Un concetto spiegato dal cappuccino con un esempio di immediata comprensione: «Non è come la gioia cantata da Beethoven nel famoso inno che conclude la nona sinfonia che l’Europa unita ha scelto come proprio inno ufficiale». Quella, infatti, è una gioia «selettiva », destinata a chi «ha avuto una buona moglie e a chi conosce il piacere di bere un bicchiere di vino tra amici». Il vero inno cristiano alla gioia, ha spiegato, «è il magnificat di Maria dove si parla di un Dio che esalta gli umili e ricolma di beni gli affamati». Perciò, ha raccomandato il predicatore, bisogna superare la tradizione, tipica del pensiero occidentale, di collegare la conversione solo alla sconfitta del peccato, di associare il Vangelo solo a ciò che è mortificazione. Occorre invece «restituire alla salvezza cristiana» il suo «ricco ed esaltante contenuto positivo », far emergere l’asp etto positivo della conversione: «la trasformazione in Cristo, l’essere nuova creatura, tempio dello Spirito e della Trinità ». Annunciare, cioè, un cristianesimo — ed è, ha sottolineato padre Cantalamessa, l’indirizzo tipico dei movimenti carismatici — «gioioso, contagioso, che non ha nulla del tetro pessimismo che molti rimproverano a esso». Non si tratta, ha puntualizzato il predicatore, di aderire a un movimento piuttosto che a un altro, ma «di aprirsi all’azione dello Spirito, in qualsiasi stato della vita uno si trovi » . Accanto a questa prima indicazione per la meditazione dei sacerdoti — riuniti a Roma fino al 14 giugno provenienti da oltre novanta Paesi di tutto il mondo — padre Cantalamessa ha voluto far emergere una seconda chiamata che richiede una risposta pronta, quella alla santità. In particolare, rivolgendosi a sacerdoti vicini al rinnovamento carismatico, il predicatore ha spiegato che sarebbe fuorviante se «l’enfasi sui carismi, e in particolare su alcuni di essi più appariscenti, finisse per prevalere sullo sforzo per una autentica vita “in Cristo” e “nello spirito”, basata sulla conformazione a Cristo». I preti, ha detto, sono chiamati a essere «santi per essere santificatori». Di più: il sacerdote deve essere santo perché da lui dipende la santificazione di altri. Perciò è molto importante «tenere unite la nuova evangelizzazione e la chiamata alla santità», perché «la santità dei pastori è la condizione che decide del successo o meno dello sforzo per una nuova evangelizzazione. Si tratta di una responsabilità molto grande: «Noi sacerdoti — ha spiegato il predicatore — p ossiamo aprire o sbarrare la strada verso Cristo agli uomini». E ha concluso interpellando la coscienza di ciascuno: «Vogliamo essere gli amici dello sposo che conducono le anime a Cristo o vogliamo essere pietra di inciampo ai fratelli»? Al tema della gioia ha fatto riferimento anche il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, che, giovedì 11, ha svolto, sempre nella basilica lateranense, la meditazione del mattino. In particolare, il porporato ha richiamato quello che che Papa Francesco definisce spesso «il primo amore» e ha così sollecitato gli oltre mille sacerdoti presenti: «Svegliate dentro voi stessi quella gioia che ha caratterizzato il primo giorno della vostra ordinazione». Le vicissitudini della vita infatti, ha spiegato il cardinale Turkson, «possono sciupare quel sentimento iniziale, ma il Signore ci invita costantemente a tornare a lui come fece con gli apostoli nel giorno della sua resurrezione». Tale ritorno alle radici della propria vocazione passa per una docilità interiore. Senza timori, ha detto il porporato, il sacerdote deve aprire completamente il cuore al Signore e lasciare che egli «venga a noi con il suo perdono, la sua guarigione e la riconciliazione». Così, ha concluso, si potrà recuperare «quell’entusiasmo con cui abbracciamo questo ministero».
