È stato inaugurato nel pomeriggio di giovedì 8 novembre, nello Sala Riaria del Palazzo della Cancelleria, l’anno accademico 2012-2013 dello Studio ro-tale. Pubblichiamo stralci dell’intervento introduttivo del segretario di Stato e, in basso, della prolusione del decano della Rota Romana. di TARCISIO BERTONE
Il prestigio di cui gode lo Studio Rotale è universalmente riconosciuto e gli stessi Sommi Pontefici ne han-no dato più volte testimonianza. Penso, fra tutti, alle parole del vene-rabile Pio XII, il quale nella sua allo-cuzione alla Rota del 1° ottobre 1940 così si esprimeva: «torna a gran vo-stra lode che lo Studio Rotale e le aule del Tribunale della Rota assur-gano ad alta scuola di procedura e di discussione giuridica per il nume-ro sempre crescente di sacerdoti, di religiosi e di laici di ogni regione e lingua dell’universo cattolico, che vi convengono e apprendono come la Roma cristiana non cessi di farsi maestra del diritto alle genti, erede ed emula di quella severa e scrutatri-ce sapienza, che rese famosi i giuri-consulti cesarei».
Con queste parole il grande Pon-tefice metteva in luce la fonte prima-ria dell’autorevolezza di questa isti-tuzione formativa: il vincolo costitu-zionale con il Tribunale apostolico della Rota Romana, la cui «grandez-za — per usare le parole di Pio XI, nel discorso alla Rota del 1° ottobre 1930 — [...] viene dalla maestà della Chiesa Cattolica e della Santa Sede» e la cui auctoritas in campo giuridico riposa su una plurisecolare tradizio-ne giurisprudenziale, che l’ha resa punto di riferimento per i cultori della scienza del diritto ben al di là dell’ambito strettamente ecclesiasti-co. Tale vincolo è manifesto sia nella superiore moderazione dello Studio, riconosciuta al decano della Rota, sia nell’estrazione dei docenti, che sono scelti in primo luogo fra i pre-lati uditori e gli officiali del Tribuna-le — senza escludere altri nelle mate-rie di più stretta caratura tecnico-scientifica —, sia, infine, nella mate-ria viva delle esercitazioni, che è tratta dalle cause trattate e decise presso il medesimo Tribunale apo-stolico. Da tale legame, nelle sue declina-zioni appena accennate, scaturisce anche il carattere peculiare di questa scuola. In essa i tirones non acquisi-scono una formazione meramente teorico-accademica — che anzi è data per presupposta, come si evince dai requisiti di ammissione —, ma ven-gono introdotti nella concretezza dei casi trattati, ricevono in mano i fa-scicoli delle cause, e mediante lo stu-dio di questi, principalmente degli atti formati in seno al Tribunale, possono impadronirsi dello stylus Curiae nell’accezione più elevata, non solo come tecnica formale e re-dazionale (comunque preziosa, con i suoi canoni fondanti di sobrietà, di precisione, di discrezione), ma prin-cipalmente come modus procedendi caratterizzato dal severo rispetto del-le procedure, dalla ponderatezza delle decisioni, dalla ferrea osservan-za della dottrina non disgiunta dall’attenta considerazione dei ri-svolti umani e personali del singolo caso, nell’ottica superiore della salus animarum e della promozione della comunione ecclesiale. In altre parole lo stylus che qui si trasmette e si acquisisce è una sorta di habitusinteriore a sentire cum Pe-t ro nella trattazione delle questioni giuridiche dei fedeli. Sentire che, a sua volta, non dev’essere certo inteso riduttivamente come una sorta di va-ga consonanza emotiva, ma richiede un’adesione ferma e solida al Magi-stero pontificio: un s e n t i re , quindi, che è insieme del cuore e della mente. Per questo motivo è fortemente auspicabile che ai numerosi laici che al presente frequentano i corsi dello Studio Rotale si aggiungano sempre più numerosi chierici, sì da formare un ideale ponte fra la Curia romana e le curie diocesane, nelle quali quel-lo «stile» possa così diffondersi e operare come lievito efficace di cre-scita dell’unità cattolica. In tal modo si esplica, altresì, mediante la cono-scenza sempre più diffusa della retta giurisprudenza (cfr. art. 35, § 3 Di-gnitas Connubii), quel munusdi pro-mozione dell’unità in campo giuri-sprudenziale che al Tribunale della Rota corrisponde per missione istitu-zionale (cfr. art. 126 Pastor Bonus), quale trasparente riflesso del carisma petrino a fondamento dell’unità del-la Chiesa. Lo Studio rotale, in tal modo, di-viene uno degli alvei attraverso i quali si diffonde la romanità della Chiesa, mediante la formazione di giudici e avvocati che poi saranno destinati ad operare nelle più distin-te regioni del globo. È vero che le facoltà pontificie romane sono già di per sé un luogo privilegiato, in cui tale dimensione della Chiesa cattoli-ca viene appresa ed assimilata nella vicinanza — anche fisica — alla Sede di Pietro; ma nello Studio del Tribu-nale apostolico essa, per cosi dire, si respira a pieni polmoni, a stretto contatto con l’operato giudiziale di un’Istituzione che agisce con potestà