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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
manuense-2di PAOLO VIAN
A una considerazione complessiva la storiografia manselliana su Pietro di Giovanni Olivi e sullo spiritualismo francescano appare una pagina fondamentale della storiografia italiana novecentesca sul fatto religioso. Tributaria alle sue origini delle intuizioni di Morghen sul cristianesimo medievale e a esse collegata anche come quadro generale di riferimento, la riflessione di Manselli fra gli anni Quaranta e Ottanta del secolo scorso si mosse poi con autonomia nell'approfondimento di un tema che Morghen aveva appena sfiorato; e lo fece con una coerenza, con una capacità di inquadramento storico, con una organicità che non potranno essere dimenticate. Ci si può dolere di una certa ripetitività dell'ultimo Manselli, probabilmente troppo preso da molti impegni; ma non si dovrà mai dimenticare il tono nuovo che diede a ricerche sino ad allora esclusivo patrimonio di una certa erudizione francescana e di un filone di studi (Buonaiuti, Benz) che, per la sua stessa caratterizzazione, ne confermava la marginalità.
La sorpresa quasi indignata del "grande maestro di letteratura greca" che durante le vacanze del 1943 scopre Manselli nella Biblioteca statale di Lucca intento nella lettura della Expositio super Apocalipsym di Gioacchino da Fiore e le valutazioni negative sui lavori di Manselli dei commissari del concorso del 1955-1956 la dicono lunga su un atteggiamento allora diffuso nella cultura storica italiana. Al contrario Manselli, muovendosi all'inizio da vero pioniere, si è battuto per mostrare come il gioachimismo e lo spiritualismo francescano - quella che nel 1973 definì la "linea gioachimitica-spirituale" - siano stati una componente essenziale del Medioevo cristiano, la cui fecondità storica travalica i conflitti e le beghe conventuali e informa di sé molteplici aspetti e personalità dei secoli bassomedievali, partendo da Gioacchino da Fiore reinterpretato alla luce dell'evento francescano e da Pietro di Giovanni Olivi, passando per Ubertino da Casale, per Angelo Clareno, per gli Spirituali e i beghini provenzali e italiani, ma anche per Dante, per Petrarca, per Cola di Rienzo, alimentando il movimento dell'Osservanza francescana e persino, con alcuni motivi, la Riforma protestante e Cristoforo Colombo, mentre accompagnava le missioni francescane, da quelle ancora medievali in Oriente a quelle alle soglie dell'età moderna verso il nuovo mondo.

La fecondità storica di questo filone, alla fine, appare a Manselli più importante della rivendicazione della sua "ortodossia"; il tema, che pur ha interessato Manselli all'inizio del sua cammino, nel tempo lascia sempre più spazio all'osservazione del movimento di queste idee nella loro continua e cangiante incarnazione nella vita degli uomini che a quelle idee si ispirarono (...). Ma - e questo è un altro dato importante da considerare - lo spiritualismo francescano e la sua figura di maggiore spessore teologico e spirituale, Pietro di Giovanni Olivi, non rappresentano per Manselli un orizzonte conclusivo, uno scenario chiuso, da scandagliare e analizzare con approfondimenti sempre nuovi.
I temi studiati dagli anni Quaranta sono per lui un osservatorio, un punto di vista particolare dal quale considerare, con uno sguardo complessivo, le vicende della Chiesa bassomedievale. Gli studi sullo spiritualismo francescano così si allargano naturalmente non solo all'escatologismo (che della riflessione spirituale poteva essere una componente comprensibilmente ineliminabile) ma anche all'ecclesiologia, alla concezione della Chiesa, al rapporto fra gerarchia e fedeli, fra pastori e popolo. E la crisi all'interno dell'Ordine dei Minori e il fallimento dello spiritualismo appaiono a Manselli la premessa della crisi della cristianità medievale sfociata nella Riforma protestante (nella quale pur riemergono [...] motivi che erano stati degli Spirituali, come quello dell'Anticristo mistico, del papa eretico e come Anticristo), così come i semi gettati attraverso l'Osservanza francescana e Bernardino da Siena (con la sua lettura "selettiva" dell'Olivi, che ne conserva il rigore della pratica francescana mentre ne elimina il coté escatologico-apocalittico, con il rapporto nuovo instaurato fra sacerdozio e fedeli) rappresentano la risposta a quella accorata preghiera di Olivi che chiedeva al Signore pastori che fossero guida vera e autentica del gregge (...).
