Il libro del cardinale presidente emerito del Pontificio Consiglio per la Promo-zione dell’Unità dei Cristiani a cui si è riferito Papa Francesco all’Angelus s’intitola Misericordia. Concetto fon-damentale del vangelo. Chiave della vita cristiana (Brescia, Queriniana, 2013, pagine 336, euro 26) ed è uscito in Germania nel 2012. Pubblichiamo parte del settimo capitolo «La chiesa sotto il metro della misericordia».
di WALTER KASPER
Il comandamento della misericordia non vale solo per il singolo cristiano, ma vale anche per la chiesa nel suo complesso. Come per il singolo cri-stiano, così anche per la chiesa il co-mandamento della misericordia è fondato nell’essere della chiesa come corpo di Cristo. La chiesa non è perciò una specie di agenzia sociale e caritativa; è, nella sua qualità di corpo di Cristo, sacramento della permanente presenza efficace di Cri-sto nel mondo, ed è, come tale, sa-cramento della misericordia. Essa lo è come il Christus totus, come il Cri-sto capo e membra. Perciò nei suoi membri e nelle persone bisognose di aiuto la chiesa incontra lo stesso Cri-sto. La chiesa deve rendere presente nella storia e nella vita del singolo cristiano il vangelo della misericor-dia, che Gesù Cristo personalmente è, mediante la parola, il sacramento e mediante tutta la propria vita. Ma anch’essa è oggetto della misericor-dia di Dio. La chiesa è, come corpo di Cristo, salvata da Gesù Cristo, però racchiude nel suo seno anche peccatori e deve perciò essere conti-nuamente purificata per essere pura e santa (Ef 5, 23.26s.). La chiesa de-ve perciò domandarsi di continuo in modo autocritico se corrisponde an-che effettivamente a ciò che è e deve essere. Viceversa noi dobbiamo com-portarci, come fa anche Gesù Cristo, in modo misericordioso e non altez-zoso con i suoi difetti e con i suoi errori. Dobbiamo avere le idee chia-re al riguardo: una chiesa senza cari-tas e senza misericordia non sarebbe più la chiesa di Gesù Cristo. La critica peggiore che si può muovere alla chiesa, e che spesso le viene anche giustamente mossa, è che non fa lei stessa quel che predi-ca agli altri, anzi che è sperimentata da molte persone come una chiesa priva di misericordia e rigida. Possiamo predicare in modo cre-dibile questo messaggio del Dio del-la misericordia solo se anche il no-stro modo di parlare è caratterizzato dalla misericordia. Dobbiamo discu-tere con gli avversari del vangelo, numerosi oggi come in passato, con fermezza per quanto riguarda la so-stanza, ma non in termini polemici e aggressivi, e non dobbiamo ricam-biare male con male. Il fatto di ripa-gare gli avversari con la stessa mone-ta non è, alla luce del discorso della montagna, un modo di comportarsi che possa essere giustificato nella chiesa. Anche nelle discussioni con avversari il nostro modo di parlare non deve essere caratterizzato dalla polemica, ma essere animato dal de-siderio di dire la verità comportan-doci con amore (Ef 4, 15). Dobbia-mo combattere la battaglia per la ve-rità energicamente, ma non senza amore, afferma Crisostomo. Perciò la chiesa non deve predicarla ai suoi uditori dall’alto del pulpito con sac-centeria; considerare il mondo mo-derno soltanto negativamente, come decadenza, è ingiusto e come ingiu-sto viene percepito. La chiesa deve apprezzare le legittime esigenze dell’uomo moderno e i progressi in umanità che ci sono nella modernità, ma affrontarne i problemi e le ferite con misericordia. O vviamente non basta che la chiesa parli di misericordia, bisogna fare la verità (Gv 3, 21). Soprattutto oggi che la chiesa è giudicata più in base alle sue azioni che alle sue pa-role. Il suo messaggio deve perciò fare sentire i suoi effetti sulla prassi concreta e promuovere una cultura della misericordia in tutta la sua vita. A motivo della mutata e mutevole