Le lettere consentono di rileggere le tappe più importanti dell'esperienza personale e spirituale del futuro Paolo VI, compreso il poco documentato periodo trascorso in Segreteria di StatoNon mancavano tuttavia anche alcune considerazioni sulle vicende politiche nazionali. "Sono invece molto impressionato per le deformi condizioni spirituali che vanno creando i fatti politici - scriveva Montini nella medesima lettera del novembre 1925, mentre il fascismo consolidava il suo regime dittatoriale - e quantunque resti affatto estraneo all'osservazione assidua della cronaca, e tanto meno alla partecipazione anche minima alla medesima, pur sento, e con dolore, che ci allontaniamo, gonfi di fanatismo e di partigianeria dalla pace degli spiriti e dalla ricerca cosciente, sia pure imperfetta, della giustizia, della concordia e dell'ordine". Il mese successivo, il giovane sacerdote confidava all'amico vescovo "ansie e trambusti" che lo angustiavano, e invocava il soccorso della Provvidenza. Riflettendo sulle difficoltà incontrate nell'esercizio quotidiano del suo ministero, rinnovava comunque il suo abbandono umile e fiducioso alle misteriose disposizioni della Volontà divina. "È che noi si pretende sempre di raggiungere un esito fabbricato dalla nostra ragione, quando non sia dalla nostra vanità e lesiniamo e spendiamo in ordine a questo la nostra cooperazione con l'invito del Signore a lavorare e soffrire, mentre bisognerebbe essere più generosi e più umili. Pazienza!". Anche quando, il 16 novembre 1928, monsignor Menna, che aveva una personale conoscenza di Papa Ratti e di alcuni suoi familiari, venne da questi nominato vescovo di Mantova, il rapporto epistolare con Montini proseguì. Il sacerdote bresciano, impegnato dal "molto lavoro e amarezze al solito", continuò a scrivere all'antico amico, come "un figlio, che non dimentica, specialmente ove il ricordo vale: nella preghiera" e non taceva qualche riflessione velata di malinconia.
Nell'agosto 1938, mentre il quadro politico internazionale stava irrimediabilmente deteriorandosi, Montini - che nel dicembre precedente era divenuto Sostituto alla Segreteria di Stato - udendo il suono delle campane dal suo ufficio in Vaticano, lanciava un auspicio: "Che suonino gloria a questo povero regno di Dio, ogni giorno più minacciato ed attaccato. Ma la Provvidenza veglia". E proprio l'illimitata fiducia nella Provvidenza attutiva anche quel disagio, avvertito dal Sostituto, per la sproporzione fra "le cose grandi da servire e le poche forze a disposizione". Il contatto epistolare tra i due amici proseguì in maniera costante anche durante il travagliato periodo bellico. Diverse furono anche le occasioni di incontro, a Roma e Camaldoli, ove Montini continuò a essere accolto durante alcuni dei sempre più esigui momenti di ristoro estivo. Nell'agosto 1943, ospite del deputato bresciano Giovanni Maria Longinotti presso il lago di Vico, Montini, fortemente impressionato dal precipitare degli eventi bellici, ricordava con malinconia le estati trascorse sulle colline bresciane. "Vi ho pensato anch'io rammentando con gratitudine le belle giornate passate lassù; ma il ripensarla - aggiungeva il Sostituto, che in quell'anno, a distanza di pochi mesi, aveva perso entrambi i genitori - mi riempie altresì di tristezza per la desolazione dell'ora attuale e di tutto quanto il tempo ci ha rubato nella sua corsa fatale". In quella stessa lettera (28 agosto 1943), Montini, turbato dall'imprevedibile evoluzione della storia presente "piena di timore e d'angoscia", confidava le drammatiche impressioni riportate nella visita, al fianco di Pio XII, alle zone della capitale devastate dai bombardamenti. "La visita col Papa (...) resterà incancellabile per la mia memoria: ma vi è immagine che meglio esprime le forze in contrasto di questo dramma sinistro, una delle quali, la bontà cristiana, è ridotta alla pietosa condizione di piangere e