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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

incredulita di san tommaso bildegalerieGiuseppe
Il santo è l’esempio di un esempio: Gesù Cristo. Dico questo perché pensavo ad un criterio attraverso cui si stabilisce la santità di una persona nella Chiesa Cattolica. Mi pare di aver capito sia questo.

Ognuno è chiamato da Cristo a santità e diventa santo quando maggiormente si comporta, agisce, secondo l’esempio di Gesù, cioè secondo le Sue parole, conformando il suo comportamento a queste ultime, e senza discrasia tra comportamento (azione) ed interiorità (intenzione); diventando poi, a sua volta, un esempio per tutti. Ho detto “maggiormente”, perché un santo ha orientato solo tendenzialmente, non già in modo assoluto, il suo agire al bene in senso cristiano, per cui lo ha orientato talvolta anche al male. Da tale punto di vista, appare paradigmatica la vita di Sant’Agostino d’Ippona, narrata nelle sue Confessioni, poiché esprime il suo perenne conflitto interiore o, se si vuole, il dramma con se stesso, nel cercare di vivere il passaggio da dominato da passioni libertine e varie a comportamenti di vita cristiana, cioè la sua conversione morale. Del resto, un santo è stato un uomo ed, in quanto tale, è stato soggetto al peccato, così come tutta l’umanità, secondo la dottrina cattolica dell’universalità del peccato. Dunque, un santo è tale in quanto è stato anche peccatore, ed il peccato mi piace definirlo per come l’ho sentito definire ascoltando una messa nella Chiesa del mio paese, Pedace (CS): “Noi cattolici chiamiamo peccato le tante mancanze d’amore”.  D’altronde è logico: se Dio è amore assoluto, non può esserlo anche l’uomo, tranne coloro che si sentono Dio, impeccabili, sempre buoni e giusti.

 

Francesca

Aggiungerei che si tratta di persone le quali hanno lasciato che la loro vita venisse vissuta, anche con l’azione in esse dello Spirito Santo, cioè con il soprannaturale, secondo quanto scritto da San Paolo: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me”.  Per cui, quando se ne segue l’esempio, come hai detto, e si chiede la loro intercessione, si entra in comunione con loro. E questo ci unisce a Cristo. Oltretutto, i santi sono state di solito persone, uomini e donne, molto attraenti, e tante volte la gente é stata attratta da loro in quanto persone comuni, mentre loro avrebbero voluto portare la gente a Gesù, a riflettere sulle Sue parole. Succede ancora oggi, nel senso che le persone, invece di guardare la Luna, si fermano a guardare il dito che indica la Luna.

Giuseppe

Infatti! Molti adorano i santi quasi come se fossero divinità, ma appunto intendevo dire che non sono divinità: non esiste un Pantheon nella cristianità.

Francesca
Giuseppe, la tua riflessione è molto interessante ma, per quanto apparentemente semplice e concisa, è estremamente complessa, ricca di molte sfaccettature. Tuttavia, si, è vero, i santi non vanno idolatrati come divinità.

Giuseppe

Si, hai ragione sull’idolatria. Ma, ad esempio, qui a Cosenza dove viviamo ed operiamo, ho notato come tantissime persone sono molto “affezionate”, per così dire, a San Francesco da Paola, quasi come se fosse lui Dio. Credo sia proprio questa “affezione” , o innamoramento sentimentalistico, che induca l’uomo a creare l’idolo, il feticcio. Fino, talvolta, al fanatismo, simile a quello dei tanti ultrà del tifo calcistico, per intenderci. Cioè, a generare proprio ciò che Cristo (Dio), al contrario, indica all’uomo di sconfessare.

Francesca

Tuttavia, Cristo dice : Se non volete credere in me, credete almeno nei miracoli! Allora vi convincerete che il Padre è in me ed io sono in lui”, rinviando così ai miracoli come alla prova più forte che sorregge la fede cristiana. Poi qui ricorderei Sant’Agostino, quando afferma che: “Non sarei cristiano senza i miracoli.

