
di FRANCESCA CONSOLINI*
Rolando Rivi — che il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in rappresentanza di Papa Francesco, beatifica sabato 5 ottobre a Modena — nacque a San Valentino di Castellarano, (provincia e diocesi di Reggio Emilia) il 7 gennaio 1931.
Nella sua formazione fu fondamentale la figura di don Olinto Mazzocchini. Il giovane rimase affascinato da questo parroco che rimaneva ore inginocchiato in chiesa con il rosario e il breviario, assorto in colloquio con Gesù sacramentato. A soli cinque anni Rolando già si prestava a servire la messa; dotato di molto orecchio musicale, imparò presto i canti sacri e più tardi a suonare l’organo per accompagnare la corale parrocchiale della quale faceva parte anche il papà. L’Italia era nel frattempo entrata in guerra e il parroco esortava tutti, ma specialmente i bambini, a pregare per la pace. Nella primavera del 1942, dopo essersi consigliato con il parroco e avere lungamente pregato, Rolando rivelò ai familiari la decisione di farsi sacerdote; i genitori se ne mostrarono contenti e il giovane intensificò la sua vita di preghiera e di studio per prepararsi a entrare in seminario. Ai primi di ottobre del 1942 entrò nel seminario minore di Marola e subito vestì l’abito talare, come era in uso allora. Nel periodo trascorso in seminario Rolando si distinse per la pietà, l’amore allo studio, l’imp egno vocazionale e soprattutto la ferma decisione di voler essere sacerdote e anche missionario: «Saremo sacerdoti un giorno — diceva ai compagni — con l’aiuto del Signore: io andrò missionario. Andrò a far conoscere Gesù a quelli che non lo conoscono ancora». Al chiudersi dell’anno scolastico rientrava in famiglia a San Valentino; subito si recava dal parroco e con lui concordava l’orario da seguire anche a casa; ogni mattina partecipava alla messa con la comunione e la meditazione in chiesa; poi si fermava in casa parrocchiale per aiutare don Olinto; a metà giornata c’era la visita al Santissimo Sacramento, poi il rosario o la Via Crucis. Per l’abito talare aveva una vera venerazione, lo considerava segno della sua appartenenza a Cristo e del futuro sacerdozio e non volle mai deporlo, neppure durante il gioco. Nell’estate del 1944, partiti i seminaristi per le vacanze, il seminario venne occupato dai tedeschi. Rolando, come i compagni, dovette tornare a casa, portando con sé i libri e proponendosi di continuare a studiare. A casa Rolando continuava a sentirsi seminarista: messa e comunione quotidiana, meditazione, visita al Santissimo Sacramento, rosario, preghiera personale e buone letture, oltre, naturalmente le ore dedicate allo studio. Nonostante gli inviti dei famigliari e l’esempio di altri seminaristi di San Valentino, Rolando non volle abbandonare la veste talare; a tutti rispondeva: «Io studio da prete e la veste è il segno che io sono di Gesù». Rolando era dunque ben consapevole del rischio che correva portando la veste talare e continuando la sua vita di preghiera e di apostolato fra i giovani. Il 10 aprile 1945, martedì dopo la domenica in Albis, dopo la messa, si recò a casa e, presi i libri, si diresse come al solito a studiare nel boschetto poco lontano. Da quel momento i familiari non lo videro più; tra i suoi libri venne trovato un biglietto: «Non cercatelo: viene un momento con noi partigiani». Per Rolando cominciò un’agonia durata tre giorni. La veste talare gli venne strappata, presa a calci e poi appesa al portico di un casolare. Il 13 aprile, dopo essere stato picchiato brutalmente, venne ucciso. Prima di morire, chiese di pregare per i suoi genitori e, mentre inginocchiato sull’orlo della fossa, pregava per i suoi, fu ucciso con due colpi di pistola al cuore e alla testa in un bosco alle Piane di Monchio.
*Postulatrice della causa
© Osservatore Romano - 5 ottobre 2013