situazione sociale oggi si pongono nuovi problemi e nuove sfide sociali. In questo contesto richiamiamo l’at-tenzione solo su un problema: il pe-ricolo dell’imborghesimento della chiesa nel benestante mondo occi-dentale. In molte comunità si è for-mato un ambiente, in cui persone che non adottano uno stile di vita più o meno borghese, persone che sono finite sotto le ruote e negli in-granaggi della vita, trovano posto solo a fatica. Questa è una situazio-ne che solo difficilmente si concilia con la prassi di Gesù. Durante la sua vita terrena nulla diede infatti tanto scandalo come il suo interessa-mento per i peccatori. «Come può mangiare con pubblicani e peccato-ri?», molti si domandarono infatti in tono di rimprovero. Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i pec-catori» (Mc 2, 16s.). Tra i pubblicani e le prostitute egli trovò infatti an-che più fede che non tra la gente perbene di allora. E degli uni e delle altre egli poté perciò dire che sareb-bero stati loro a entrare nel regno dei cieli piuttosto che coloro che si ritenevano persone timorate di Dio (Mt21, 31s.). Agli accusatori, che gli avevano trascinato davanti una don-na sorpresa in flagrante adulterio, disse semplicemente: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei», mentre alla donna — dopo aver constatato che nessuno voleva più condannarla — disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8, 7. 1 1 ) . La critica più grave che possa es-sere mossa alla chiesa è perciò che alle sue parole spesso seguono o sembrano seguire solo poche azioni, che essa parla della misericordia di Dio, ma che molte persone la perce-piscono come rigorosa, dura e spie-tata. Tali accuse risuonano, tra l’al-tro, quando si parla del modo in cui essa si comporta con persone che nella loro vita hanno commesso dei gravi errori o che sono fallite, con i divorziati che si sono risposati civil-mente, con coloro che (secondo il diritto civile) sono usciti dal suo se-no spesso solo perché non volevano o non potevano pagare la tassa per il culto, quando ella critica o addirit-tura respinge persone che non si comportano in modo conforme all’ordinamento ecclesiale o che co-munque non rispettano il sistema delle sue regole. Se la chiesa non vuole solo predi-care, ma anche vivere il messaggio gesuano del Padre perdonante e il suo modo di comportarsi con esi-stenze marginali di quel tempo, allo-ra non deve creare uno steccato at-torno a coloro che, allora come oggi, non passano per persone pie. Essa deve, senza per questo denunciare in blocco ricchi e benestanti, avere un cuore per la gente che conta poco, per i poveri, i malati, i disabili, i senza tetto, gli immigrati, gli emar-ginati, i discriminati, per i senza fis-sa dimora e anche per gli alcolizzati, i drogati, i malati di aids, i carcerati e le prostitute, che spesso, data la loro grande miseria, non vedono al-tra via che non sia quella di vendere il loro corpo e di dover non di rado subire per questo pesanti umiliazio-ni. O vviamente la chiesa non può mai giustificare il peccato, però deve occuparsi con misericordia dei pec-catori. Alla sequela di Gesù non de-ve mai essere percepita soprattutto come la chiesa dei ricchi, della classe dominante e delle persone social-mente rispettabili. Per essa vale l’op-zione preferenziale, non esclusiva, in favore dei poveri nel senso più largo del termine. Una cultura della misericordia non può limitarsi ad aiuti materiali per altri; necessario è anche un mo-do cordiale di comportamento. Già Paolo lamenta la formazione di par-titi in seno alla comunità (1 Cor 1, 10-17) e critica aspramente il fatto che dei cristiani si mordano e divori-no a vicenda, invece di lasciarsi gui-dare dallo Spirito di Dio (Gal 5, 15). Tra i Padri della chiesa le lamentele a proposito della