d'accorgersi di quali tragedie sia ormai capace il mondo dimentico di Cristo?". E nel descrivere la vita quotidiana in quei mesi di guerra, aggiungeva: "Si vive nel panico come se fosse l'atmosfera normale: non è di questo che parla il Vangelo quando ci fa vigili per la fine del mondo? Eppure ho davanti il quieto ed aprico panorama del lago di Vico! Ma sopra, come uccelli di sventura, rombano squadre d'aeroplani. Dio ci aiuti!". Ma solo due mesi dopo, rispondendo al vescovo e rincuorandolo per l'amarezza suscitata dal precipitare degli eventi, Montini invocava quale conforto in quel drammatico contesto la virtù prediletta, e da lui praticata in ogni declinazione, della Carità (termine che molto spesso, nei suoi testi autografi, come in questa lettera dell'ottobre 1943, scrive in maiuscolo). "Forse dovremmo consentire alla Carità, attraverso la nostra pena e il nostro ministero, un'effusione nuova e così forte da compensare nel bene l'immensa potenza del male. Vince in bono malum". Con quest'animo il Sostituto si impegnò assiduamente nel coordinare le attività dell'Ufficio informazioni sui prigionieri di guerra, costituito presso la Segreteria di Stato, promuovendo allo stesso tempo le iniziative della Pontificia commissione per l'assistenza ai reduci. Ma, all'indomani della liberazione del nord del Paese, il 28 aprile 1945 (lo stesso giorno in cui venne ucciso Mussolini) era Montini a chiedere informazioni a Menna, mentre seguiva "con immensa trepidazione" le ultime vicende. "Notizie? Le desideriamo immensamente, immaginando quante se ne nascondano di dolorose fra quelle che preludono alla fine della guerra".
Tanti e diversi continuarono a essere negli anni gli argomenti affrontati in questo fecondo scambio epistolare tra i due sacerdoti bresciani, vincolati da un'amicizia antica "che non dimentica le date" e ricorda le persone "di qua e di là dei confini del tempo", e che si protrasse fino al 1954. Quell'anno infatti segnò una svolta, inattesa, nella vita di entrambi. In autunno, a distanza di poche settimane, il vescovo di Mantova dovette lasciare la sua diocesi, mentre il Sostituto abbandonava la Segreteria di Stato per succedere al cardinale Schuster quale arcivescovo di Milano. Montini in quel delicato frangente, fu molto vicino a Menna, il quale, in obbedienza alle disposizioni superiori, rassegnò le dimissioni, ritirandosi nella sua proprietà di Camaldoli e lasciando il governo pastorale della diocesi nelle mani del vescovo Antonio Poma che, da alcuni anni, gli era stato affiancato come coadiutore. Lo stesso giorno della sua ordinazione episcopale, avvenuta il 12 dicembre 1954, Montini scriveva con riconoscenza all'antico maestro: "Ho ringraziato il Signore, ho ringraziato il Santo Padre, ho ringraziato chi mi ha consacrato: ora, e subito, voglio ringraziare Vostra Eccellenza Reverendissima, nella Quale vedo riassumersi quanti mi hanno voluto bene e mi hanno guidato su la via del sacerdozio di Cristo". Il nuovo arcivescovo di Milano, pur tra gli impegni della grande diocesi ambrosiana ("immenso campo, dove c'è tanto buon grano, e tanta zizzania") non trascurò il rapporto con l'antico maestro. Spesso gli faceva visita a Camaldoli, tornando ancora, come nei lontani anni giovanili, a essere suo atteso ospite in quei luoghi familiari. Questi incontri si ripeterono periodicamente, fino all'estate del 1957. Dopo la scomparsa di monsignor Menna, avvenuta l'8 ottobre, Montini, per quanto invitato ancora dal segretario del vescovo defunto, non tornò più a Camaldoli. Le lettere pubblicate in questo volume si presentano dunque ricche di notizie, informazioni, commenti utili allo studioso per comprendere la storia. Esse svelano però tra le righe, in maniera ben più edificante, il segreto di un'amicizia cristiana, "il segreto della bontà vera e fatta di virtù, che sa profondere i tesori di attenzioni e di previdenze".
(©L'Osservatore Romano 15 luglio 2011)