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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
candeladi RANIERO CANTALAMESSA

Non basta ripetere il Credo di Nicea; occorre rinnovare lo slancio di fede che si ebbe allora nella divinità di Cristo e di cui non c’è stato più l’eguale nei secoli. Di esso c’è nuovamente bisogno. Ci fu un momento in cui la fede di Nicea resisteva, nella Chiesa, si può dire, nel cuore di un solo uomo: Atanasio; ma bastò perché sopravvivesse e riprendesse vittoriosa il suo cammino. Questo indica che anche pochi credenti, disposti a giocare la vita su questo, possono fare molto per ribaltare la tendenza attuale di reintrodurre in teologia la tesi di fondo dell’arianesimo secondo cui «c’era un tempo in cui il Figlio non c’era».
Quello che abbiamo messo in luce ha importanti conseguenze per l’ecumenismo cristiano. Esistono infatti due ecumenismi in atto: uno della fede e uno dell’i n c re d u l i t à ; uno che riunisce tutti quelli che credono che Gesù è il Figlio di Dio e che Dio è Padre Figlio e Spirito Santo, e uno che riunisce tutti quelli che si limitano a «interpretare» queste cose. Un ecumenismo in cui, al limite, tutti credono le stesse cose perché nessuno crede più veramente a niente, nel senso forte di «cred e re » . C’è un’unità nuova e invisibile che si va formando e che passa attraverso le diverse Chiese. Dal testo di Giovanni ricordato all’inizio si deduce che la fondamentale distinzione degli spiriti, nell’ambito della fede, non è quella che distingue tra loro cattolici, ortodossi e protestanti, ma quella che distingue coloro che credono nel Cristo Figlio di Dio e coloro che non vi credono. Questa unità invisibile ha estremo bisogno, a sua volta, del discernimento della teologia e della gerarchia, per non ricadere nel pericolo del fondamentalismo o nella vana presunzione di poter formare una specie di Chiesa trasversale, al di fuori delle Chiese esistenti e in particolare della Chiesa cattolica. Ma una volta evitato questo rischio, si tratta di un fatto che non ci si può permettere più di ignorare. A che mi gioverebbe rimanere formalmente nell’ambito istituzionale della Chiesa cattolica, se, per ipotesi, avessi smarrito ogni fede nel Cristo della Chiesa cattolica? Quello che si è detto è importante poi soprattutto in vista di una nuova evangelizzazione. Esistono edifici o strutture metalliche così fatti che se si tocca un certo punto, o si leva una certa pietra, tutto crolla. Tale è l’edificio della fede cristiana, e questa sua pietra angolare è la divinità di Cristo. Tolta questa, tutto si sfalda e prima di ogni altra cosa, si è visto, la Trinità. Sant’Agostino diceva: «Non è gran cosa credere che Gesù è morto; questo lo credono anche i pagani, anche i giudei e i reprobi; tutti lo credono. Ma è cosa veramente grande credere che egli è risorto. La fede dei cristiani è la risurrezione di Cristo». La stessa cosa, oltre che della morte e risurrezione, si deve dire dell’umanità e divinità di Cristo, di cui morte e risurrezione sono le rispettive manifestazioni. Tutti credono che Gesù sia uomo; ciò che fa la diversità fra credenti e non credenti è credere che egli sia Dio. La fede dei cristiani è la divinità di Cristo! C’è una cosa sola, ci ha ricordato ancora Giovanni, più forte del mondo e in grado di vincere la sua tremenda resistenza al messaggio: credere che Gesù è il Figlio di Dio. Crederlo, prima che proclamarlo o dimostrarlo ad altri. «Chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?» (1Giovanni, 5, 5). Oggi ci occorre, a tutti i livelli, l’intero. Le Chiese cattolica e ortodossa hanno, fin dall’antichità, accentuato l’importanza della fede creduta (fides quae). A partire dalla controversia ariana, tutti i trattati patristici «sulla fede» (de fide) si occupano esclusivamente di stabilire qual è la fede retta o ortodossa. Non c’è traccia di interesse per la struttura dell’atto di fede o la dimensione soggettiva del credere. Le Chiese della Riforma, al contrario, hanno accentuato l’importanza della fede credente (fides qua), dell’atto personale di fede, definendo la fede come fiducia. L’una però non può. stare senza l’altra. La fede oggettiva, o l’ortodossia, da sola non converte, non contagia i lontani; la fede soggettiva o personale da sola porta al soggettivismo e a continue divisioni e, nei casi estremi, si riduce ad avere una fede e una fiducia incrollabile, ma in se stessi, nella propria idea o nel proprio piccolo gruppo, anziché in Dio. Davanti alle infinite distinzioni scolastiche su Dio, ci fu, nel Medioevo, qualcuno che in vista della contemplazione, lanciò il grido: «Mi serve l’intero!». Oggi un grido analogo deve essere elevato nelle Chiese in vista dell’evangelizzazione: «Ci serve l’intero!». Ci serve l’intero contenuto della fede: Dio uno e trino; Gesù Cristo Dio e uomo, e ci serve l’intera capacità di credere della Chiesa. Ci servono tutte le forze — cattoliche, ortodosse, protestanti — se vogliamo sperare di imprimere davvero un nuovo slancio all’evangelizzazione. Nessuna Chiesa cristiana può sperare di assolvere da sola questo immenso compito. Il resto è nelle mani di Dio.

© Osservatore Romano - 8 DICEMBRE 2013