mancanza di amore fra i cristiani non passano sotto si-lenzio. Una delle prime testimonian-ze postbibliche, la prima lettera di Clemente, deve intervenire per appia-nare dei contrasti nella comunità di Corinto. Gregorio di Nazianzio si lamenta amaramente e con parole drastiche della mancanza di amore e delle controversie che dilaniano la chiesa, in particolare il clero. «I capi si sono coperti di vergogna». «Ci as-saliamo e divoriamo a vicenda». Pa-role parimenti chiare troviamo anche in Crisostomo. Per lui la mancanza di amore fra cristiani è semplicemente vergognosa. Il lettore odierno tro-va perciò in questi Padri della chiesa anche qualcosa di cui consolarsi un p o’: quel che oggi noi sperimentia-mo spesso dolorosamente è tutt’a l t ro che nuovo; in passato le cose non andavano evidentemente meglio. La cultura della misericordia fra cristiani deve diventare concreta so-prattutto in occasione della celebra-zione dell’eucaristia, in cui attualiz-ziamo solennemente la misericordia di Dio. La lettera di Giacomo ci im-partisce sotto questo aspetto una le-zione chiara. «Supponiamo che, in una delle vostre riunioni, entri qual-cuno con un anello d’oro al dito, ve-stito lussuosamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se guardate colui che è vestito lussuo-samente e gli dite: “Tu siediti qui como damente”, e al povero dite: “Tu mettiti là, in piedi”, oppure “Siediti qui ai piedi del mio sgabello”, non fate forse discriminazioni e non siete giudici dai giudizi perversi? Ascolta-te, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del regno promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete diso-norato il povero» (Gc 2, 2-6). Giaco-mo sottolinea due volte il fatto che Gesù Cristo non fa dei favoritismi e che pertanto non devono farli nep-pure i cristiani (Gc2, 1.9). Quel che vale per la liturgia deve valere per la vita di tutta la chiesa e in modo particolare per lo stile di vita dei suoi rappresentanti. La chie-sa predica Gesù Cristo, che per amor nostro si è spogliato della sua gloria divina, si è abbassato ed è di-ventato povero e come uno schiavo (Fil 2, 6-8; 2 Cor 8, 9). Perciò la chiesa non può testimoniare in mo-do credibile il Cristo divenuto pove-ro per noi, se essa e in modo parti-colare il clero danno l’impressione di essere ricchi e altezzosi. Il concilio Vaticano II ha inserito nella costitu-zione sulla chiesa, Lumen gentium, un passo importante, purtroppo po-co citato, sull’ideale di una chiesa povera. Mentre il passo, che si trova nello stesso capitolo, sulle strutture istituzionali della chiesa è spesso e volentieri citato, quell’altro viene sorprendentemente preso poco in considerazione. Chiesa per i poveri, la chiesa può essere alla sequela di Cristo solo se essa, e in modo parti-colare il clero, cercano di adottare uno stile di vita, se non povero, al-meno semplice e poco appariscente. Oggi l’epoca feudale dovrebbe esse-re finita anche per la chiesa. Il con-cilio ha perciò rinunciato, in linea di principio, a privilegi mondani. Naturalmente nessuna persona di buon senso contesterà il fatto che la chiesa ha in questo mondo bisogno di mezzi mondani e di strutture isti-tuzionali per poter svolgere bene il proprio compito. Ma i mezzi devono rimanere mezzi e non devono diven-tare surrettiziamente fine a se stessi. Perciò i punti di vista istituzionali e burocratici non devono diventare co-sì preponderanti e determinanti da soffocare e opprimere la vita spiri-tuale, anziché favorirla. Il distacco dal potere mondano e dalla ricchez-za terrena può perciò trasformarsi in una nuova libertà della chiesa per lo svolgimento della sua autentica mis-sione.
© Osservatore Romano - 18-19 marzo 2013
Per una cultura della misericordia nella Chiesa
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