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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
spirito santo luceAlla scuola del Maestro interiore

di MICHELE GIULIO MASCIARELLI

Senza lo Spirito la sinodalità diventerebbe babele
Principium ignis.
Serve ricordare lo Spirito come fuoco anche in vista del discorso sinodale. Il fuoco è la sua seconda principale immagine ed è di origine biblica. Nella sera della Pentecoste gli apostoli, che si trovavano tutti insieme, oltre a sentire un vento gagliardo, videro «lingue come di fuoco che si dividevano e si posavano su ciascuno di loro» ( At t i , 2, 3). In quel momento «furono tutti pieni di Spirito santo» ( At t i , 2, 4).

Il suo senso è che lo Spirito è luce, insegnamento, sapienza. Egli è promesso da Gesù come colui che «insegnerà ogni cosa e [...] ricorderà tutto» ( Giovanni , 14, 26; cfr. 16, 13). Alla sinodalità sono necessari tutti i doni dello Spirito, ma in un modo speciale la Scienza e l’Intelletto: pensare, progettare, operare insieme hanno bisogno della luce dello Spirito, perché nella sinodalità si tratta del mistero, della missione, delle cose del Regno. È stato detto che «senza di lui (lo Spirito) la Chiesa [è] una semplice organizzazione, l’autorità è un dominio, la missione è propaganda» (Ignazio Hazim); ma si può aggiungere anche che senza di lui e della sua luce la sinodalità non si darebbe e la pretesa di realizzarla finirebbe per diventare la sua contraddizione: una babele senza fine, inconcludente e forse anche fonte di lacerazioni e dissapori gravi. Invece, il fuoco dello Spirito brucia pregiudizi, superbie, ideologie arroganti, rigidità comportamentali, ubbie e quant’altro impedisce l’incontro e il cammino sinodali. Ancora, lo Spirito rende possibile e fruttuosa l’esperienza sinodale con le sue altre tipiche operazioni: col suo fuoco fonde anima con anima, cuore con cuore, oltrepassando il semplice stare accanto e facendo esperimentare l’essere insieme nel modo più profondo, superando distinzioni quando diventano separazioni (cfr. Galati , 3, 28; 1 Corinzi , 12, 13): tutto questo compie in modo non fusionale, ma salvaguardando la singolarità di tutti e di ognuno. Inoltre, egli dà il coraggio della parresia (cfr. At t i , 2, 14-40; At t i , 4, 31) e mette a disposizione della sinodalità il suo santo fuoco, cioè l’amore, giacché, «come il fuoco è simbolo dell’amore, “così” è lo Spirito santo» ( Luca , 3, 16). L’Amore, cioè lo Spirito, è il primo soggetto dell’esperienza sinodale: la suscita, la consiglia, la anima, la sostiene e ne regola la fruttuosità.

Principium charismatis . I carismi sono trinitari: essi provengono originariamente dal Padre, fonte di ogni dono, sono fontalmente, come s’è detto, un’espressione di Cristo, ma sono anche contenuti germinalmente nello Spirito. Ma, in maniera più propria, i carismi si riferiscono allo Spirito, sintesi di tutti i carismi (cfr. 1 Corinzi , 12, 1, 4-6). I «doni spirituali» ( pneumatikà ) sono tali perché rimandano alla fonte stessa del dono, cioè allo Spirito santo. «Perciò il dono fondamentale dello Spirito, quello che comprende tutti gli altri, è una carità intensa e creativa» (Olivier Clément, I volti dello Spirito , Qiqajon, Magnano, 2004, pagina 100). Possiamo aggiungere che lo Spirito è il dono, della spiritualità, della santità, dello stesso Regno di Dio come «l’essenza di tutte le virtù è Cristo» (Massimo Confessore, Centurie della carità , II , 48). In concreto, i carismi sono inseparabilmente riferiti alle due missioni trinitarie e, in maniera più radicale, ai due «missionari» del Padre, al Figlio e allo Spirito. La sinodalità, per essere vera e legittima, occorre che sia un’espressione della realtà ecclesiale, quale realtà complessa, la cui radice è nel mistero trinitario che la riempie delle sue essenze comunionali, mentre vive, in modo particolare, nella luce e nella forza dello Spirito. La complessità della Chiesa è data anche dalle molte vocazioni e dai differenti ministeri e carismi che esistono in lei e la aprono missionariamente verso il mondo.

