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borgo francesco DSC1074La dimora e l’onore: nessuno può imitare Cristo senza seguirlo

da © www.breviarium.eu - 10 agosto 2017

di Paul Freeman

Francesco di Assisi non parlava tanto di Imitatio Christi. Il motivo è semplice. Egli vedeva il rischio, per il servo di Dio, di un’adesione esteriore, pur buona ed accettabile ai misteri di Cristo. Oppure rilevava la schizofrenia dei buoni ed alti propositi e la fuga dalle umili necessità quotidiane dei fratelli e della comunità. Questo crea il rischio della schizofrenia spirituale della doppia vita, doppia morale, spazi personali in cui Cristo non entra, non irrora. Perché alla fine, sono io che gestisco il gioco. Persino quando dico che Cristo è al centro dei miei pensieri, rischio di essere io a dirgli quello che deve fare. Cerco di incasellare ogni aspetto e mi rassicuro persino in una struttura spirituale, ma non sono reso. Ho persino un cammino con un direttore spirituale, ma in realtà decido secondo erronea coscienza e rendo vano ed inutile il mio apparente discepolato. Vette altissime e trascuratezza quotidiana, dissipazione e disordine continuo, ritmato dalla mancanza di carità.

Ma Dio è come un bimbo piccolo che si muove e gioca dove vuole con la letizia di esplorare la tua carne, cioè la tua persona intiera, perché ne sia, fin nelle midolla più intime, risanata dall’innocenza predestinata in Cristo.

Per Francesco, dire “Signore cosa vuoi che io faccia?” era ribadire una disponibilità totale. Una resa. Un discepolato totale.

Preferiva infatti l’immagine dei “passi nei passi” per parlare della sequela Christi, per giungere ad una conformità di misteri. Sequi et vestigia1 per una conformitas2 prendendo lo spunto da 1Pt. 2, 21-25.

A questo infatti siete stati chiamati, perché

anche Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio,
perché ne seguiate le orme:
egli non commise peccato
e non si trovò inganno sulla sua bocca;
insultato, non rispondeva con insulti,
maltrattato, non minacciava vendetta,
ma si affidava a colui
che giudica con giustizia.
Egli portò i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce,
perché, non vivendo più per il peccato,
vivessimo per la giustizia;
dalle sue piaghe siete stati guariti.
Eravate erranti come pecore,
ma ora siete stati ricondotti
al pastore e custode delle vostre anime.

Cosa significa questo?

Che passato l’entusiasmo della conversione, in cui le consolazioni fanno sembrare all’anima che si possiede, essa necessita dell’umiltà di farsi dare il “ritmo da Dio”. Francesco lo aveva compreso su di sé. Farsi dare il rimo da Dio. Qui si innesta la radicale minoritas. Francesco aveva scientificamente scelto nello spirito, la minorità dei piccoli nel mondo e. per interiore spinta, scelto di uscire dal mondo, cioè da quella mentalità in cui il soggetto, l'io si autodetermina senza Dio per scegliere di farsi determinare e autodeterminarsi in Cristo.

Cristo non va imitato ma, anzitutto, seguito («Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo»). Di più, occorre mettere i nostri piedi sulle orme di Cristo. Francesco comprende che le vicende che gli accadono e che sfuggono al suo controllo sono importanti perché sono il luogo delle orme di Cristo che portano alla conformitas, cioè a vivere i misteri di cristo, per quanto possibile, nella sua carne. E questo è più quotidiano e semplice ed immediato di quanto si pensi. Ed è vera resa al Padre.

Cristo è Pastore ed è il Pedagogo. Conduce l’anima a questo, secondo principio di gradualità. Scarnificante e fedele, purché lo si lasci fare nella nostra vita.

Dio suppone la natura e la rafforza. La estende. E la Grazia stessa suppone la Grazia.

Francesco comprende che “Gratia supponit gratiam et profectum in ea”, la Grazia suppone la Grazia e progredisce (con disciplina) in essa.
Così parlava delle sacre stimmate di Francesco il dottore della chiesa san Bonaventura:

“Excreverat quidem in eo insuperabile amoris incendium boni Iesu in lampades ignis atque flammarum, ut aquae multæ caritatem eius tam validam exstinguere non (cfr. Cant 8,6-7) valerent” – “L'incendio indomabile dell'amore per il buon Gesù erompeva in lui con vampe e fiamme di amore così forti, che le molte acque non potevano estinguerle” (Legenda Maggiore, cap XIII – San Bonaventura).

Ci ricorda, più recentemente, J. Ratzinger:

la grazia cresce mediante un più profondo radicarsi della grazia nell’anima che comporta insieme anche una maggiore purificazione dell’anima. Così la grazia stessa aumenta mentre aumenta anche l’inclinazione dell’anima verso la grazia e verso Dio3.

E cosa accade in questo progredire di sequela, anche inconsapevole, nel mettere i piedi propri nelle orme di Cristo in una carnosa e totalizzante conformitas?

Cosa accade quando il tuo ritmo quotidiano, nella costellazione degli eventi, prende il senso del seme che muore nella terra, come Cristo, con Cristo e per Cristo?

Accade che il Padre ti onora e rispetta con cura. Non solo perché in te vede il Figlio, ma anche perché vede che compi il destino per cui sei stato esemplarmente creato. Aderisci sempre più all'immagine, unica ed irripetibile in Cristo, che hai ricevuto. Non oso dirlo, ma così il Padre vede che diventi il dio di Dio. Non certo per essenza ed ontologia, tu, misero nulla, creatura sempre dipendente dal Padre, ma perché l'Amore di Dio ti innalza con uno sguardo unico in cui il Padre vede te nel Figlio e il Figlio in te senza che tu, il tuo unico ed irripetibile io, il tuo unico ed irripetibile sé, venga depauperato di uno iota.

Scopri così che non lo stavi servendo tu, “ignobile vermine della terra”4, ma che Egli ti pensava, ti serviva, ti amava e ti onorava, senza merito tuo alcuno. 
E non altrove, ma lì, in quella porzione di terra quotidiana in cui sei peregrinante, nel tuo quotidiano speso nella donazione alla carne di Cristo, la Chiesa, che ti è posta davanti per il Regno e la santificazione.
Perché nel tuo aderire, reso, a quella storia c'è tutto l'onore e la Gloria di Dio.


  1. Legenda Maggiore, San Bonaventura, FF 1020ss
  2. Leggenda dei tre compagni, FF 1394ss
  3. Il Vangelo della grazia – J.Auer, J.Ratzinger, Cittadella Editrice
  4. Leggenda dei tre compagni, FF 1915
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