di NICOLA GORI Sono la pace e la riconciliazione le sfide più pressanti che deve affrontare la Chiesa in Colombia, Paese segnato da decenni di conflitti e violenze perpetrati dalla guerriglia, dai gruppi paramilitari e dal narcotraffico. Il tributo pagato dalla comunità ecclesiale in questo cammino alla ricerca della pace è stato pesantissimo.
Basti ricordare che negli ultimi anni sono stati uccisi due vescovi, numerosi sacerdoti, diaconi e laici impegnati. Eppure, nonostante le difficoltà, i pastori non hanno mai smesso di proporre il Vangelo e i suoi principi, denunciando, al tempo stesso, le cause endemiche della violenza, quali la diffusa povertà della popolazione e le ingiustizie sociali. La Chiesa ha sempre offerto il suo aiuto proponendosi come mediatrice tra le diverse parti in conflitto. Dal punto di vista ecclesiale, nonostante il Paese sia il settimo al mondo per numero di cattolici e nonostante l’opera svolta nell’educazione e nelle diverse forme di assistenza sociale, oggi si affacciano all’orizzonte sfide come la secolarizzazione, il relativismo morale, la crisi economica, le minacce alla dignità della vita umana. I vescovi, per quanto di loro competenza, rispondono con il rilancio dell’evangelizzazione, come afferma in questa intervista al nostro giornale monsignor Rubén Salazar Gómez, arcivescovo di Bogotá e presidente della Conferenza episcopale della Colombia, in questi giorni in visita ad limina Apostolorum.
Una delle preoccupazioni in Colombia è quella di promuovere il dialogo e la pacificazione in un Paese afflitto da anni di guerriglia.
Come si inserisce la Chiesa in questo processo?
Cerchiamo innanzitutto di ripartire dal Vangelo. Ci adoperiamo affinché giunga fin negli angoli più sperduti della Colombia. Vogliamo far conoscere a tutti i colombiani il Principe della pace, che invita a vivere nella giustizia, nella solidarietà. L’evangelizzazione è accompagnata da attività educative nell’intento di promuovere i valori della convivenza e della democrazia, e da opere d’aiuto per le vittime del conflitto.
Qual è il ruolo dei laci in questa azione pastorale? I laici impegnati nell’evangelizzazione hanno un’importanza decisiva per poter raggiungere tutti i luoghi del Paese. Prima di lasciarli partire ci preoccupiamo — sia a livello diocesano, sia nazionale — che essi ricevano una seria formazione. Si insiste, soprattutto, sulla necessità che siano autentici testimoni dell’a m o re di Dio.
Sul piano sociale la Colombia soffre di pesanti squilibri tra ricchissimi e poverissimi. Ci sono soluzioni possibili?
Lo Stato effettivamente sta cercando di cambiare le cose, anche se siamo ancora molto lontani dall’e s s e re una società fondata sull’uguaglianza. Se non altro comincia a farsi strada l’idea che c’è assoluta necessità di profonde riforme sociali ed economiche. Da parte sua la Chiesa non può che diffondere la Dottrina sociale e proporla come modello per lo sviluppo di una società più giusta ed equilibrata.
Quanto incide il fenomeno della povertà nella vita sociale? Le ultime statistiche indicano che la situazione sta lentamente cambiando: in questo momento siamo scesi al 34 per cento della popolazione che vive al di sotto della soglia di indigenza. Le politiche degli ultimi anni hanno reso possibile qualche progresso. Fattori decisivi sono stati, tra gli altri, la creazione di nuove fonti di impiego e l’accesso, ogni volta più ampio, all’educazione. Esiste tuttavia ancora oggi una profonda povertà che grava su molti strati della popolazione. La Chiesa segue attentamente questa situazione ed è sempre pronta a fare qualche cosa per rimuovere tale situazione deplore v o l e .
Ci sono iniziative in vista della celebrazione dell’Anno della fede?
L’annuncio è stato accolto con molta gioia. La Conferenza episcopale colombiana ha fatto conoscere ampiamente ai fedeli gli obiettivi e i contenuti che il Papa vuole si vivano in questo anno. Nell’arcidiocesi di Bogotá, per esempio, segnerà l’inizio di un nuovo piano di evangelizzazione che permetterà un rinnovamento profondo nel vissuto e nella proclamazione del Vangelo.
Come prosegue il processo di integrazione degli indigeni?
Da molti anni esiste nella Chiesa una coscienza chiara della necessità di una evangelizzazione specifica dei gruppi indigeni. Cento anni fa, dietro impulso della Lacrimabili statu indorum di san Pio X, la beata madre Laura Montoya y Upeguí creò una comunità religiosa dedicata in particolare a questa attività pastorale. Specialmente nelle terre dove la presenza degli indigeni è significativa, l’azione della Chiesa è molto forte. Nella Conferenza episcopale c’è un dipartimento incaricato di animare e promuovere questa pastorale.
Quali problemi comportano per il Paese il continuo movimento della popolazione dalle aree rurali a quelle urbane e il fenomeno delle migrazioni più in generale?
Il fenomeno migratorio campagna- città è dovuto a molteplici fattori che sarebbe lungo esaminare nel breve spazio di un’intervista. Mi limito a indicare qualche modo possibile per mitigarne gli effetti nocivi. Penso innanzitutto alla necessità di creare condizioni migliori per la vita degli agricoltori, in modo tale da non essere costretti a lasciare le loro campagne e, allo stesso tempo, promuovere però nelle città forme di accoglienza degne e tali da consentire loro di integrarsi prontamente nella vita sociale. In questo la Chiesa è particolarmente attenta.
© Osservatore Romano - 16 giugno 2012