Lo Spirito è artista e maestro di sinodalità
Principium pulchritudinis.
Ci sono modi e modi di assemblare, di unire, di aggregare, di coordinare; queste sono operazioni che spesso noi facciamo solo con forza, con autorità e anche in modo sgarbato e duro, creando danni relazionali: un tal modo di dire e di fare danneggerebbe l’esperienza sinodale. Nella sinodalità sfocia tale molteplicità di doni che colorano la veste della Chiesa disegnata dall’«altra mano» (sant’I re n e o ) , quella dello Spirito, impareggiabile Artista (cfr. Crispino Valenziano, Bellezza del Dio di Gesù Cristo , Servitium, Gorle, 2000, pagine 144-165). Lo Spirito è maestro di sinodalità perché realizza quelle operazioni con rispetto di noi, con sapienza, con dolcezza forte, con mano di Artista, insegnandoci che tutta la vita cristiana ha — nel modo meno equivoco e più intenso — un’esperienza estetica. «Quale artista è questo Spirito! Tocca appena la mente per insegnare, e toccare è già insegnare. Tocca l’anima appena illuminata, e rinnova senza indugi ciò che esiste trasformando in ciò che non è. Pensiamo in che stato ha trovato i santi apostoli nell’ora che oggi celebriamo [la Pentecoste] [...]: cominciarono a parlare del Cristo in altre lingue essi che non osavano parlarne nella propria» (cfr. ivi , pagine 144-165).

Principium ordinis.
Lo Spirito insegna a usare sinodalmente i carismi. Fedeli e gerarchia, teologi e magistero, qualche volta non sembrano costituire una unità, nella diversità di ruoli e di carismi. Per eliminare questi difetti, serve una cura di sinodalità, che è l’intendersi nello Spirito. Egli da sempre agisce: nel magistero della Chiesa assistendolo; nella liturgia sacramentale, in cui egli ci pone in comunione con Cristo; nella preghiera, nella quale intercede per noi; nei carismi e nei ministeri con i quali edifica la Chiesa; nei segni della vita apostolica e missionaria che motiva l’esperienza di missione; nella testimonianza dei santi e dei martiri, in cui manifesta la sua santità e continua la sua raffinata opera di rifinitura nell’evento salvifico. Non è superfluo dire che la sinodalità ha bisogno di assimilare questa estetica dello Spirito, perché anche nel cristianesimo la bellezza non è anzitutto necessaria nell’o rd i ne della decorazione, ma in quello del principio. Un interesse e un’abilità speciali sono da curare nella “ricezione” e nella “fruttificazione” dei carismi che lo Spirito elargisce. Già la teologia ha aiutato molto a operare sostanzialmente l’abbandono di un’ecclesiologia piramidale e gerarcologica, realizzandosi ormai ciò che, alla fine del primo ventennio post-conciliare, era ancora un augurio: passare «a un’ecclesiologia di comunione, dove la mediazione pneumatologica è posta in primo piano, e lo Spirito è visto agire su tutta la comunità, per farne il corpo di Cristo, suscitando in essa la molteplicità dei carismi, che si configurano poi nella varietà dei ministeri al servizio della crescita della comunità stessa» (Bruno Forte, La Chiesa icona della Trinità. Breve ecclesiologia , Queriniana, Brescia, 1984, pagina 28).

