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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
Il ritorno alle fonti è un compito imprescindibile per il teologo che seriamente vuole svolgere il suo compito per produrre pensiero scientifico. In un periodo come il nostro sembra emergere una certa stanchezza nella ricerca, questa diventa ancora più evidente se la si confronta con la ricca produzione dell'immediato post concilio. Riscoprire la ricchezza del pensiero precedente, quindi, può essere solo una positiva provocazione per dare spessore alla ricerca e augurarsi il rifiorire di studi teologici seri, originali e in grado di dare risposta sensata alle molteplici problematiche dell'uomo contemporaneo. La pubblicazione di Johann Sebastian Drey, Kurze Einleitung in das Studium der Theologie mit Rücksicht auf den wissenschaftlichen Standpunct und das katholische System del 1819 a opera di Max Seckler (Francke Verlag, Tubinga 2007), permette di confrontarsi con una delle personalità più originali della storia del pensiero teologico moderno. Nato a Ellwangen nel 1777, Drey morì a Tubinga nel 1853 dopo aver speso l'intera sua esistenza nello studio della teologia con il tentativo fecondo di porre le basi per un rinnovamento che si confrontasse con le diverse istanze del sapere. Professore di matematica e fisica, si dedicò con vera passione allo studio della filosofia fino ad assumere la cattedra di teologia nella prima sede accademica di Ellwangen (1812) che nel 1817 si trasferirà a Tubinga. Insieme a Johann Baptist von Hirscher,  Johann Georg Herbst, Johann Evangelist von Kuhn e il più conosciuto Johann Adam Möhler, Drey rappresenta non solo la prima generazione di quel gruppo di docenti che darà vita a una nuova scuola teologica, ma va riconosciuto come il fondatore della scuola di Tubinga e certamente come un autentico precursore della teologia fondamentale e di un nuovo modo di concepire l'apologetica.
Drey è rimasto ingiustamente nell'ombra e la storia della teologia non è ancora stata in grado di mostrare il suo genuino apporto a una concezione moderna del sapere teologico e alle istanze critiche che la rivelazione contiene in sé. La sua opera, comunque, permane come un punto di riferimento fondamentale per verificare la pregnanza della fede cattolica e la sua intelligenza del mistero rivelato. Essa emerge con maggior originalità nel momento in cui si confronta la sua produzione nel contesto storico dell'epoca. Mentre l'insieme della teologia navigava in acque incerte, spesso incapace con la scolastica barocca di confrontarsi con le nuove istanze che provenivano soprattutto dagli studi di Kant e Fiche, Drey si presenta come il vero interlocutore in grado di dare autonomia alla teologia, di rileggerla alla luce della nota dell'ecclesialità e di fornirle uno statuto epistemologico capace di rispondere alle esigenze proprie della ragione critica del periodo.
Il rapporto tra fides e ratio trova in lui una visione organica e non conflittuale in grado di evidenziare come nella stessa rivelazione viene offerto all'umanità un orizzonte di pensiero che l'uomo da sé non può produrre ma accogliere se intende raggiungere la verità. Drey, insomma, sa coniugare il mistero della rivelazione inserendolo coerentemente all'interno della storia della salvezza. Il "regno di Dio" diventa in lui un concetto fondamentale e permette di cogliere l'istanza sottostante come quella di un radicarsi della rivelazione nella dinamica della storia della salvezza.
Se, da una parte, Drey corregge Hegel; dall'altra, anticipa Schelling nella sua Filosofia della rivelazione:  "Diventa perciò necessaria una rivelazione che l'uomo non possa né fare sua né proclamare come opera propria o della natura e che anzi egli debba ammettere immediatamente come rivelazione di Dio, nei confronti della quale, anche nel caso della più assoluta incredulità, egli sia esclusivamente capace di negarne il fatto, ma non il carattere. In questa rivelazione, Dio deve mostrarsi nell'uomo come eminente rispetto alla forza del suo pensiero e alla coscienza ma anche come eminente rispetto alla volontà e alle forze morali; nella natura come più potente di essa e come suo signore e padrone" ( 22).
In Drey, insomma, la ragione rimane sempre aperta, allargata, per accogliere in sé il novum che proviene dal rivelarsi di Dio in Gesù Cristo. Questa concezione della teologia come riflessione storica, ma con l'istanza metafisica, anticiperà di gran lunga la stagione del Vaticano ii. Basti un ultimo riferimento al tema della tradizione per verificare direttamente quanto il caposcuola di Tubinga sia da annoverare tra i pensatori che hanno permesso il rinnovamento teologico del concilio.
