L’invito sacrosanto di evitare “polarizzazioni”, fatto dal Santo Padre nell’ottica della Sua missio orchestratrice delle varie sensibilità nel mondo cattolico, è un dono, un punto di partenza e un punto di arrivo.
Occorre ricordarlo. Un dono, da accogliere, custodire, predisporre. Sempre.
Nel contempo occorre vigilare perché la stampa cattolica è chiamata a calibrare gli inviti non con una reductio nominale, come fosse un “ordine di scuderia”, che avvilisce la spinta pneumatica, cosa che è avvenuta nei pontificati di San Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e di Francesco, ma come un invito evangelico a valorizzare e stimare le varie sensibilità cattoliche.
Come cerchiamo di dire da sempre sul e con il sito ilcattolico.it, in linea con S. Em. za il Card. Agostino Marchetto, occorre dialogo, franco e colmo di stima tra le varie sensibilità. Tra i fedeli attenti all’oggidì e i fedeli tradizionali. Ripetiamo, dialogo franco e colmo di stima.
Quel dialogo, ad esempio, che ha desiderato Papa Benedetto XVI con la Summorum Pontificum e che, in maniera profetica e in maniera unica tra tutti i Vescovi del mondo, fu colto da S. Ecc. za Mons. Salvatore Boccaccio. Il Vescovo Boccaccio era cresciuto nelle periferie di Roma, come un gran parroco di tutti, eppure colse la spinta orchestratrice, nel tema accennato, voluto da Papa Benedetto XVI (Vd sito della Diocesi di Frosinone):
«Comprendo pienamente lo sforzo di Vostra Santità di operare, anche per mezzo del Motu Proprio, una riconciliazione interna nel seno della Chiesa attraverso una illuminata disposizione che, mentre nulla rinnega della ricchezza apportata alla Liturgia dal Concilio Vaticano II, ribadisce la sacralità e la dignità di una forma celebrativa che costituisce un intramontabile patrimonio a cui sarebbe insano rinunciare.
Condivido poi senza riserve, l'intuizione di Vostra Santità circa le due forme di celebrazione della Liturgia romana che, laddove vissute in piena comunione ecclesiale e senza pericolosi preconcetti e chiusure, potranno arricchirsi a vicenda favorendo uno stile celebrativo che, senza cedere al formalismo, salvaguardi, insieme all'attiva partecipazione di tutti i fedeli, la dignità delle celebrazioni. Voglio poi esprimerLe, Santo Padre, tutta la mia riconoscenza per il tono affettuosissimo e paterno con cui si è rivolto a noi Vescovi nella lettera che ha accompagnato il documento.
Ho interpretato questa confidenza come una commovente espressione di quella Collegialità che ci rende unum in Christo.
In piena unione con il mio Presbiterio Le garantisco, Padre Santo, che nelle situazioni concrete sapremo far tesoro delle preziose indicazioni offerteci dal Motu Proprio, e nello spirito vero del Concilio Vaticano II, sapremo unire nova et vetera nel canto d'amore eterno che è la Liturgia.”
Con questi luminosi esempi di sensibilissima valorizzazione e comunione, occorre, dunque, sartorialmente orchestrare perché la dialettica ecclesiale ne cresca matura e dia gloria a Dio (Gv. 13,34-35). Altrimenti la Sinodalità, continuamente citata, viene abusata e smette di essere tale e diventa un calpestamento della Grazia. In tale contesto di slogan l’evitare le Polarizzazioni diventa una polarizzazione irenistica al “volemose bbene” e al politicamente corretto, mondanamente accarezzato, che non coglie la Bellezza presente nelle varie sensibilità del mondo cattolico.
Viene a decadere l’unicità del contributo delle voci che è mossa dallo Spirito per il Bene della Comunione, nello Spirito, per lo Spirito, con lo Spirito. In ginocchio.
Se infatti l’invito ad evitare “polarizzazioni” significa ridurre la parresia battesimale si è totalmente fuori strada, sia come fedeli laici sia come fedeli appartenenti all’ordine sacro.
«Fra tutti i fedeli, in forza della loro rigenerazione in Cristo, sussiste una vera uguaglianza nella dignità e nell'agire, e per tale uguaglianza tutti cooperano all'edificazione del corpo di Cristo, secondo la condizione e i compiti propri di ciascuno» (Concilio Vaticano II, LG. 32)
C’è dunque una sola Polarizzazione necessaria che è apertura ad ogni Inclusione e veicolo di ogni Parresia, ad intra e ad-extra, quella di appartenere a Cristo; ovunque la Provvidenza ci pone.
Senza diminuzioni della Grazia, senza annacquamenti delle esigenze del Vangelo, senza tentennamenti in quello che abbiamo immeritatamente ricevuto, senza mondanizzazioni avvilenti e ridicole, senza rigidità e con il cuore colmo della Speranza che ci anima (1Pt 3,15-16). Questo rendere presente con trasparenza la Speranza è un imperativo apostolico, ricordiamolo, ed è il mandato che Gesù fornisce, nel Battesimo, ad ogni battezzato.
