di SERGIO MASSIRONI Dove esistono, gli oratori si sentono, soprattutto d’estate. Zone d’Italia, soprattutto al nord, dove non c’è quartiere in cui il vociare dei bambini non si sposti dalla scuola al cortile della parrocchia, aumentando di volume, confondendosi con musiche anche indebitamente amplificate, con fischietti e richiami al megafono: presenza calda, “artigianale”, viva. Oratorio significa comunque una fioritura di esperienze antiche e nuove, che riattivano il dinamismo di una Chiesa storicamente in uscita. I dati impressionano: parliamo, in questo Paese, di una esperienza che riguarda centinaia di migliaia di ragazzi e che mobilita immense schiere di volontari.
Ebbene, vien da chiedersi: ciò che esiste, è anche visto? Sono moltissime, infatti, le realtà che quotidianamente sfuggono all’attenzione non perché piccole, ma benché grandi così necessarie e così strutturali da risultare, nell’ambiente che si abita e nella vita che si fa, praticamente trasparenti. Come l’aria, il cibo, il battito del cuore, nostra madre, Dio stesso: talmente presenti da lasciarsi dimenticare. Qui non importa di recriminare visibilità e riconoscimenti; c’è qualcosa di cristiano anche nel non chiedere il conto e nel non avanzare pretese. Piuttosto, abbiamo bisogno di tornare a sgranare gli occhi: come negli scritti del Nuovo Testamento, dove non manca la consapevolezza della simpatia goduta dai cristiani nella città, così è possibile, anche oggi, che un nuovo sguardo possa cogliere nell’oratorio uno dei più formidabili propulsori di vita civile a disposizione del Paese. In essi prende forma la città: si incontrano età e generazioni come nemmeno a scuola avviene; convergono le provenienze più disparate, tradizioni familiari ed estrazioni sociali di ogni genere; emergono i talenti, ciò che costituisce la passione di ciascuno; ci si vincola gli uni agli altri gratuitamente, organizzando le disponibilità in una prop osta. Il punto, specie dove la tradizione è più consolidata, è che si tratta di processi replicati quasi automaticamente nelle comunità, eppure tanto generosi e complessi da risultare praticamente inimitabili da parte di qualsiasi altra istituzione. Diventarne coscienti, imparare a leggerli, non dà solo gioia: è il primo passo per investire ancora. Sul piano spirituale si tratterebbe di percepire più intensamente Dio in azione, perché l’emergere di bontà e bellezza dal caos dei nostri tempi è momento di Creazione: avvengono davanti ai nostri occhi fatti di vangelo, si sviluppa una storia di salvezza. Passare dall’abitudine alla lode può modificare un’atmosfera: assuefatti all’idea di vivere una stagione di declino e di conflitti, ecco un dato di segno opposto, che esplicitamente richiama allo Spirito, capace di trasformare le persone e la loro convivenza. Tutto ciò costituisce, d’altra parte, un dinamismo di vita buona il cui rilievo ha carattere politico: occorre ridirsi per quali ragioni e in nome di che cosa si sta insieme, come organizzare risposte plausibili a problemi nuovi e antichi. Nella misura in cui riconosciamo la portata epocale della sfida, in una stagione in cui sembrano mancare le risorse e prevalere le minacce, noi non porteremo avanti in modo puramente meccanico ciò che “si è sempre fatto”: troveremo gusto a pensare in modo nuovo. Attingendo al patrimonio della tradizione, specialmente tornando a studiare perché e come nacquero le nostre istituzioni educative, avremo nuove idee. Non lavoro in più, probabilmente, ma maggior respiro. Nella messa a sistema di quel che già c’è, nell’interazione con le famiglie e con gli altri soggetti della vita civile, nel confronto con le competenze di chi lavora con noi, ci accorgeremo che molto di ciò che gli oratori fanno è di estremo valore, che molto va corretto, che tutto lascia il segno. Trattandosi del tempo e dell’impegno di un gran numero persone, in larga misura di giovani e di anziani, miriamo ad attivare processi che, nutrendo l’anima, formino cittadini: c’è evidentemente una cultura della dedizione, del lavoro, delle regole, del vincolo di comunità, dell’attenzione che, interiorizza ta nelle lunghe ore trascorse in parrocchia dovrà generare testimoni. Paradossalmente, infatti, l’ambiguità emersa, in non pochi casi, nei rapporti tra amministrazioni pubbliche e terzo settore, non fa che indurre la Chiesa a essere ancor più semplicemente sé stessa e a vivere come pura missione il proprio impegno