” (che sarà pure un’espressione non usuale nel linguaggio corrente, ma
certo di non impossibile comprensione) diventano “padroni terreni”. Si potrebbe
discutere sull’opportunità di rimpiazzare quell’espressione “secondo la carne”,
cosí comune nella Bibbia; ma passi (del resto anche la Volgata aveva reso con
una certa libertà questo passo: «oboedite dominis
carnalibus»).
Ciò che risulta assolutamente incomprensibile è invece
l’annacquamento dell’espressione seguente (“con timore e tremore”), che diventa
uno slavato “con rispetto e timore”. Notate: il “timore” si trasforma in
“rispetto”, ma, al tempo stesso, inaspettatamente si sostituisce al “tremore”.
Mi chiedo: perché mettere le mani su una formula fissa, ricorrente nella Bibbia,
che semmai andrebbe spiegata, non alterata? San Paolo la usa diverse volte:
oltre che qui, in 1 Cor 2:3; 2 Cor 7:15; Fil 2:12. Giustamente, la TOB nel
presente passo annota: «Espressione biblica che designa una situazione in cui
l’uomo impegna la propria esistenza e dove, al di là delle circostanze, si trova
alle prese con Dio». In nota a Fil 2:12, spiega: «Coppia di parole già
conosciuta nella Bibbia e nel giudaismo, per esprimere la debolezza che si prova
di fronte a Dio vivente e santo, che manifesta la sua esigenza attraverso
l’obbedienza di Cristo». Nel caso di 2 Cor 7:15, sempre la TOB postilla:
«Espressione corrente, che esprime l’atteggiamento dell’uomo dinanzi alla
grandezza e alla maestà divine…». Se si tratta di un’espressione cosí
comune, in qualche modo “tecnica”, perché modificarla? Meraviglia poi che nel
Sal 2:11 (possibile fonte di tale formula) la nuova versione CEI traduce
letteralmente: «Servite il Signore con timore e rallegratevi con tremore»
(dal che si deduce che il tremore è addirittura compatibile con la
gioia).
Qualcosa di simile è accaduto nel vangelo di san Luca
(14:26). Finora leggevamo: «Se uno viene a me e non odia suo padre,
sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita,
non può essere mio discepolo». Ora leggiamo: «Se uno viene a me e non
mi ama piú di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i
fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio
discepolo». Si dirà: ma questo è esattamente il senso che intende Gesú con
quell’espressione. Il passo parallelo di Matteo (10:37) suona infatti: «Chi
ama il padre o la madre piú di me non è degno di me; chi ama il figlio o la
figlia piú di me non è degno di me» (in tal caso, traduzione vecchia e nuova
della CEI piú o meno si equivalgono). Per l’appunto: Matteo sente il bisogno di
sciogliere quell’espressione cosí ruvida, propria di una lingua priva di
sfumature; mentre Luca la lascia cosí com’è (per rispetto degli ipsissima
verba Iesu), lasciando agli interpreti il compito di spiegarla.
Ritengo che il compito del traduttore non possa essere
confuso con quello dell’esegeta: al primo è chiesto di rendere in una lingua
diversa il testo originale, sforzandosi di rimanervi il piú fedele possibile, in
modo che i lettori, seppure in un altro idioma, possano assaporare il gusto (se
necessario, anche l’asprezza) dell’originale. Il traduttore non può sostituirsi
all’esegeta: il compito di interpretare e di spiegare non spetta al primo, ma al
secondo. Capisco che talvolta si possano incontrare concetti oggi non
politicamente corretti; ma lasciamo che sia l’interprete a edulcorarli, se
proprio è necessario. Anche perché le interpretazioni possono variare (e di
fatto sono variate) da un’epoca all’altra, a seconda delle mode del momento; il
testo, invece dovrebbe rimanere sempre lo stesso. Tradurre troppo liberamente
rischia di risolversi non solo in un tradimento dell’autentico significato del
testo, ma anche in un tradimento del lettore, che ha il diritto di accostarsi al
testo cosí come esso realmente è stato scritto.
© http://querculanus.blogspot.com/ - 27 ottobre 2010