Recentemente il Santo Padre Papa Leone XIV, ricevendo in Udienza una Delegazione di Personalità Politiche dalla Francia (Diocesi di Créteil), ha dato un prezioso consiglio:
«Il primo (consiglio) — e il solo — che vi darei è di unirvi sempre più a Gesù, di viverne e di testimoniarlo. Non c’è separazione nella personalità di un personaggio pubblico: non c’è da una parte l’uomo politico e dall’altra il cristiano. Ma c’è l’uomo politico che, sotto lo sguardo di Dio e della sua coscienza, vive cristianamente i propri impegni e le proprie responsabilità! »
Consiglio che investe tutti i fedeli, laici e appartenenti all’ordine sacro.
Ad esempio è dovere dei pastori, nei dovuti modi e nelle dovute circostanze, che vanno tuttavia intessute e cercate, con martiriale sartorialità, dire la verità ai propri fedeli, al proprio gregge. Cuore a cuore, ascoltino o non ascoltino. Così si esercita la paternità e la maternità nello Spirito.
Lo ricorda il “Discorso ai pastori” di questi giorni nell’Ufficio delle Letture:
«Avendo il Signore detto che cosa abbiano a cuore certi pastori, aggiunge anche quali doveri essi trascurino. I difetti delle pecore, infatti, sono largamente diffusi. Pochissime sono le pecore sane e prosperose. Sono rare cioè quelle ben salde nel cibo della verità, che usufruiscono con vantaggio dei pascoli donati da Dio. Ma quei pastori malvagi non risparmiano neppure queste. Non basta che essi trascurino le pecore malate o deboli, sbandate e smarrite. Per quanto sta in loro, uccidono anche quelle che sono forti e in buona salute. Tu forse dirai: Però queste vivono. Sì, vivono, ma per la misericordia di Dio. Tuttavia, per quanto sta in loro, i pastori cattivi le uccidono. Come le uccidono? dirai. Vivendo male, dando loro cattivo esempio.» 1
Il cattivo esempio è dato anche dall’accidia dovuta al super-impegno e alla dissoluzione dei molteplici impegni pastorali che rende incapaci di camminare assieme, cuore a cuore, con le situazioni ferite e talvolta ribelli, se non ottusamente impermeabili.
Oppure, esempio pessimo, è dato dalla pavida incapacità di fornire, prontamente, una parola evangelicamente chiara su questioni morali e pastorali con la paura di “urtare” con l’esigenza del Vangelo. Questo svela dove si ha il cuore, momento per momento.
Davanti alla scelta dei Consiglieri della Sardegna che dopo la Toscana, pone anche la Sardegna approvante una sua legge regionale sul fine vita, scrive Avvenire: «In assenza di una normativa nazionale sollecitata da tempo dalla Consulta a rendere non punibile - ricorrendo alcuni presupposti estremi - l’aiuto al suicidio, si registra dunque una nuova fuga in avanti a livello locale, sulla scia della libera interpretazione che l’associazione Luca Coscioni dà del pronunciamento della Corte.» (vd Avvenire).
Ora, a parte che tale fuga in avanti è, piuttosto, un ritorno grave alla barbarie proprio dal punto di vista antropologico, e i giornali di ispirazione cattolica, per missio di fermento societario, sono chiamati a motivarlo e a dirlo, senza paura, invitiamo i nostri Vescovi a non fare solo proclami pubblici che diventino una opinione classificata da far propria o non far propria nel fraintendimento di evitare polarizzazioni. Ci ammonisce proprio S. Agostino nel non essere “omicidi”, come pastori:
«Tuttavia il pastore, che dinanzi al popolo si comporta male, per quanto sta in lui, uccide colui dal quale viene osservato. Non si illuda quindi perché quel tale non è morto. Quel tale vive, ma il pastore si rende ugualmente un omicida». 2
Occorre ricordare, con appartenenza, senza lasciare soli i nostri Vescovi, che non bastano di certo i proclami pubblici davanti a questa deriva ma è necessario che i Pastori abbiano la premura della cura e l'ardire generoso di incontrare personalmente chi ha fatto scelte così gravi tra i Consiglieri. Ascoltino o non Ascoltino. Lo ricorda l'Evangelium Vitæ di cui è permeata la nota del 2004 di J. Ratzinger che, nel merito, afferma:
«Riguardo al peccato grave dell'aborto o dell'eutanasia, quando la formale cooperazione di una persona diventa manifesta (da intendersi, nel caso di un politico cattolico, il suo far sistematica campagna e il votare per leggi permissive sull'aborto e l'eutanasia), il suo pastore dovrebbe incontrarlo, istruirlo sull'insegnamento della Chiesa, informarlo che non si deve presentare per la santa comunione fino a che non avrà posto termine all'oggettiva situazione di peccato, e avvertirlo che altrimenti gli sarà negata l'eucaristia. ».
Ci sono, tra l'altro, alcuni peccati che non sono delitti ma tutti i delitti, tutt'altro che "fuga in avanti", come drammatico ritorno alla barbarie, sono peccati.
Di questo, della Salvezza delle anime, i Vescovi sono responsabili ben prima degli assetti societari o delle mal interpretate (e sacrosante) parole del Santo Padre.
Paul Freeman
Nota 1 e 2 Dal «Discorso sui pastori» di sant'Agostino, vescovo (Disc. 46, 9; CCL 41, 535-536)