Principium stabilitatis.
Lo Spirito, con i fili forti e lievi dei suoi carismi, tesse la tela di una “sinodalità permanente”. L’esp erienza sinodale non può essere un fatto episodico nella vita di Chiesa perché vuole pervaderla totalmente e, all’interno di questa sinodalità permanente rientra l’esercizio dei carismi, che lo Spirito aiuta a vivere in modo confacente alla loro natura. Questi, dotazione di tutti i christifideles , rendono adatti e pronti ad assumere uffici e responsabilità sia per il rinnovamento della Chiesa, sia per la sua maggiore espansione; ma, per il loro carattere necessario essi sono da riferire in modo congruo anche ai pastori, ai quali «spetta soprattutto di non costringere lo Spirito» (cfr. Lumen gentium , n. 12). Così, una forte dimensione sinodale si scorge nel fatto che, nel governo dei carismi, si esige da parte di tutti piena obbedienza allo Spirito, sebbene osservata in forme differenti: lo spirito comunionale da lui suscitato aiuta a non reprimere i carismi (cfr. 1 Corinzi , 14, 27-40) e a non opporre carismi e istituzione (cfr. 1 Corinzi , 12, 4, 10-28). Dati per il servizio alla Chiesa, pellegrina nel tempo quale popolo sinodale, i carismi, se non vengono soffocati, sono risorse di grazia per l’esistenza cristiana, per la vita di Chiesa, per l’opera di missione: perciò lo Spirito non li fa mancare mai insieme ad altri doni che egli elargisce (cfr. Romani , 12, 6; 1 Ti m o t e o , 4, 14; 2 Ti m o teo , 1, 6; 1 P i e t ro , 4, 10).

Lo Spirito interpreta la sinodalità come preghiera
Principium templi.
La sinodalità è l’esperienza liturgica celebrata nello Spirito. Perciò non la si può ridurre a una questione, a una teoria astratta. Però, è pur vero che, in tema di sinodalità, l’esemplificazione liturgica non resta catturata nella strettezza delle sole azioni: la liturgia, infatti, non ha le dimensioni brevi e ridotte del fatto, poiché essa accade nello spazio-tempo sterminato dell’evento, che ha per soggetto il Dio trinitario, la Chiesa del luogo mentre attrae a sé la misteriosa presenza della Chiesa universale. Il rapporto fra sinodalità ed evento liturgico va colto non a un livello astratto, ma in termini concreti e vitali, cosa che è forse l’aspetto più assente dalla teologia della sinodalità, benché ne costituisca forse la dimensione più delicata, quella che permette di afferrare più da vicino la vera natura della sinodalità stessa. Di là di tutto questo, una considerazione storica attenta sull’origine dei concreti sinodi in contesto liturgico, come una particolare espansione eucaristica (a esempio nei sinodi e nei grandi concili antichi come quello di Nicea o nei concili moderni come quello di Costanza e di Basilea) aiuterebbe a capire che anche l’attuale volontà di sviluppare una teologia e una prassi sinodali non dovrebbe mai dimenticare il contesto liturgico, ma di esso dovrebbe nutrirsi e sostanziarsi: prescinderne sarebbe, pertanto, una grave lacuna.

Principium lucis.
Perfino dopo il Vaticano II , «troppo l’ecclesiologia ha patito [...] dell’esasperazione della dimensione dottrinale avulsa dalla sua natura liturgica e pastorale. [...] La considerazione della celebrazione liturgica portante dell’evento sinodale è l’unica che possa conservare a essa la sua logica originaria, che è quella stessa della liturgia, celebrazione della coniunctio tra il Cristo glorioso e la sua Chiesa, coniunctio operata dallo Spirito» ( I sinodi fra storia e teologia , in Associazione teologica italiana, Chiesa e sinodalità. Coscienza, forme, processi , Atti del XIX Congresso nazionale, Padova-Camposampiero [5-9 settembre 2005], Glossa, Milano, 2007, pagina 159). Viva è ormai la coscienza teologica che la sinodalità abbia bisogno di un decisivo e permanente rapporto con quanto l’evento liturgico sa offrire: l’epiclesi, la dossologia, la penitenzialità. Questo significa che la sinodalità ha bisogno d’aprirsi alla presenza fecondatrice dello Spirito, d’orientarsi alla lode al Padre, di realizzarsi con la spiritualità della croce, che implica il perdono, concepito come principio di vita, senza il quale l’esperienza sinodale non va lontano, mentre essa va vissuta sotto l’egida dello Spirito di sapienza che ne presiede le dinamiche: a ben intendere, tale esperienza non è che un’ininterrotta invocazione della forza, dell’amore, della sapienza e della gioia dello Spirito, invocazione che, a un tempo, si eleva in alto e penetra nelle vene del vissuto ecclesiale.

