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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

Francesco abbraccia Cristo Crocefisso Alvin Ong per la Custodia OFM di Singapore Malesia

"Francesco abbraccia Cristo Crocefisso" - Alvin Ong, per la Custodia OFM di Singapore (Malesia) uso dell'Opera concesso dalla Custodia dei Frati Minori all'Associazione Zammerù Maskil

"Io lo risusciterò nell'ultimo giorno" (Gv. 6,54)

La morte è il luogo teologico dell'abbattimento delle proiezioni di Dio
e la Resurrezione è il vero volto della Gioia del noi, con Dio ed i fratelli.

Come è arrivato Francesco, il poverello di Assisi, a chiamare la morte sorella?
Ha fraternizzato con lei ogni giorno.
Non si chiama sorella la morte se ogni giorno non la si incontra a viso aperto e se, soprattutto, ogni giorno non si vive la certezza, nella fede, della Resurrezione.

Francesco ne ha riconosciuto la preziosità come mezzo, un mezzo provvidente. La morte è dunque, alla luce della Pasqua, un mezzo-dono, un regalo, non perché si assolutizza in sé stessa ma perché nasce dalla vita e dischiude alla vita. La morte intesa come limite è necessario al memento della nostra ontologia di creature e a dischiudere il dono che ci è concesso. Noi invece, tentiamo a fuggire con un eccesso di protezione che non è sana protezione ma incapacità di vedere attraverso la morte il dono che ci è concesso. Essa non è l'ultima parola ma il preludio necessario perché la vita, quella vera, quella generata dal Risorto, si schiuda. Anche noi, con Tommaso, siamo chiamati a dire esistenzialmente e profeticamente : "Andiamo a morire con Lui" (Gv.11,16)

"Era allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato.Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, il tuo amico è malato».
 
All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. Quand'ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava. Poi, disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce». Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s'è addormentato, guarirà». Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». (Gv. 11,1-16)

Guardare a viso aperto la morte significa intravedere, per dono e Scienza, ciò che essa è: non il tutto ma il memento sapienziale, il "contare i nostri giorni" (Sl. 90,12) alla luce dell'Eternità.

A viso aperto, dunque, significa abbattere, nella Grazia, le proiezioni di Dio.
Sì perchè di Dio noi abbiamo delle proiezioni, sia per motivi fisiologici, di gradualità creaturale nel cammino, sia, purtroppo, per motivi dovuti al peccato di origine.
E, non in ultimo, perché costantemente fuggiamo da Dio per ripiegarci nel nostro misero ombelico.
Il lavoro del nemico è stato quello di deformarci il volto di Dio.

E dunque vi è proiezione sana, dovuta alla gradualità e alla pedagogia di Dio, su questa modalità basti vedere i protagonisti della storia biblica, dai progenitori all'ultimo discepolo, sia proiezione malata, deformata. Proiezione malata che è fuga dal Bene e dalla potenza della Resurrezione e ci si comporta come "nemici della croce di Cristo" (Fil.3,18)

La prima proiezione è propedeutica per un graduale entrare nel mistero la seconda è fuga. E, sia chiaro, questa fuga è il rischio di tutti, sia dei fedeli tradizionali sia dei fedeli più sensibili all'oggidì. E se diventa teorizzata, tale fuga è semplicemente ideologia pagana patinata da cristianesimo.

Per le proiezioni deformate basti anche qui vedere la caduta in Gen. 3 fino a coloro che "vengono consegnati a satana" dal Beato Apostolo Paolo, passando per Giuda.
Le proiezioni di Dio, dunque, sono chiamate ad essere bruciate sull'altare della grazia.
E sempre, come dicevamo, ne siamo a rischio.

Oggigiorno, ad esempio, siamo a rischio di visioni pagane di Dio, legate alla consolazione rassicurante. Rassicurante il sé, il soggetto. Un uso sbagliato dei termini come "accompagnamento", "discernimento", "misericordia", ci pone in questo rischio senza lasciare spazio al mistero del Dio che "scortica" perché ti ama e ti porta, nello Spirito Santo, oltre. La ruvidezza amorosa della Grazia è quella che svela l'uomo all'uomo, proprio perché lo cristifica nella passione e morte e Resurrezione di Cristo. Vivere nella carne i misteri del Dio del terzo giorno è fondamentale.

