Tra 1628 e 1629 Diego Velázquez (1599-1660) ha dipinto una grande tela. L'opera rappresenta l'anima del cristiano che contempla Cristo dopo la flagellazione. È probabile che fosse destinata a un alto prelato legato alla corte di Spagna. Qualche storico dell'arte ha ipotizzato che si tratti di un domenicano, Antonio de Sotomayor, il confessore del re che effettivamente commissionò all'artista altre tele di carattere devozionale.
L'opera doveva servire alla sua contemplazione e meditazione privata. Eppure in questi mesi si trova esposta al grande pubblico in una mostra allestita alla National Gallery di Londra, la galleria dove si trova normalmente: "The Sacred Made Real: Spanish Painting and Sculpture 1600-1700".
Il soggetto rappresentato da Velázquez non è molto frequente. Vediamo Cristo, sofferente e legato a una colonna, che, dopo la sua flagellazione, è visitato da un'anima cristiana, nella forma di un bambino, accompagnato dal suo angelo custode.
Velázquez colora una composizione di grande equilibrio e intenso realismo. L'angelo indica al bambino in ginocchio il Cristo flagellato, che si trova al centro, circondato da uno spazio vuoto, ma illuminato da un fascio di luce. Anche nel seminterrato della National Gallery il pubblico si muove silenzioso nella penombra e, nell'aria condizionata del museo, i fasci di luce illuminano opere d'arte che narrano dolore e sofferenza.
L'Ecce Homo di Gregorio Fernández (1576-1636) ha grazia di forme e armonia di proporzioni, ma il corpo di Gesù è cosparso di sangue. Il Cristo morto scolpito da Fernández tra 1625 e 1630 è un corpo privo di vita, con ossa angolose nella carne, gli occhi vitrei senza espressione, la bocca socchiusa.
I colori dipinti sul legno esprimono il senso di un soffio vitale appena svanito. Il sangue esce ancora dalle ferite, grumi sanguigni sono sulle ginocchia, sui piedi, sulle mani e sul costato, le labbra e le dita hanno un brutto colore bluastro. In assenza di Maria, Giovanni e la Maddalena, tocca al visitatore lamentare la morte di Cristo. È interessante la reazione del pubblico, e di parte della critica, di fronte a un tipo di arte considerata "difficile da guardare", "strana", "spettacolare". Persino gli organizzatori della mostra hanno inserito qua e là nel materiale di promozione e illustrazione qualche frase cautelativa sul carattere inquietante, quasi sinistro, di un certo brutale realismo.
La scultura policroma esposta raggiunge effettivamente momenti di intensa, quasi violenta, corporeità.
Il visitatore, educato ad associare la scultura alla levigatezza del marmo o agli effetti dorati del bronzo non è abituato a statue dipinte di carne martoriata. Inoltre, in un Paese di tradizione anglicana, ora multireligioso e secolarizzato, una sensibilità protestante, o semplicemente atea, trova estranea questa attenzione quasi teatrale alla sofferenza fisica della carne come mezzo di elevazione spirituale. Eppure ne resta affascinata, magari riscoprendo un tocco di modernità in un antico stile sensuale e iperrealista.
La selezione dei lavori, che fanno parte della collezione del museo inglese ma provengono anche da raccolte pubbliche e private, spagnole, inglesi e statunitensi, non ha però lo scopo di emozionare o impressionare il pubblico. Sedici dipinti dell'epoca d'oro della pittura spagnola sono esibiti accanto ad altrettante sculture policrome contemporanee allo scopo di dimostrare l'interdipendenza tra pittura e scultura, e affermare un importante argomento di carattere storico-artistico.
Si è sempre pensato infatti che il realismo della pittura spagnola seicentesca derivasse da precedenti o parallele tradizioni pittoriche, per esempio l'arte di Caravaggio o la tradizione fiamminga.
La mostra ha invece voluto dimostrare che un ruolo fondamentale per lo sviluppo del realismo spagnolo è stato svolto dalla tradizione delle sculture lignee dipinte - una forma d'arte realistica per sua stessa natura e già parte della tradizione iberica - e che il sacro è stato reso reale in quel modo così intenso e drammatico proprio grazie a un fertile dialogo tra scultura e pittura. Le sculture dipinte avevano un forte impatto sui fedeli ma anche sull'immaginazione dei pittori.