vicaria, amministrando la giustizia in nome di Colui che occupa la Prima Sedes. Si realizza così una feconda inte-razione fra le istituzioni della Santa Sede e le Chiese particolari, che cor-robora il dinamismo tipicamente cat-tolico dell’unità nella molteplicità. Lo sottolineava già il Papa PioXI nel già citato discorso del 1930, ralle-grandosi «dell’aumento dei giuristi che hanno frequentato lo Studio del Tribunale. Veramente è in questo fatto una grande promessa di reci-proci vantaggi che dal centro si dif-fonderanno alla periferia e dalla pe-riferia ritorneranno al centro. È per-ciò degno di ampia lode il gesto dei Vescovi che, anche da regioni lonta-ne, hanno mandato i loro sacerdoti a Roma ad apprendere, frequentando lo studio del Tribunale della S. Ro-ta, come le cause vanno trattate e si trattano». Il Santo Padre, pertanto, non mancava di proporre «questo gesto alla imitazione di tutti». Presiedo perciò con viva gioia questo atto accademico poiché, co-me segretario di Stato di Sua Santi-tà, ho l’onore e l’onere di trasmettere la sollecitudine del Papa per la retta formazione di quanti sono chiamati a operare nella vigna del Signore. Mi unisco pertanto nell’appello ai pastori delle Chiese locali, affinché favoriscano l’afflusso dei chierici dal-le loro diocesi allo Studio Rotale. Appare a questo punto utile sotto-lineare un altro aspetto da cui di-scende l’indiscusso prestigio dello Studium Romanae Rotae, vale a dire la sua veneranda antichità. Risorto in concomitanza con la Rota restituta da san PioXnel 1908 per impulso del decano cardinale Lega e riforma-to da Pio XIIcon il decreto Nihil an-tiquius dell’8 giugno 1945, ad inizia-tiva del decano cardinale Jullien, in realtà, in forme diverse, cioè incen-trate sulla frequenza e il tirocinio espletati presso i singoli prelati odi-tori, lo Studio risulta operante da tempi assai più antichi. Il Secreto di RotaGiuseppe Bondini alla metà dell’Ottocento poteva affermare: «in questo Tribunal della Rota, con par-ticolare laude sua, grado così rile-vante occupano i suoi studî, che non solo non se ne potrebbe far senza, ma si taglierebbe a metà la storia di lui, e la si disconoscerebbe, non par-landone», evidenziando come «gli Auditori della sagra Rota romana con la presente istituzione degli stu-dî [...] acquistaronsi laude somma, e crebbero in estimazione vie maggior-mente grande». Vale anzi la pena di rammentare che, nel tempo di inattività del Tri-bunale apostolico della Rota, segui-to agli eventi del 1870, l’uditore e poi decano Giovanni Battista De Montel, ragionando sui motivi che avrebbero dovuto consigliare il suo ripristino, annoverava come non se-condario quello appunto della ria-pertura dello Studio, in funzione della sua alta missione formativa: «si ripristinerebbe — egli affermava — una scuola pratica utilissima pei gio-vani ecclesiastici che amano dedicar-si allo studio della giurisprudenza... E con ciò sarebbe risoluta la difficol-tà di formare buoni Canonisti, la cui penuria si fa sentire ogni giorno più». Ora, dunque, più di un secolo è trascorso da quando lo Studio Rota-le ha riaperto le sue aule agli allievi, e in tale fecondo periodo esso, oltre a formare capaci giudici ecclesiastici — spesso poi assurti al grado di pre-lati uditori —, e validi avvocati laici, sovente resisi celebri anche nelle uni-versità civili (vorrei fare solo qualche nome tra i più insigni: Pio Ciprotti, Pio Fedele, Renato Baccari, Pietro Agostino d’Avack, Vincenzo Del Giudice, Ermanno Graziani, Luigi De Luca...), si può ben dire che ha operato quasi come un seminarium Curiae, dando alla Chiesa una fitta schiera di superiori e officiali della Curia romana, tra i quali mi consen-tirete di ricordare almeno un mio il-lustre predecessore nella carica di se-gretario di Stato — il cardinale Amleto Giovanni Cicognani. Questo radicamento storico è im-portante non perderlo di vista, giac-ché la Chiesa è immersa nella storia, in quanto il suo fondatore ha scelto di incarnarsi e ha voluto che l’istitu-zione che ne perpetua il messaggio salvifico viva nelle faticose pieghe della vicenda umana. Mi riallaccio così in qualche modo al tema della prolusione che terrà a breve l’eccel-lentissimo decano, tema che conside-ro di grande interesse innanzitutto perché senza storia non c’è memoria e senza memoria non c’è un degno presente né una credibile proiezione verso il futuro. La storia della Chiesa si incarna nelle persone che in essa hanno rice-vuto, per disposizione provvidenzia-le, la responsabilità e la missione di servirla nei diversi uffici e pertanto la conoscenza della storia della Chiesa, con uno sguardo che con-senta, al di là delle vicissitudini dei singoli, di cogliere le grandi tensioni ideali e spirituali che la accompa-gnano e la guidano nelle turbolenze dei tempi, è corredo essenziale di qualunque scienza ecclesiastica, a partire dal diritto canonico.
© Osservatore Romano - 9 novembre 2012