La sinodalità dello Spirito si compie nel Tempio dei tempi nuovi
Gesù è il nuovo Tempio levato fra terra e Cielo. Se la prima arcata del Tempio è l’umanità di Gesù (incarnazione), la seconda arcata è la sua persona glorificata (mistero pasquale). Con l’Ascensione Cristo ha aperto il Cielo e vi è entrato come nel suo “luogo” più proprio: «L’Umanità penetra con Lui nel Tempio celeste, cioè nel pleroma delle creature spirituali che sono il Tempio, la Gloria, nel cui seno dimora la Santa Trinità» (Jean Daniélou, Il segno del Tempio o della presenza di Dio , Morcelliana, Brescia, 1960, pagina 64). Nella persona del Glorificato, come in una mistica tenda, il Padre e il Figlio sono congiunti nella loro uguaglianza divina ed estendono il loro amplesso all’intera comunità umana (cfr. Giovanni , 11, 52; Ap o c a l i s s e , 21, 3). Perciò, dopo la risurrezione di Gesù, il Tempio di Gerusalemme non provoca più un movimento centripeto (cfr. Michea , 4, 14; Isaia , 2, 24), ma un movimento centrifugo, che è un movimento sinodale o di missione (cfr. Ma t t e o , 28, 19; Ma rc o , 16, 15; Luca , 24, 47; Giovanni , 20, 21; At t i , 1, 8). In verità, la missione si diparte da un Tempio che è anche Tempio dello Spirito e, in quanto tale, è un luogo sinodale. «Infine — scrive Hervé Legrand — se la Chiesa è il tempio dello Spirito, dove ciascuno ha ricevuto un dono da far valere a vantaggio di tutti e se l’insieme di questi doni non si trova che nell’insieme della Chiesa, o delle Chiese, è evidente che questa ha la vocazione e il dovere di vivere secondo un regime di mutuo ascolto e di decisioni comuni. Infatti, anche investito da un ministero importantissimo, nessuno nella Chiesa può pretendere di monopolizzare i doni dello Spirito» ( La sinodalità al Vaticano II e dopo il Vaticano II , in Ati, Chiesa e sinodalità , pagina 92). Con l’espressione «l’insieme della Chiesa» si ha l’elemento statico della sinodalità, mentre con l’espressione «movimento centrifugo» si indica il suo elemento dinamico: mancando uno dei due elementi la sinodalità non c’è, ma a farli essere presenti e raccordati è uno solo: lo Spirito con la sua Pentecoste continua (cfr. Michele Giulio Masciarelli, Pentecoste continua. Il vento dello Spirito su Cristo, Maria e la Chiesa, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2007).

Lo Spirito insegna a vivere le “virtù sinodali”
Per essere sinodali occorrono tutte le virtù cristiane, che sono nel dominio dello Spirito; tuttavia è pur possibile selezionarne alcune, quelle più vicine all’esperienza sinodale. Anzi, necessitano non virtù singole, ma coppie di virtù perché queste hanno bisogno di bilanciarsi e rafforzarsi all’interno di un fruttuoso dinamismo dialettico. In particolare, tre coppie di virtù sembrano essere connotate da maggiore pertinenza e urgenza in vista della sinodalità: umiltà-attenzione, accoglienza-convivialità, ascolto-dialogo.

