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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico
bibbia2di ONORATO BUCCI
In margine al convegno che si è tenuto in Romania sul tema «Misericordia e castigo nelloIus Ecclesiae», al termine del quale si è costituita l’Associazione Canonistica Romena, grande interesse ha suscitato il dibattito sul rapporto tra misericordia e speranza come fondamenti del diritto della Chiesa. La riflessione su questi due principi (le cui origini bibliche nell’Antico e nel Nuovo Testamento sono ben note) ha messo in evidenza come la loro interdipendenza sia strettamente connessa al valore della conversione e quindi alla necessità di un ritorno alla condizione precedente all’offesa compiuta (e ricevuta) dal peccato/reato e quindi di recuperare la fedeltà perduta.

In questa prospettiva la misericordia appare non tanto l’eco di un istinto di bontà (che peraltro può ingannare se stesso e gli altri circa l’oggetto e la sua natura), ma una bontà cosciente e voluta che riporta l’autore del peccato/reato alla fedeltà cui si è fatto cenno. In questo scenario il valore della misericordia ritrova il suo significato più pieno perché il termine risulta composto da due parole, m i s e re re (avere pietà) e cor (cuore) per cui “miseric o rd i a ” vale “il cuore che sente pietà”. Parallelamente il termine conversione, dal latino c o n v e rs i o , è un nome d’azione da c o n v e r t e re , che sta per “ritrovarsi insieme”, che sottolinea il ritorno allo stato di fedeltà. La realizzazione della misericordia, il fatto di ritrovarsi insieme a seguito della conversione, il ritornare alla condizione precedente al compimento dell’offesa (o della sua recezione), sono tutti eventi che avvengono nel tempo e nella storia come indica il termine latino vertere , e il cui valore originario “è volgere nel divenire del tempo in cui si realizza l’azione dell’uomo”. Il divenire implica attendere i risultati della storia, e la storia sottolinea l’attesa e quest’ultima la realizzazione del progetto che muove l’azione dell’uomo. Cioè la speranza che ha bisogno dunque del tempo perché dia corpo al progetto pensato e vissuto. Ma parlare di speranza significa sottolineare quanto il futuro occupa nella vita di ciascun individuo e quanta possibilità si ha di potersi (e doversi) convertire. In uno scenario siffatto il futuro non può che essere di felicità poiché non è immaginabile desiderare un futuro che non porti miglioria rispetto al presente. Per questa ragione al futuro di felicità sono chiamati tutti gli uomini (1 Timoteo, 2, 4) che non può identificarsi con la pochezza del presente ma che richiede una patria migliore che il passato ha cercato di trovare, ma che non ha saputo individuare, e che riconosce in una “patria celeste” (E b re i , 11, 16) dove la vita diventa eterna e in cui l’uomo sarà simile a Dio (1 Giovanni, 2, 25; 3, 2). Credere al futuro vuol dire avere fede; sottolineare quest’ultima vuol dire radicarla nella fiducia in quanto promesso da Dio (E b re i , 11, 1) e dar corpo, dunque, alla speranza che trova la sua validità storica (ed è qui il paradosso) nel momento in cui accetta e vive con i dati della storia: non sembri una tautologia, perché la speranza diventa storia essa stessa nel momento in cui la si realizza. A rendere la speranza carne e storia a un tempo è dunque la fede, la fiducia (in Dio e negli uomini, dal momento che l’uomo è opera dell’amore di Dio) e l’amore nel senso di chàritas eagàpe, che travalica di gran lunga l’elemosýne, atto sporadico e intermittente che non implica di necessità la partecipazione interiore. Si comprende allora perché in ebraico il vocabolario della speranza si esprime con le parole qawah, jahal ebatahche la Settanta traduce con elpìzo, elpìs, pèpoitha ehipòmenoe che Girolamo nella Vulgata risolve con spero,spes, confido, sustineo, exspecto. Lo sbocco di questo dramma, perché di dramma si tratta (Romani, 5, 3-5: la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata; e la virtù provata, la speranza) è Paolo di Tarso che in1 Tessalonicesi, 1, 3; 1 Corinzi, 13, 13 e Galati, 5, 5 e seguenti, darà vita alla triade di incommensurabile portata storica della cristianità: fede, speranza e carità (amore/agap e). E tutto ha origine dalla misericordia, dal cuore, cioè che sente pietà, base e presupposto della conversione che — come si è detto innanzi — sta per ritornare alla fedeltà perduta e ritrovarsi di nuovo insieme e costruire, di conseguenza, comunità, cioè Ecclesiaal cui interno, e solo al cui interno, può esserci communio. Qui è il fondamento del diritto della Chiesa, che ha come fine e scopo (non solo ultimi, ma nella realtà della storia, perché si realizza la speranza eterna solo facendo speranza, operando speranza e dando speranza) la speranza (Romani, 5, 5: «la speranza, poi, non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato»).

© Osservatore Romano - 18 luglio 2013