
"Allontanatevi da me voi tutti operatori d'iniquità!"
(Lc 13,22-30)
A volte capita di sentire qualcuno che dice: "da ragazzo ho fatto il chierichetto... ho frequentato il collegio dei salesiani... facevo catechismo... animavo la Messa... ho fatto tanti campi-scuola" ecc, ecc
Come se l'aver fatto certe cose o frequentato certi luoghi garantisca il nostro conoscere Gesù.
Averlo incontrato, essere stati in intimità con Lui.
Siamo superficiali.
Siamo quelli del sentito dire o del "io c'ero".
Una dimensione superficiale ma, apparentemente e tutto sommato, benevola.
Perché, dunque, Gesù ci chiama "operatori di iniquità"? Cosa abbiamo fatto di iniquo?
Abbiamo compiuto il più tremendo dei delitti: il deicidio!
Non abbiamo ri-conosciuto il posto che spetta a Dio.
Pur sapendo chi è Gesù l'abbiamo trattato come merce di scambio, come un oggetto di supermercato, come una "cosa" da usare per garantire il nostro successo, la nostra stima o anche il semplice "io c'ero!".
Per garantire l'ideologia del politicamente corretto e l'omologazione con la mentalità del mondo.
E, senza alcun dubbio, anche le manipolazioni ego-latra e narcisista del nostro cuore.
È tipico di noi "credenti" essere operatori di iniquità. Piegare Dio alle nostre miserie e fargli dire ciò che vuole il nostro tornaconto.
Proprio qui, in questo, operiamo qualcosa di cattivo. Proprio in questo siamo cultori di vanità.
Invece di portare il "sale", che immeritatamente abbiamo ricevuto, ai fratelli ci siamo adeguati agli errori e alle strutture del mondo.
All'idolatria del mondo. All'avarizia del mondo.
Giuda di Keriot siamo noi; sono io.
Io sono, purtroppo e spesso, idolatra.
Poniamo le condizioni per un'adorazione perenne di noi stessi fatta di tante piccinerie e avarizie, gelosie e macchinamenti che "sprechiamo" il tempo e le energie a costruire il castello di sabbia della nostra auto-stima senza guardare a Lui, fonte di ogni bene e di tutto il bene.
Per questo Egli ci dice "non so di dove siete" perché noi per primi l'abbiamo reso "una cosa accanto le altre", un feticcio del politicamente corretto, un affare totalmente privato, un qualcosa che è al di fuori del nostro quotidiano e del nostro vivere.
Abbiamo cercato di piegare "la Verità" ad un'opinione e ci siamo chiusi la porta della salvezza in faccia con la scusa della democrazia e del buonismo.
Poca democrazia e bontà verso gli altri, infinita verso noi stessi.
Un discorso auto-flagellante questo? No! la pura realtà.
Ciascuno di noi è "l'omicida" nell'accusa che muove Pietro: "voi, per mano di empi, l'avete ucciso!" (At. 2,23-24)
Empi sono alcuni pensieri; sono alcune scelte; sono lo strascico della mentalità del mondo con cui cerchiamo di "addomesticare" il vangelo.
Empie le gelosie, le invidie, le mormorazioni, la mancanza di rispetto ai pastori.
Empio è il vivere borghese con un cristianesimo di facciata che, purtroppo, non è solo provincialismo, ma piuttosto durezza di cuore.
Empie le possessività, le intemperanze, le lussurie del cuore e del corpo.
Questa è la porta stretta, ma è l'unica porta: proclamare Cristo Gesù Signore di tutta la tua vita, dei tuoi pensieri, del tuo progettare, del tuo camminare e del tuo coricarti.
Del tuo gioire e del tuo soffrire;
del tuo giocare e del tuo riposo;
del tuo vincere e del tuo perdere.
Qui non importa essere primi o ultimi, ma solo essere suoi; senza riserve.
Tutto il resto non solo non viene da Dio, ma, soprattutto è inutile.
Salvatore e Paul