Non è di Beethoven il vero inno alla gioia
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Un concetto spiegato dal cappuccino con un esempio di immediata comprensione: «Non è come la gioia cantata da Beethoven nel famoso inno che conclude la nona sinfonia che l’Europa unita ha scelto come proprio inno ufficiale». Quella, infatti, è una gioia «selettiva », destinata a chi «ha avuto una buona moglie e a chi conosce il piacere di bere un bicchiere di vino tra amici». Il vero inno cristiano alla gioia, ha spiegato, «è il magnificat di Maria dove si parla di un Dio che esalta gli umili e ricolma di beni gli affamati». Perciò, ha raccomandato il predicatore, bisogna superare la tradizione, tipica del pensiero occidentale, di collegare la conversione solo alla sconfitta del peccato, di associare il Vangelo solo a ciò che è mortificazione. Occorre invece «restituire alla salvezza cristiana» il suo «ricco ed esaltante contenuto positivo », far emergere l’asp etto positivo della conversione: «la trasformazione in Cristo, l’essere nuova creatura, tempio dello Spirito e della Trinità ». Annunciare, cioè, un cristianesimo — ed è, ha sottolineato padre Cantalamessa, l’indirizzo tipico dei movimenti carismatici — «gioioso, contagioso, che non ha nulla del tetro pessimismo che molti rimproverano a esso». Non si tratta, ha puntualizzato il predicatore, di aderire a un movimento piuttosto che a un altro, ma «di aprirsi all’azione dello Spirito, in qualsiasi stato della vita uno si trovi » . Accanto a questa prima indicazione per la meditazione dei sacerdoti — riuniti a Roma fino al 14 giugno provenienti da oltre novanta Paesi di tutto il mondo — padre Cantalamessa ha voluto far emergere una seconda chiamata che richiede una risposta pronta, quella alla santità. In particolare, rivolgendosi a sacerdoti vicini al rinnovamento carismatico, il predicatore ha spiegato che sarebbe fuorviante se «l’enfasi sui carismi, e in particolare su alcuni di essi più appariscenti, finisse per prevalere sullo sforzo per una autentica vita “in Cristo” e “nello spirito”, basata sulla conformazione a Cristo». I preti, ha detto, sono chiamati a essere «santi per essere santificatori». Di più: il sacerdote deve essere santo perché da lui dipende la santificazione di altri. Perciò è molto importante «tenere unite la nuova evangelizzazione e la chiamata alla santità», perché «la santità dei pastori è la condizione che decide del successo o meno dello sforzo per una nuova evangelizzazione. Si tratta di una responsabilità molto grande: «Noi sacerdoti — ha spiegato il predicatore — p ossiamo aprire o sbarrare la strada verso Cristo agli uomini». E ha concluso interpellando la coscienza di ciascuno: «Vogliamo essere gli amici dello sposo che conducono le anime a Cristo o vogliamo essere pietra di inciampo ai fratelli»? Al tema della gioia ha fatto riferimento anche il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, che, giovedì 11, ha svolto, sempre nella basilica lateranense, la meditazione del mattino. In particolare, il porporato ha richiamato quello che che Papa Francesco definisce spesso «il primo amore» e ha così sollecitato gli oltre mille sacerdoti presenti: «Svegliate dentro voi stessi quella gioia che ha caratterizzato il primo giorno della vostra ordinazione». Le vicissitudini della vita infatti, ha spiegato il cardinale Turkson, «possono sciupare quel sentimento iniziale, ma il Signore ci invita costantemente a tornare a lui come fece con gli apostoli nel giorno della sua resurrezione». Tale ritorno alle radici della propria vocazione passa per una docilità interiore. Senza timori, ha detto il porporato, il sacerdote deve aprire completamente il cuore al Signore e lasciare che egli «venga a noi con il suo perdono, la sua guarigione e la riconciliazione». Così, ha concluso, si potrà recuperare «quell’entusiasmo con cui abbracciamo questo ministero».