Gli antichi - dai tempi del Neolitico e dell'Antico Egitto fino a quelli dei Greci e dei Romani - coloravano le loro sculture, e dipingere le sculture di legno era diventata anche una tradizione medievale.
San Giovanni della Croce (1542-1591), che in gioventù aveva lavorato nella bottega di uno scultore, scriveva che le sculture dipinte erano utili, anzi necessarie, a risvegliare la devozione. Mentre in Italia la scultura in legno era stata gradualmente sostituita da figure più idealizzate e anticheggianti in marmo e bronzo, perché si credeva che le statue antiche fossero monocrome - in realtà avevano solo perso il colore - gli scultori spagnoli del Seicento lavoravano il legno per produrre statue sempre più realistiche e vicine alla realtà.
Alcuni di loro introdussero anzi l'uso di occhi e lacrime di vetro, denti di avorio, peli reali per le ciglia, capelli umani, corteccie dipinte di rosso per simulare l'effetto del sangue coagulato sulle ferite.
Questa forma estrema di realismo scultoreo ebbe grande effetto su pittori come Jusepe de Ribera (1591-1652), Francisco de Zurbarán (1598-1664), Francisco Pacheco (1564-1644), Diego Velázquez, e Alonso Cano (1601-1667). In Spagna infatti la produzione di sculture religiose, regolata dalle corporazioni, prevedeva che gli scultori intagliassero le statue, ricoprendo il legno con uno strato di gesso bianco, e che poi i pittori le dipingessero. Per questo era uso che ogni giovane pittore imparasse a dipingere le statue lignee e anche questo fa supporre un'influenza diretta del realismo delle sculture policrome sulla pittura spagnola del Seicento.
È stato per esempio scoperto da poco un contratto che conferma che Zurbarán dipinse una scultura lignea proprio all'inizio della sua carriera.
L'esperienza dei pittori come decoratori di sculture aveva sicuramente un effetto sul loro senso del volume quando dalla natura tridimensionale della statua dovevano passare alla superficie piana del dipinto.
La mostra propone una serie di opere in scultura e in pittura che trattano gli stessi soggetti proprio per illustrare il modo in cui i pittori tentavano di emulare sul piano dei loro dipinti la materialità corporea delle sculture policrome, tentando di suggerire un'illusione di tridimensionalità. Tra i tanti esempi, possiamo ricordare l'Immacolata Concezione di Velázquez e la statua lignea sullo stesso soggetto di Juan Martínez Montañés (1568-1649), dipinta da Francisco Pacheco (1564-1644), oppure il Crocifisso considerato il capolavoro di Zurbarán, e quello scolpito da Montañés. Il san Luca di Zurbarán che contempla la crocifissione invita lo spettatore a chiedersi cosa sia da considerare reale: si tratta di Cristo crocifisso o di una scultura policroma? La mostra ci informa anche di un caso opposto di incontro tra pittura e scultura. Nel 1663 lo scultore Pedro de Mena (1628-1688) tradusse in scultura una figura dipinta, quando realizzò una statua lignea di san Francesco in estasi, riproducendo esattamente un dipinto di Velázquez.
Nella Spagna del Seicento pittori e scultori avevano comunque lo stesso obiettivo - avvicinare i fedeli al sacro con rappresentazioni realistiche - e si trovarono spesso a collaborare. La più celebre collaborazione fu quella tra il pittore Pacheco e lo scultore Montañés.
"The Sacred Made Real" è una mostra di grande valore e originalità. Il curatore, Xavier Bray, dimostra in modo convincente che non si possono comprendere i dipinti di uno Zurbarán o di un Velázquez senza considerare la tradizione spagnola della scultura policroma.
Il dipinto di Velázquez con l'anima del cristiano che contempla Cristo dopo la flagellazione è esposto accanto all'Ecce Homo di Fernandéz, un tipo di scultura che il pittore aveva sicuramente presente. Nel quadro la figura che rappresenta l'anima si inginocchia, potendo vedere ciò che invece noi non vediamo. Girando però intorno alla statua, possiamo vedere nel dettaglio l'orrore della schiena ferita e sanguinante di Cristo.
(©L'Osservatore Romano - 16 gennaio 2010)