Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

Come cambia la preghiera al tempo della prova

Una storia non abbastanza legata alle dinamiche reali della vita non tiene, non convince, è vecchia ancora prima di nascere. «Soprattutto oggi abbiamo necessità di legare la lingua all’esperienza — scrive Eraldo Affinati sullo scorso numero del nostro giornale, in una pagina integralmente dedicata al tema del racconto —. Ciò che scriviamo e diciamo dovrebbe scaturire dalla nostra esistenza e, aggiungo io, essere legittimato da quello che abbiamo fatto. Altrimenti c’è il rischio di un’espressione strumentale, sterile, priva e di forza e sostanza».

 Una scena di «Promessi sposi alla prova» diretto da Andrée Ruth Shammah

Tutto questo vale anche per la preghiera, a maggior ragione in un tempo di deserto e di radicale digiuno come questo: digiuno eucaristico, digiuno da ogni falsa sicurezza e dall’apparente tranquillità della vita “di prima”, digiuno forzato dalle modalità solite del comunicare. «Cantami qualcosa pari alla vita» scrive Mario Luzi in una delle sue più belle, scabre poesie; a questo sono chiamati adesso anche fraternità, parrocchie, sacerdoti, monaci, semplici gruppi di amici che vogliono aiutarsi a sopportare, a “portare insieme” l’angoscia e lo smarrimento che colpisce tutti in tempore famis.

Le parole di prima da sole non bastano, servono testimonianze, immagini, voci, file audio, video artigianali postati in fretta per ripetere che quello che sappiamo vero resta vero anche adesso. Nascono gruppi WhatsApp e ci si collega via Skype per aiutarsi a pregare, con l’invito a ritrovarsi a orari fissi durante la giornata per scambiarsi anche bollettini medici e consigli operativi. Un gruppo di ex compagni di scuola (di quelli nati un po’ per caso, che si sfogliano distrattamente ogni tanto) tra un abbraccio virtuale e l’altro posta un video dolcissimo nella sua semplicità: un papà che canta per la sua bambina Io vagabondo dei Nomadi: «Un deserto mi sembra la città... Ma lassù mi è rimasto Dio». Canta e suona la chitarra sul balcone di casa, senza paura di infilare qualche stecca. Per non farla spaventare, per farla sorridere; l’importante è lei, la sua bambina, non la sua performance.

Suore internaute organizzano stanze virtuali dove far incontrare i ragazzi, giochi, forum in cui discutere, e condividono antichi canti in gregoriano (come Stella Coeli, una laude da cantare in tempore pestis) insieme a suggerimenti pratici per scaricare Zoom o Google Meet.

Il comico Paolo Cevoli (alias assessore Cangini di Roncofritto) posta brani del suo spettacolo sulla Bibbia, per disinnescare il terrore (la “pavura” come si dice in romagnolo) e insieme ricordarci che la grande storia della salvezza del popolo di Israele riguarda anche noi e passato il diluvio si potrà ripartire. Parla dallo schermo a più persone possibili perché ne ha bisogno anche lui, è pur sempre un attore in crisi di astinenza da pubblico.

Anche i medici e gli infermieri hanno bisogno di sentire il calore, il tifo da stadio di chi sta fuori. E chi sta fuori ha bisogno di sapere che quello in cui crede “tiene” anche mentre infuria la battaglia, in mezzo ai respiratori di un reparto Covid-19. Per questo, nella lettera in cui si comunica che quest’anno gli Esercizi della fraternità di Cl saranno diversi dal solito, in modalità remota, non si può fare a meno di inserire la testimonianza di una dottoressa che racconta il suo lavoro in ospedale. «D’improvviso sono stata catapultata in trincea. Sembra di essere in guerra. Tra me e i miei malati c’è una maschera, una visiera e il loro scafandro. Spesso sono anziani e vivono da soli questo momento. E i parenti, isolati a casa, non possono assistere il loro caro, e ricevono telefonate nella notte in cui comunico loro la morte del loro familiare: tra me e loro c’è il telefono. Io che cosa posso fare per loro, umanamente, da cristiana? (...) Sono chiamata a riconoscere l’essenziale, il vero. La certezza che sostiene la nostra vita è un legame, e c’è un cammino da fare per arrivare a questa certezza affettiva. La fede è fidarsi che Lui ci sta chiamando. Solo quando domina una speranza fondata siamo in grado di affrontare le circostanze senza fuggire; è questa certezza che posso dare ai miei malati, ai parenti, oltre che a fornire le cure mediche».

Accanto alle litanie dei santi (san Rocco domina la top ten, ma ci sono anche Giuseppe Moscati e i santi medici Cosma e Damiano) sbucano video buffi sulle mascherine improbabili improvvisate al mercato (falde di finocchio tenute sulla bocca con l’elastico, bottiglioni di plastica tagliati a metà e usati come visiere, passamontagna riciclati), mentre in Lombardia le richieste di preghiere per i vivi e per i morti sono spesso accompagnate dal video di un brano tratto dai Promessi sposi alla prova di Testori, con Franco Parenti nelle vesti di frà Cristoforo: «Milano città crisma, città sigillo, città cesta (...) io ti saluto: case, strade, piazze, asili fabbriche mai finite, strade dalla peste circuite, città ospedale, vale, sì, vale essere figli tuoi anche qui e ora. L’afa di morte sale, ma tu, stranita, vuota, morta, città scorta, città porta adòprati e accetta che sia questa prova il sì che veramente ti rinnova».

Il teatro e la musica diventano preghiera nei tanti brani di capolavori condivisi sui social, e la preghiera diventa teatrale e musicale in senso profondo; ha bisogno di scaturire dalla vita reale delle persone, di avere carne e sangue per essere davvero quello che è chiamata ad essere, un grido dell’uomo a Dio, de profundis, dal profondo del mistero del suo essere. Lacrime e sorrisi si intrecciano nelle nostre mail, sugli schermi che brillano nel buio.

Di giorno, WhatsApp, e le varie piattaforme digitali che popolano i nostri cellulari scandiscono il tempo come il tam tam della tribù per i nostri antenati: e ci ripetono, ancor prima di essere letti, non sei solo, il tempo ha un senso, la Grande Bellezza esiste ancora, il Cielo c’è ancora anche se adesso vedi solo nuvole. Anche nel caso più difficile in assoluto, quando il destinatario del messaggio ha un amico o un familiare “paziente NCR”, non candidato alla rianimazione perché terminale. «La morte è l’ultimo dono che facciamo agli altri — ci ricorda il monaco e tanatologo Guidalberto Bormolini — come moriamo rimane nella memoria di tutti. La morte ci costringe a donare tutto, volenti o nolenti. Ecco, il dono che possono farci le persone che stanno morendo ora è di farci capire l’importanza della relazione con chi è già morto, così da restare veramente umani».

di Silvia Guidi

© Osservatore Romano - 14-15 marzo 2020