Umiltà e attenzione
A ragione Simone Weil ha osservato che l’attenzione è imparentata con l’umiltà. La loro è una parentela che non s’evidenzia subito, ma è sicura e stretta: sono virtù gemelle. «Come quella è intransigente: spogliata di un interesse parziale, misurata interamente da ciò su cui si concentra, l’attenzione è figura eminente di spiritualità, poiché essa è l’estrema passione della ragione e la più radicale purificazione della passione» (Ugo Perone, Le passioni del finito , Dehoniane, Bologna, 1994, pagina 43). Per la sinodalità occorre essere capaci di umile attenzione, che si snoda nel tendere in, nell’intendere a, nell’attendere: sono tutti movimenti d’allontanamento da sé, di apertura all’altro. L’attenzione è l’avventura spirituale della ricerca di Dio, il quale si fa trovare sulla via bianca dell’umiltà attenta e dell’attenzione umile che conduce a comportamenti ecclesiali corretti, fraterni, evangelici, in una parola sinodali. Perciò l’attenzione è umiltà (perché impone l’arretramento rispetto all’altro), è penitenza (perché impegna in una dura fatica spirituale), è fede (perché incammina alla ricerca dell’invisibile Dio), è ascesi (perché impone un argine allo sfrenato desiderio), è preghiera (perché, scoprendo Dio nell’altro, lo si invoca), è adorazione (perché, riconosciuto il Signore, ci s’ingino cchia alla sua misteriosa presenza), è carità (perché ricerca l’amato, l’atteso), è missione (perché è un andare). Insomma, è virtù sinodale di grande pregio.

Accoglienza e convivialità
La seconda coppia di virtù sinodali vive di due riferimenti sacramentali: il Battesimo che fonda l’accoglienza; l’Eucaristia che giustifica la convivialità. L’intima compenetrazione fra queste due virtù fa dire che l’accoglienza è virtù germinalmente eucaristica e la convivialità è virtù compiutamente battesimale. Di queste forti e decisive dinamiche sacramentali ci sono risvolti sinodali ben dimostrabili. Se l’uomo è un essere di attesa, un essere di vigilia, un essere d’accoglienza, per ciò stesso è una creatura sinodale: egli ha bisogno di accogliere e di essere accolto, di stare insieme ad altri simili e di camminare insieme a loro. Inoltre, la virtù della convivialità, quale virtù tipicamente eucaristica, che nasce e s’i r ro b u stisce dalla frequentazione del convito pasquale, si fa riconoscere per un atteggiamento consequenziale di calda e fraterna intesa, di sincera e partecipe amicizia, di mutua e profonda solidarietà. Di tutto questo vive la sinodalità. La confidenza dell’appartenenza alla stessa famiglia ecclesiale, per essere nati allo stesso fonte battesimale e, soprattutto, per essere commensali allo stesso Convivio eucaristico, pretende dai cristiani un atteggiamento consequenziale di rispetto affettuoso, di tenera fraternità, di costruttiva reciprocità. E questa è la sinodalità cristiana ed ecclesiale.

Ascolto e dialogo.
Chi vuole essere sinodale taccia, ascolti e dialoghi. Ma è giusto dire: chi vuol essere sinodale? In verità non è facoltativo esserlo. Di conseguenza, dovendo essere tutti e sempre sinodali, si sia disposti anzitutto ad abitare il silenzio (cfr. Michele Giulio Masciarelli, Abitare il silenzio , Dehoniane, Roma, 1997). L’esercizio virtuoso del silenzio porta a praticare con inesausta pazienza un profondo e delicato ascolto, che permette di dialogare con rispetto e fraternità. Come s’intuisce, ascolto e dialogo sono termini che vanno aiutati da un terzo termine (di per sé è il primo termine): si tratta del silenzio che fonda l’ascoltare e il dialogare. «Il silenzio è qualche volta tacere, ma il silenzio è sempre ascolto» (Madeleine Delbrêl, Noi, delle strade , Gribaudi , Torino, 1969, pagina 83). Dall’ascolto nasce anche il dialogo ecclesiale, cioè il dialogo teologicamente motivato, spiritualmente vissuto, comunionalmente condotto, missionariamente finalizzato. La sinodalità vive di dialogo: non si fa cammino comune sulla via di mutismi paralleli o affiancati; si fa sinodalità parlandosi, intessendo racconti di vita, interrogandosi, rispondendosi, ammonendosi, perdonandosi, consolandosi. Il pellegrinaggio dell’eso do, che è la globale esperienza della vita di Chiesa, non vive di fretta, ma di passo costante e lento; tale esperienza, dentro cui si svolge il faticoso e meritorio esercizio del dialogo, è una lenta tessitura di rapporti sinodali.

© Osservatore Romano - 1 settembre 2019