Nel centenario della nascita di Sofia Vanni Rovighi, la rivista "Vita e Pensiero" ha pubblicato un inedito della filosofa dedicato alla bellezza della preghiera vissuta alla luce dell'insegnamento di Tommaso d'Aquino. Ne riportiamo la prima parte.
di Sofia Vanni RovighiQuando recito il Salmo 18, in cui si parla di cieli che narrano la gloria di Dio, di una parola di consegna trasmessa dal giorno al giorno successivo, di un sapere che la notte comunica alla notte perché non siano trasgredite le loro misure; ancora più, forse, quando nel Salmo 148 mi unisco alla lode di tutto l'universo, dagli Angeli alle bestie più paurose (i dracones della Vulgata), dai buoni alberi fruttiferi alla grandine che distrugge i loro frutti, e mi domando quale concezione del mondo si adatti alla mia preghiera, penso volentieri a san Tommaso, che non ebbe paura di assimilare quella visione aristotelica nella quale ogni cosa che mi sta intorno ha un suo valore e spessore ontologico - non è solo l'ombra proiettata sul fondo di una caverna - ogni cosa, dall'Angelo più sublime alla grandine e alla neve, ha una sua forma, un principio di intelligibilità, in virtù del quale essa può narrare a me la gloria di Dio e, a suo modo, lo può lodare. Quello che Aristotele non sapeva, e che san Tommaso imparò dalla Bibbia, a cominciare dal primo versetto della Genesi, è che ogni cosa in tanto è intelligibile e narra, riflette la gloria di Dio in quanto è stata creata da Lui e porta un sigillo, un'orma, un vestigium, come dicevano i medievali, della sua infinita intelligenza, e per questo può parlare a me di Lui, a me che porto un'orma più profonda, che sono di Lui imago, e posso non solo parlare ad altri di Lui (come fanno i cieli, le piante e gli altri animali) ma aver coscienza della mia lode e così, propriamente, pregarlo.
Sono ben inserita in questo mondo di cieli, di piante, di animali, in questo mondo sensibile, e ringrazio Dio di averci ispirato, nei salmi, una preghiera che fiorisce dalla contemplazione di questo mondo e che risponde così bene alla mia personale esperienza e a quella concezione dell'uomo e della sua situazione nel mondo che mi è offerta da san Tommaso. Il quale mi dice - con un'ardita teoria che non mancò di suscitare scandalo ai suoi tempi e che non è stata forse ancora assimilata dal pensiero cristiano, la tesi dell'unicità della forma sostanziale nell'uomo - che il medesimo principio per cui mi elevo alla contemplazione della verità, alla contemplazione di ciò che Dio mi ha rivelato di sé, è quello per cui ho un determinato temperamento, un determinato corpo con le sue forze e debolezze. E mi spiega così, ripetendomi mille volte che l'intelligenza umana è l'infima delle intelligenze, la pochezza del mio lume, la fatica che debbo fare per elevarmi alla sublime verità della infinita trascendenza di Dio - haec sublimis veritas chiama san Tommaso la frase con la quale Dio disse il suo nome a Mosè - ma spiega anche come io possa in certo modo dare voce alle creature inferiori all'uomo, o meglio: come io possa capire, interpretare la loro voce di lode, poiché questa umana intelligenza, l'infima delle intelligenze, fa un po' da cerniera fra il mondo dei corpi e quello delle pure intelligenze, degli Angeli.(©L'Osservatore Romano - 28 settembre 2008)