Agostino Card. Marchetto
Così scriveva un noto giornalista (rubrica ‘Risponde’ del Corsera 14/2/19): “chiudere i Papi nelle gabbie delle definizioni laiche di destra e sinistra è sbagliato. Anche solo definirli conservatori o progressisti è complesso. Prenda Giovanni Paolo II. Lo incontrai due volte, a Parigi e ad Assisi, ed è senz’altro la personalità più carismatica che abbia mai visto; però non saprei come definirla.
Poteva avere tratti reazionari e tratti rivoluzionari. Poteva sembrare ora un mistico medievale, ora un uomo di straordinaria modernità; come quando chiese perdono per le colpe della chiesa, un gesto che solo un Papa forte poteva concepire”. Personalità carismatica dunque, San Giovanni Paolo II. Pure uno storico-teologo ancora sulla bocca di tutti i “progressisti” di oggi, Yves Congar, così lo presentava in concilio, non ancora cardinale, riferendosi al progetto Wojtyla per lo schema “Chiesa e mondo contemporaneo”, “concepito” e redatto – scrive il Congar – “dal punto di vista della Chiesa stessa, che formula i suoi principi e dà le sue giustificazioni [...] Esso non può [quindi] prevalere come base delle nostre discussioni, su quello che è stato elaborato per mandato della Commissione mista, ma bisognerà tenerne conto, anche se testo privato”. Così si fece.
Ne abbiamo conferma anche da parte di un Papa che si riferisce a lui, mettendolo assieme a Giovanni XXIII, in questi termini: “Sono stati sacerdoti, vescovi e papi del XX secolo. Ne hanno conosciuto le tragedie, ma non ne sono stati sopraffatti. Più forte, in loro, era Dio; più forte era la fede in Gesù Cristo Redentore dell’uomo e Signore della storia; più forte, in loro, era la misericordia, più forte era la vicinanza materna di Maria. [nel] servizio al Popolo di Dio. San Giovanni Paolo II è stato il Papa della famiglia, così lui stesso, una volta, disse che avrebbe voluto esser ricordato, come il Papa della famiglia". Mi piace sottolinearlo con parte del testo dell’Omelia di Papa Francesco, il 27/5/14, per la S. Messa di canonizzazione dei Beati Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II.
Mi devo però limitare a presentarvi solo un aspetto significativo di un lunghissimo pontificato, cioè le catechesi delle Udienze generali che vanno dal settembre 1979 al novembre’ 84, contenenti quella che alcuni definiscono teologia del corpo, in ogni caso sull’amore umano. E questo lo faccio per arrivare al centro della giornata di oggi, dicevo ai "resurrecturis", cogliendo e ricordando quanto segue, e cioè dunque la Teologia del Corpo, cominciando dal primo ciclo di tali istruzioni, cioè su
"L’unità originaria del uomo e della donna, catechesi sul libro della genesi (5/9/1979 – 2/4/1980)" e proseguendo poi, nel Terzo ciclo: La risurrezione della carne.Teologia del corpo dell’uomo risorto, pienamente redento e ricreato (11/11/ 1981 – 10/2/ 1982). Cominciamo con 1. Le parole del “colloquio con i sadducei” essenziali per la teologia del corpo (11 novembre 1982); 2. Il Dio vivente, stringendo l’alleanza con gli uomini, rinnova continuamente la realtà stessa della vita (18 novembre 1981); 3. La dottrina sulla Risurrezione e la formazione dell’antropologia teologica (2 dicembre 1981); 4. La risurrezione realizzerà perfettamente la persona (9 dicembre 1981); 5. Le parole di Cristo sulla risurrezione completano la rivelazione del corpo (16 dicembre 1981); 6. Le parole di Cristo sul matrimonio, nuova soglia della verità integrale sull’uomo (13 gennaio 1981); 7.L’interpretazione paolina della dottrina della risurrezione (27 gennaio 1982); 8 La concezione paolina dell’umanità nella interpretazione della risurrezione (3 febbraio 1982); 9. La spiritualizzazione del corpo fonte della sua incorruttibilità (10 febbraio 1982). Ecco il campo della nostra ricerca, del vostro approfondimento. Provate a farlo, proviamo a balbettarlo.
Come capite, è questo Terzo ciclo che dovremmo sviluppare per renderci conto che tutti noi siamo "Resurrecturis". Oggi poi è la Festa del ricordo dei nostri cari "Resurrecturis" e pure nostra, di noi che viviamo ancora in questo mondo con la beata speranza. Non lasciamoci rubare la speranza, dunque, ricordando che il "Redentore ha assunto la morte perchè non avessimo più paura di morire" come conclude San Gregorio Magno. Sia così.