Manselli amava spesso ricordare (e lo ha scritto) che nella biblioteca di san Filippo Neri compariva anche l'Arbor vitae crucifixae Jesu di Ubertino. Anche qui la sintonia con Morghen era intima e profonda e non saprei dire chi dei due abbia influenzato l'altro: entrambi scorgevano nella storia religiosa fiorentina e toscana bassomedievale un filo rosso che la percorreva, con aspirazioni di rinnovamento e di riforma della Chiesa che dalla pataria dell'XI secolo, passando attraverso lo spiritualismo francescano, gli Osservanti, ma anche altri canali, arrivava a Savonarola e Filippo Neri, consegnando il testimone alla Riforma cattolica. Non è un caso che Manselli abbia ripetutamente insistito sulla centralità del convento francescano fiorentino di Santa Croce, il luogo in cui Olivi col suo breve soggiorno realizzò quel legame fra Spirituali d'Italia e di Provenza che avrà particolare importanza nei decenni successivi, ove lasciò quella lezione che influenzerà Dante e dove per tutto il Trecento - anche attraverso l'opera dell'amico francescano di Petrarca, Tedaldo della Casa - le sue opere furono trascritte, conservate e lette, magari con espunzioni mirate e accorti addolcimenti, magari con sotterfugi pseudepigrafici, ma sempre considerate, valutate, interpellate, come una voce da non dimenticare.
E sarà a Santa Croce che Bernardino cercherà alcune opere di Olivi, sapendo evidentemente bene cosa e dove cercare. La disseminazione delle idee spirituali passa non solo attraverso luoghi ma anche attraverso oggetti, come il manoscritto 9 della biblioteca della Chiesa Nuova di Assisi, con le traduzioni provenzali delle operette spirituali di Olivi, segno di una trasmigrazione verso ambiti meno ostili e cieli meno tempestosi. Così attraverso luoghi, oggetti e soprattutto uomini, lo spiritualismo si diffonde nello spazio e nel tempo; muore, certo, sotto i colpi di un'istituzione che non riesce a comprenderlo e lo considera solo pericolosa disobbedienza, ma, come il chicco di grano di Giovanni, 12, 24, è proprio morendo, trasformandosi, fecondando altre realtà che esso porta frutto. Nella sua scomparsa, nel suo inabissamento nelle correnti profonde della storia vi è la condizione della sua fecondità e della sua moltiplicazione.
La lezione di Giovanni, 12, 24 è così presente a Manselli da divenire (...) la chiave di volta dell'interpretazione di Olivi. A proposito del quale il merito indiscutibile di Manselli non risiede nell'accertamento di dati biografici, in analitiche ricostruzioni del pensiero o nell'edizione di grandi opere (...). Tutto questo verrà più largamente dopo, a partire dagli anni Settanta e Ottanta a opera da una parte di storici americani, dall'altra dello stesso Ordine francescano con l'edizione della "Collectio Oliviana". Il merito di Manselli consiste piuttosto nell'avere riscattato la figura di Olivi innalzandola da grande teologo ed esegeta a punto di osservazione della parabola della Chiesa bassomedievale; nell'aver compreso che le doverose precisazioni sulle immagini e sulle figure della sua riflessione escatologica - "Babylon", l'"Ecclesia carnalis", l'Anticristo mistico - dovevano necessariamente allargarsi e ancorarsi a una considerazione globale del suo pensiero, della sua teologia della storia attraverso la quale "il francescano di Béziers sembrerà ancora più grande" (...). Senza Manselli, senza la sua lunga e paziente opera di rilettura e rivalutazione, difficilmente si sarebbe assistito alla stagione delle edizioni e delle ricerche più approfondite. (...)
In questo modo, scrivendo di Olivi e di Spirituali francescani, Manselli ha composto una pagina di storiografia à part entière, ricordando a tutti, come lezione di metodo, non solo che non si può fare storia senza tener conto della centralità dell'esperienza religiosa, ma anche che non si può fare storia religiosa senza affrontare in senso lato la storia concreta di quegli uomini che hanno creduto e sperato. Se oggi il suo nome, a più di venticinque anni dalla morte, può sembrare talvolta dimenticato, è forse perché il successo conseguito con l'acquisizione diffusa e condivisa di molte delle sue conclusioni ha finito per trascinare nel silenzio uno degli artefici di quelle conquiste. Come capitò di scrivere allo stesso Manselli a proposito di Valdo e del silenzio a suo riguardo negli scritti di Gioacchino da Fiore: "per ciò il suo svanire finisce per essere il prezzo pagato al risultato stesso della sua azione". Però se oggi il mondo del gioachimismo e dello spiritualismo francescano (e, in senso più ampio, quello del profetismo e dell'escatologismo) non è più quel mondo "travolto dalla dimenticanza, oppresso da gravi calunnie, malconosciuto e spesso malcompreso", se sono scomparse quelle "diffidenze e perplessità, per cui quelle idee vennero, di volta in volta, classificate stranezze, bizzarrie o vaneggiamenti di spirito malato"; se quel mondo, riacquistando piena cittadinanza nella considerazione storica, ci appare ora multiforme e plurale nelle sue espressioni ma al tempo stesso unitario nell'aspirazione di fondo; se infine quest'aspirazione di fondo non è più ritenuta un affare fratesco ma un movimento possente che per le vie più diverse ha ispirato momenti, figure e personalità centrali del basso medioevo italiano e non, il merito sarà ampiamente da ricondurre alla ricerca appassionata di Raoul Manselli fra gli anni Quaranta e Ottanta del secolo scorso. Nisi granum frumenti cadens in terra mortuum fuerit, ipsum solum manet, si autem mortuum fuerit multiplicem fructum affert.



(©L'Osservatore Romano 21 luglio 2011)