«Vorrei mostrare come fare perché il Catechismo della Chiesa Cattolica (Ccc), da strumento muto, come un violino di pregio posato su un panno di velluto, si trasformi in strumento che suona e scuote i cuori». Ha usato una metafora musicale il cappuccino Raniero Cantalamessa per introdurre la pri-ma Predica di Avvento, tenuta sta-mane, venerdì 7 dicembre, nella cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico, alla presenza di Benedetto XVI. Scegliendo di dedicare il primo degli appuntamenti in preparazio-ne al Natale al tema dell’Anno del-la fede, il predicatore della Casa Pontificia si è soffermato in parti-colare sull’opera — di cui ricorre il ventennale — curata dal cardinale Joseph Ratzinger. Per questo — ha esordito con una battuta — «non parlerò del contenuto del Catechi-smo; sarebbe come voler spiegare la Divina Commediaa Dante Ali-ghieri». Piuttosto, il relatore ha sottolineato la necessità per i cri-stiani di oggi «di passare dalla par-titura all’esecuzione, dalla pagina muta a qualcosa di vivo che fa vi-brare l’anima»: in pratica, cioè nell’Anno della Fede lo studio e la riscoperta del Catechismoapre alla «ricchezza di insegnamento che la Chiesa ha accolto, custodito e of-ferto nei suoi duemila anni di sto-ria». Per questo ha citato la visione di Ezechiele, della mano tesa che porge un rotolo. «Il Pontefice — ha spiegato — è la mano che, in quest’anno, porge di nuovo alla Chiesa il Catechismo dicendo: “Prendi questo libro, mangialo”». E mangiare un libro significa «non solo studiarlo, analizzarlo, memo-rizzarlo, ma farlo carne della pro-pria carne e sangue del proprio sangue, “assimilarlo”. Trasformarlo da fede studiata in fede vissuta». Però siccome ciò «non è possibile con tutta la mole del libro», allora «bisogna cogliere il principio che informa e unifica il tutto, il cuore pulsante del Catechismo», ovvero Gesù. In proposito il predicatore ha chiarito la distinzione trakerygmae didaché. «Il primo, che Paolo chia-ma anche “il vangelo”, riguardava l’opera di Dio in Cristo, il mistero pasquale di morte e risurrezione, e consisteva in formule brevi di fede, mentre la seconda si riferiva all’in-segnamento successivo, alla forma-zione completa del credente». Dunque la fede «sbocciava solo in presenza del kerygma», che «non era un riassunto della fede, ma il seme da cui nasce tutto il resto. E anche il più antico nucleo del cre-do riguardava Cristo, di cui mette-va in luce la duplice componente, umana e divina». Poi il «nucleo primitivo, o credo cristologico, venne inglobato in un contesto più ampio. Questo sviluppo della dot-trina cristiana è un arricchimento, non un allontanamento dalla fede originaria». Quindi per attualizza-re il discorso «sta a noi oggi — in primo luogo ai vescovi, ai predica-tori, ai catechisti — far risaltare il carattere a parte del kerygma come momento germinativo della fede. In un’opera lirica, per riprendere l’immagine musicale, c’è il recitati-vo e c’è il cantato e nel cantato ci sono gli acuti che scuotono l’udito-rio e provocano emozioni forti, bri-vidi». Del resto — ha avvertito — «la nostra situazione è tornata a essere la stessa del tempo degli apostoli. Abbiamo davanti, almeno in certi ambienti, un mondo post-cristiano da rievangelizzare. Dob-biamo riportare alla luce la spada dello Spirito che è l’annuncio, in Spirito e potenza, di Cristo morto e risorto». Inotre il kerygma è per il predi-catore della Casa Pontificia «anche un certo clima spirituale, uno sfon-do sul quale tutto si colloca. Sta all’annunciatore permettere allo Spirito Santo di creare questa at-mosfera». Per questo il Ccc può assumere oggi il ruolo che nella Chiesa apostolica spettava alla di-dachè: formare la fede, darle un contenuto, mostrarne le esigenze etiche e pratiche, portare la fede a rendersi «operante nella carità». Soprattutto padre Cantalamessa ha posto l’accento sulla terza “c” del titolo del Catechismo, cioè dell’aggettivo cattolica. Per lui «la forza di alcune Chiese non cattoli-che è di puntare tutto sul momen-to iniziale, la venuta alla fede, l’adesione al kerygmae l’accettazio-ne di Gesù come Signore, visto co-me un “nascere di nuovo”, o “se-conda conversione”. Ma questo può divenire un limite se ci si fer-ma a esso. Noi cattolici abbiamo da imparare qualcosa da tali Chie-se, ma abbiamo anche tanto da da-re. Nella Chiesa cattolica tutto ciò è l’inizio, non la fine della vita cri-stiana. Dopo quella decisione, si apre il cammino verso la crescita e, grazie alla sua ricchezza sacramen-tale, al magistero, all’esempio di tanti santi, la Chiesa è in una si-tuazione privilegiata per condurre i credenti alla perfezione». E se il kerygma è l’acuto della catechesi, per produrlo non basta alzare il to-no della voce, occorre l’unzione dello Spirito Santo. «C’è bisogno di istruzione dall’esterno, c’è biso-gno di maestri; ma la loro voce pe-netra nel cuore solo se a essa si ag-giunge quella interiore dello Spiri-to. È l’unzione dello Spirito che fa passare dalle enunciazioni di fede alla loro realtà». E ha citato come caso di «unzione della fede» quel-lo sperimentato da Pascal nella notte del 23 novembre 1654 e una propria esperienza personale men-tre assisteva a una messa natalizia di mezzanotte presieduta da Gio-vanni Paolo II in San Pietro. Per-ché — ha concluso — l’unzione del-lo Spirito Santo produce «un effet-to collaterale nell’annunciatore: gli fa sperimentare la gioia di procla-mare Gesù e il suo Vangelo. Tra-sforma l’evangelizzazione da in-combenza e dovere, in un onore».
© Osservatore Romano - 8 dicembre 2012