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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
teresa of avilaJuan Manuel de Prada

Non conosco nessuno — religioso o laico, credente o non credente — che, avvicinatosi alla figura di santa Teresa di Gesù, non ne sia rimasto soggiogato. Credo che il motivo non sia altro che la sua potentissima, palpitante, nuda umanità; un’umanità tanto tesa, tan-to a fior di pelle, da divenire celestiale senza affettazione, ricordandoci che la nostra vocazione più naturale e sincera — e purtroppo anche la meno corrisposta — è la santità.
Teresa d’Ávila fu, senza alcun dubbio, una creatura eccezionale, adornata da infi-nite virtù; ma fu, prima di tutto, una crea-tura umanissima, piena di impeto e di en-tusiasmo, piena di franchezza e di grazia personale, piena di una incantevole e viva-cissima gioia interiore, piena di Dio dap-pertutto, ricolma e risonante di Dio, come le lenzuola appese allo stenditoio, gonfie e piene dell’aria mattutina. C’è in lei un senso di mattino, di frumento, pieno di sapore di Dio: Dio si fa pane appena sfor-nato nel cuore di santa Teresa, e si comu-nica, come una nutriente fragranza, a quanti si avvicinano a lei. Una donna pos-seduta da Dio in ogni cellula e in ogni pensiero, traboccante di un amore che fa esplodere le cuciture del suo cuore; così è Teresa d’Ávila. Quando era bambina, le piaceva leggere romanzi cavallereschi e vite di santi. Cre-do che, in qualche modo, queste letture segnarono per sempre il suo temperamen-to; in santa Teresa la santità è un’avventu-ra sempre nuova, una spedizione in fore-ste incantate, un’ansia di una vita più esal-tante, più intrepida ed esigente, che trova il proprio centro nell’abbraccio con Gesù. «Signore, se tratti così i tuoi amici, per forza ne hai così pochi!» protestò in un’occasione Teresa, dopo aver subito un incidente. La frase rivela la natura della sua amicizia con Gesù: un’amicizia che è sofferta e paziente, ma che rivela una fidu-cia suprema, dove non è escluso neppure l’umorismo ironico. Nella sua conquista dell’amicizia con Gesù, Teresa soffrì molte incomprensioni e umiliazioni; e dovette far proprie molte rinunce e sacrifici. Ma capì che la negazione di sé che esige la santità è, nello stesso tempo, affermazione della parte più vera di una persona: Teresa si liberò delle sue mancanze e dei suoi di-fetti per scoprire la sua natura più vera, e non per sotterrarla; e scoprendo meglio se stessa, giunse più pienamente all’amicizia di Gesù, che ci vuole purificati ma mai amputati. E vuole che, nel nostro rappor-to intimo con lui, nulla della nostra uma-nità resti soffocato; neppure il nostro gu-sto per l’i ro n i a . Molti suoi contemporanei non la capi-rono. Non la capì suo padre, che cercò ostinatamente d’impedire o di deviare la sua vocazione religiosa; non la capirono quanti frapposero ostacoli alla sua rifor-ma. La sua immaginazione scintillante di grazia, la sua disarmante naturalezza, le sue intuizioni piene di una sapienza pro-fonda scandalizzarono molti uomini del suo tempo, che la presero per una visiona-ria o una velleitaria. Accadeva allora, acca-de ora e accadrà sempre: la nostra fede ti-morosa, sempliciotta, mediocre, si scanda-lizza di fronte alla fede dei santi, che ci appare esagerata. E dimentichiamo che la fede, che è desiderio di Dio, non può che essere esagerata. Non è forse esagerato l’amore di Dio? C’è qualcosa di più esage-rato che morire sulla croce? Non c’è fede senza esagerazione; perché nell’esagerazio-ne sta il senso di quella divina pazzia che iniziò nella creazione, fiorì nell’Incarnazio-ne e culminerà nella vita eterna. Santa Te-resa, che era una donna spagnola fino alla punta dei capelli, capì questa esagerazione come solo uno spagnolo può capirla: con acerrima passione, con dedizione del cuo-re e orgoglioso coraggio; e seppe essere semplicemente esagerata, o esageratamente semplice, in tutto ciò che disse e fece, in tutto quello che pensò e scrisse, lasciando che il “forte uragano” dello Spirito Santo spingesse la navicella della sua anima ver-so la santità, lasciandosi condurre in un colloquio d’amore all’intimità con il suo Amato. Fondò conventi che chiamò «colombaie della Vergine»; e scrisse libri pieni di pri-mavera, nei quali riuscì a esprimere le esperienze più ineffabili con una chiarezza spoglia e trasparente. E in tutto si mostrò sempre donna sensata e tutta d’un pezzo, senza alcuna mancanza: grande conoscitri-ce della natura femminile — alla quale de-dicò sempre le sue ironiche battute — nel suo cammino di penitenza e perfezione si spogliò dei belletti e delle remore che sia-mo soliti confondere con la femminilità (e sono solo le vesti che confondono, com-plicandola e banalizzandola), per «ardere nel più grande amore di Dio», che de-scrisse come un «dolore intenso» e una «straordinaria dolcezza». E questo grande amore diede alla luce una donna nuova. L’autopsia del suo cadavere rivelò nel suo cuore una ferita lunga e profonda; era la ferita luminosa di un amore che l’aveva trafitta da dentro, immunizzandola contro delusioni, accuse e momenti di sconforto: «Niente ti turbi / niente ti spaventi, / tut-to passa / Dio non cambia; / la pazienza / tutto ottiene; / chi Dio ha / di nulla manca: / solo Dio basta».

© Osservatore Romano - 25 ottobre 2012


Nato a Baracaldo (Spagna) nel 1970 e cresciuto a Zamora, Juan Manuel de Prada con il suo primo romanzo, il monumentale Las máscaras del héroe (1996), ha ottenuto il Premio Ojo Crítico de Narrativa. Acclamato dalla rivista «The New Yorker» come uno dei sei scrittori europei più promettenti, nel 1997 ha vinto il Premio Planeta per La tempestad, tradotto in venti lingue. Sono seguiti Las esquinas del aire(2000), Desgarrados y excéntricos(2001), La vida invisible (2003, e Premio Nacional de Narrativa), El séptimo velo(2007, Premio Biblioteca Breve). In novembre esce il suo romanzo, Me hallará la muerte.