educativo, evitando di adottare logiche diverse da quella evangelica e di sostituirsi al compito dello Stato, anzi guadagnando sul campo l’autorevolezza per richiamare tutti a uno scatto di moralità. In buona parte del Paese sarebbe infatti da chiedersi: come può una società cresciuta nei cortili della chiesa essere tanto corrotta? La domanda sposta in modo urgente la prospettiva sul compito educativo delle comunità cristiane: proprio dalla vitale necessità che abbiamo di onesti cittadini occorre ritrovare il gusto di formare buoni cristiani. Non dunque un’azione di supplenza — questo può accadere solo in situazioni di emergenza e in via del tutto transitoria — ma una continua ripresa, purificazione e rilancio dell’evangelizzazione, in rapporto alle sfide del presente. Indicherei in tal senso alcuni ambiti di lavoro a mio giudizio particolarmente sensibili, per dei centri di vita cristiana nuovamente determinanti la nostra realtà urbana. Il primo ha a che fare con una nuova declinazione della fede, propria dei monoteismi, nella comune origine degli uomini in Dio. La ridicolizzazione e la messa al bando della dottrina della creazione nella cultura accademica ha segnato la modernità nell’Europa continentale, così che, insieme a poderose conquiste sul piano tecnico scientifico, essa ha ampiamente conosciuto un vuoto di fraternità, creatosi con la progressiva rimozione dell’immaginario biblico dal discorso pubblico. La globalizzazione dell’indifferenza e la questione ecologica sono solo le più recenti propaggini della frattura consumatasi. In una giusta distinzione di ambiti e di metodo, appare oggi urgente che religione e scienze riconoscano come le rispettive narrazioni convergono nel rilevare la reciprocità e l’uguaglianza fra le persone, il loro debito e le responsabilità verso l’intero creato, la destinazione universale delle risorse, il carattere simbolicamente denso dei legami sociali. Ebbene, ciò è bene che accada più facilmente dal basso, in parrocchia e a scuola, nelle pratiche educative di quartiere prima che nelle aule universitarie. Educare al perdono e attivare percorsi di riconciliazione mi pare un secondo fronte di impegno, in un contesto segnato — fin nella dimensione familiare — da lacerazioni, conflitti, timori. Fare pace con le ferite proprie e altrui; chiamare il male per nome; vederlo in sé, oltre che fuori; imparare a convivere con ciò che non si gradisce; lasciare a Dio il giudizio ultimo su ciò che non si può accettare e la soluzione di ciò che al presente è irrisolvibile; dare a chi ha sbagliato nuove possibilità e gli strumenti per cambiare; riscattare quelli che da tutti sono emarginati e riprovati a causa di un difficile passato. Gli oratori sono potenzialmente palestra di tutto questo, ma c’è molto lavoro da fare per trasformare le comunità e i gruppi in veri cammini di ricostruzione delle identità personali e dei legami interrotti. Dimagrire, poi, è un terzo compito che le comunità cristiane devono dare oggi a sé stesse, così come gran parte delle istituzioni tradizionali. Non si tratta semplicemente di spending review, ma dell’inevitabile misurarsi con sensibilità e priorità sociali mutate. Molte strutture sono inutilizzate e superflue: ne occorrono di meno, di nuove e di più leggere. Flessibili, essenziali, meglio se condivise. Assumere un profilo di animazione e di profezia, più che di occupazione e di potere, conferisce credibilità e autorevolezza alla missione. Come scrive nell’Evangelii gaudium Francesco: «Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci ». A questo livello, i laici che collaborano direttamente alla conduzione e alla vita degli oratori, possono considerarsi fin dalla più giovane età candidati a imprimere un nuovo corso alla vita civile, allenati all’elaborazione di nuovi modelli, più sobri e permeabili. In tutte le tradizioni spirituali ciò si alimenta con l’ascesi e col digiuno: una disciplina della leggerezza della libertà da sé che consente di andare spogli ed essenziali, chiedendo e praticando l’ospitalità, senza troppe difese e garanzie. Chi fa educazione deve imparare oggi a investire in piena trasparenza su progetti e percorsi snelli e di forte impatto civico e simbolico. Si tratta di un mutamento del panorama complessivo delle nostre città e del mondo del lavoro, cui i giovani cattolici sono nelle condizioni di rendersi pronti a contribuire.
© Osservatore Romano - 13 agosto 2015