Ma anche la visione pagana del "Dio terribile", "chiaro", "incasellato", "rigido", "razionalizzato", "canonizzato", è a rischio nel garantire il soggetto nelle sue isterie.

In realtà queste due visioni pagane, che degenerano nel "progressismo" e nel "tradizionalismo", si rincorrono nel cuore, nei microcosmi personali e nei macrocosmi della storia.
Tutti necessitano via via del correttore della Grazia e della pazienza somma di Dio per purificare e portarci oltre, nel "duc in altum", senza rimanere nelle secche solipsistiche dell'io. Queste "secche solipsistiche" sono le vere sabbie mobili dell'anima.

Pertanto chiamare la morte "sorella" è indispensabile per il discepolo ma non perché gode della morte in sé ma perché sempre più fa esperienza della potenza della Resurrezione di Dio nella propria vita.

E vive la propria carne e la propria vita come un altare.

Non è qualcosa di inquadrabile solo dalla ragione, che pur è necessaria, ma è esperienza biblica, carnale.
Qui, in questa esperienza, il fedele può chiamare la morte "sorella", mezzo utile, porta necessaria, per l'incontro vivo e vivificante, quotidiano, con il Risorto.

Occorre altresì abbandonare il culto della vittima, della lamentela, della mormorazione e crescere nell'abbandono fiducioso nel Padre.
Gridiamo dunque, con mormorio costante:

Oh, Padre nostro carissimo, talvolta non ti comprendo, talvolta mi poni in "luoghi ameni", duri, scorticanti, ma io mi fido di Te più che delle mie ferite e dei miei limiti. 
Benedetto il Tuo Nome! Tu che mi ami così tanto da essere non solo il Bene ma il Bene per me, oh Altissimo prossimo a me più di me stesso.

Familiarizzare con la Resurrezione dell'ultimo giorno vuol dire capire ora, in ogni momento, che la Resurrezione è già e non ancora. Qui, nell'istante del mio vissuto, nel silenzio o nella confusione, nella solitudine o nella compagnia, qui esiste il seme della Resurrezione. Per questo motivo io posso chiamare la morte sorella. E non c'è migliore parola e testimonianza davanti al dolore che vivere il proprio dolore con questa dignità e questa certezza dell'animo.
La vera condoglianza è camminare da Risorti con la certezza dell'ultimo giorno.

La vera compassione è abbracciare la promessa imperitura e potentemente certa di Gesù: "io lo risusciterò nell'ultimo giorno!".

Qui posso chiamare la morte sorella perché mi avvicina, passo dopo passo, a questa vita vera e piena.

Non c'è smarrimento o paura abbastanza forte da cancellare questa potente ed intima certezza.

Si abbattano gli urugani e la tempesta dentro e fuori di me ma io appartengo a Lui. Sono suo.

"Ed io vivrò per Lui" (Sl. 22,30)

Questa appartenenza è gioia da condividere, risposta da donare, sguardo da orientare.
Qui nasce la vera apologetica.
Qui nasce la motivazione forte della nostra fede.
Io sono di Cristo. Sono sua proprietà.
Nel suo abbraccio io vivo, mi muovo, respiro e lotto; qui servo del Suo servire.

La mia vita la vivo nella fede del Figlio di Dio che ha dato la vita per me (Gal. 2,20) perché anch'io dia la vita per i miei fratelli ed i miei nemici.

«Oh, se le mie parole si scrivessero, se si fissassero in un libro, fossero impresse con stilo di ferro sul piombo, per sempre s'incidessero sulla roccia! Io lo so che il mio Vendicatore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!
Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio.
Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero». (Gb 19,1.23-27)

Qui riposa la migliore ri-conoscenza che posso avere, cioè la certezza di ri-conoscerlo, ancora ed ancora, come mio intimo sposo ed essere a mia volta sua proprietà.

Paul Freeman