Infatti, secondo la Chiesa Cattolica, perché una persona diventi santa occorre un miracolo attribuibile alla sua intercessione, che verrà vagliata all’interno di un apposito processo.  Intercessione, in quanto il miracolo è sempre opera di Dio, mentre una persona potrà solo intercedere verso Dio affinché un miracolo si compia. Quindi mi pare che siamo d’accordo sul fatto che una persona santa non sia Dio, ma solo una tramite attraverso cui Dio opera. Benedetto XVI, ritenuto un grande teologo, sostiene qui che i miracoli sono sempre possibili, in quanto è proprio della fede cristiana presupporre che Dio, non solo ha creato il mondo, ma che conservi sempre la possibilità di intervenirvi.

In ogni caso, nei miracoli, c’è sempre qualcosa di soprannaturale, di irrazionale, e tanta gente per ciò non ci crede, pensa siano fantasie completamente inaccettabili,  spesso anche da deridere, e non fatti di verità.

Giuseppe

Io credo che accanto all’aspetto soprannaturale, che non è spiegabile se non attraverso la fede in Dio, c’è anche un aspetto del tutto razionale, in quanto  un miracolo generalmente consiste in una guarigione ritenuta non spiegabile scientificamente e giudicata tale da una commissione di scienziati della medicina (non di teologi), composta da specialisti, sia cattolici che atei. Si deve trattare di una guarigione completa, definitiva e permanente. Quindi riterrei come anche una ateo, trovandosi dinanzi ad un fatto tale, anche se non lo attribuisce ad un intervento divino, non potrebbe neanche attribuirlo alla scienza, ad un intervento della scienza medica dell’uomo. Dunque, in tal senso, non vi è nulla di superstizioso.

A questo riguardo, inoltre, dovremmo comprendere perché la gente crede al fatto che esistano i miracoli e qual è un criterio per distinguere quelli falsi da quelli veri.

Mi viene in mente qui il ragionamento di Blaise Pascal, il grande genio matematico, raccolto nei suoi Pensieri. Egli affermava che, se non ci fosse stato mai nessun rimedio ai mali e se tutti i mali fossero incurabili, nessuno crederebbe a chi dicesse di guarirli. Ma siccome è accaduto che una grande quantità di rimedi si sono rivelati efficaci per guarire i mali, riconosciuti da grandi uomini di scienza, tanti hanno apposto la loro fede in loro.

Dunque, la possibilità di curare un male ha implicato che fosse vero curare i mali. Secondo Pascal, il popolo ragiona così: se una cosa è possibile, allora è vera, poiché non può essere negata in generale e poiché ha avuto effetti veri in particolare.

Ciò detto, si pone però qui il seguente problema. Se una persona non sa distinguere quali tra gli effetti particolari sono veri, li crede veri tutti. La gente, quindi, crede in tante guarigioni false, poiché ve ne sono di vere.

Pascal applica la stessa logica ai miracoli e sostiene che, se mai nessuno avesse compiuto un vero miracolo, allora mai nessun uomo si sarebbe immaginata tale possibilità. Ma siccome ci sono stati, e sono stati ritenuti tali anche da gente di scienza importante, ciò ha implicato la possibilità che ci fossero veri miracoli. Quindi, tanta gente crede ai falsi miracoli, realizzati da ciarlatani, poiché ve ne sono di veri.

In altri termini, Pascal riflette sulla causa del perché vi sono falsi miracoli, non su quella del perché vi sono veri miracoli. Ragiona al contrario, rispetto alla gente comune. E conclude, razionalmente, che vi sono tanti falsi miracoli perché ve ne sono stati di veri, e non che vi sono veri miracoli perché ve ne sono stati di falsi.

Infatti, se non ci fossero stati falsi miracoli vi sarebbe stata certezza. Ma non c’è umanamente certezza, c’è solo ragione. Se c’è la ragione, allora ha senso distinguere tra veri e falsi miracoli, secondo criteri razionali. Così Pascal afferma che il vero miracolo è definibile come un effetto che eccede la forza naturale dei mezzi impiegati, mentre invece il non-miracolo è un effetto che non eccede la forza naturale dei mezzi impiegati.

Giuseppe Valente e Francesca Scarpelli