Certo, il suo linguaggio rimane per alcuni versi ancorato al tema della duplicità delle fonti; eppure, l'esigenza di evidenziare il ruolo vivo e attivo della tradizione è pienamente moderno:  "La costruzione storica della fede religiosa può a sua volta essere ricercata su una duplice via, a seconda della diversità dei mezzi di trasmissione storica e delle vedute che hanno questi mezzi. Se, infatti, come mezzo di trasmissione della idea della fede religiosa si assume la sola Scrittura, allora la costruzione è interpretazione della Scrittura, l'intera teologia è esegesi. Se però, accanto alla Scrittura o a qualunque altra tradizione figurale, sussiste anche e viene universalmente riconosciuta un'apparizione viva e oggettiva quale proseguimento del fatto originario e come sua autentica tradizione, allora la dimostrazione storica ha luogo in e attraverso questa apparizione. E tale apparizione è la Chiesa" ( 47).
Questi testi avrebbero potuto mostrare con chiarezza il profondo senso ecclesiale che animava la sua teologia e la solidità del suo ragionamento radicato nella vera tradizione. Come spesso avviene, purtroppo, chi ha un'intelligenza viva arriva con largo anticipo a percepire la realtà, ma trova sul suo cammino menti mediocri che hanno il solo scopo di emarginare il suo pensiero tacciandolo con il sospetto di non essere in linea con i tempi.
È merito indiscusso di uno dei teologi fondamentali più accreditati del nostro tempo, Max Seckler, aver riproposto con forza l'opera e il pensiero di Johann Sebastian Drey. La damnatio memoriae a cui fu sottoposta una delle menti cattoliche più brillanti del xviii-xix secolo viene riscattata da un altrettanto impegno nella ricostruzione storica e teologica del suo pensiero. In questo ultimo decennio, infatti, Seckler è stato in grado di pubblicare l'edizione critica del fondatore della scuola di Tubinga, aggiornando di volta in volta ogni volume con delle prestigiose introduzioni.
Se si mettessero insieme queste pagine ne risulterebbe l'opera più approfondita e originale sul pensiero di Drey e sulla scuola di Tubinga. Dopo la pubblicazione del Mein Tagebuch nel 1997, Seckler a ritmi incalzanti ha presentato una serie di saggi, Theologie, Kirche, Katholizismus dove trova spazio la riproduzione del Das Studium der Theologie del 1819. Da non dimenticare, inoltre, la sua presentazione a Lo spirito e l'essenza del cattolicesimo, pubblicato dalla Lateran University Press nel 2007, un saggio dove Drey si sforza di "dimostrare come il cattolicesimo attraverso il proprio culto - e qui precisamente solo attraverso questo - induca nell'animo umano quella commozione atta a far sbocciare il germe dell'essere divino nel fiore della religione (...) Il sacro giace nell'animo dell'uomo come un ente oscuro, illimitato e infinito; nel momento in cui il sacro sale dall'animo commosso e si configura come una visione determinata per la ragione e la volontà, guadagna chiarezza e riceve contorni precisi. Ma posto che debba rimanere un'entità sacra, anche in questa sua apparizione non dovrà essere simile a un'entità finita, ma rimanere elevata rispetto a quella e, conforme alla sua natura, perdersi nell'infinità" (p. 71).
Già queste poche righe permettono di cogliere la permanente attualità del suo pensiero anche su un tema che coinvolge non poco il sentire della fede. La liturgia, spesso priva del suo riferimento al mistero, viene qui ricollocata come espressione centrale della fede nel suo evocare il divino. Dopo il diario di Drey, Seckler pubblica nel 2003 i due volumi delle Praelectiones Dogmaticae composte negli anni 1815-1834. Edizione critica che conserva il testo latino di Drey, ma con un apparato così minuzioso e preciso che permette di accedere con maggior facilità al testo originario. Da ultimo, l'opera probabilmente più interessante di Drey, Kurze Einleitung in das Studium der Teologie del 1819. Qui si pongono le premesse e le considerazioni perché la teologia sia considerata a pieno titolo una "scienza" nel confronto con le scienze dell'epoca.
Drey fu certamente un pioniere nel rinnovamento della teologia e la scuola cattolica di Tubinga ne è stata segnata positivamente nel suo tentativo di rileggere la fede alla luce della coscienza storica. Questo orizzonte di pensiero evitava di cadere nella trappola del razionalismo e, per molti versi, si distaccava pienamente dai pericoli dell'idealismo sponsorizzato sempre a Tubinga nella  sezione evangelica. Drey mostrò che la Chiesa non è un sistema di dottrine avulse dal tempo,  ma  una  comunità  di fede incarnata nella storia che dinamicamente sviluppa ciò in cui crede.
Non è un caso che John Henry Newman trovò negli scritti di Drey una fonte autorevole per il suo Sviluppo della dottrina cristiana. Il concetto di Tradizione, che era servito a Drey per immettere all'interno  della  teologia  la nota dell'ecclesialità e della viva trasmissione da parte dei credenti, mostra oggi la sua lungimiranza soprattutto dinanzi alla necessaria riscoperta dell'unità della Parola di Dio, oggetto del prossimo Sinodo dei Vescovi.
di Rino Fisichella
(©L'Osservatore Romano - 12 luglio 2008)