Le «Riflessioni utili ai vescovi» di sant’Alfonso de’ Liguoridi MARIO COLAVITA *
È da poco uscita, edita da Tau, una piccola operetta di sant’Alfonso Maria de’ Liguori concepita per aiutare i vescovi nel loro ministero a servizio del popolo di Dio, dal titolo «Riflessioni utili ai vescovi per ben governare le loro Chiese», con presentazione di monsignor Giancarlo Maria Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Boiano, e postfazione di monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto. Mentre correva l’anno 1745 sant’Alfonso, impegnato nelle missioni, scriveva a Papa Benedetto XIV affinché gli concedesse l’approvazione per la casa di Deliceto, in Puglia.
Proprio in questa casa, dove il santo missionario studiava e si preparava alla riuscita delle missioni popolari, vide la luce lo scritto delle Riflessioni utili, una sorta di vademecum che il santo ideò per aiutare i vescovi nel loro servizio pastorale. Lo scritto è nato dalla passione per una Chiesa vera e credibile in cui i primi responsabili, i vescovi, sono chiamati a santificare e governare rettamente il popolo loro affidato. L’attività di scrittore di sant’Alfonso è da inquadrarsi nell’attenzione al bene di tutti, per illuminare le coscienze e dirigerle verso l’a m o re di Dio. Durante le missioni popolari egli si era accorto delle difficoltà pastorali di molte diocesi; i vescovi del regno facevano difficoltà nel portare avanti le scelte di sapore tridentino per una buona riforma della Chiesa. Il libretto vuole dunque incoraggiare i presuli a scelte pastorali serie e robuste, sapendo che solo un vescovo santo può santificare il suo popolo. Lo scritto è diviso in due parti: cure principali del vescovo e mezzi efficaci per gov e r n a re . Come un buon architetto, il santo napoletano getta le basi per l’edificazione della Chiesa locale. Per Alfonso il ministero episcopale non è un privilegio, trampolino di lancio per una carriera. Al contrario, per il fondatore dei redentoristi l’episcopato è una dura e seria responsabilità: «Il vescovo in ricever la mitra si addossa gran pesi sulla coscienza; onde se vuol salvarsi è necessario che si risolva, in entrare al suo governo di abbracciare una vita non agiata, né di riposo, ma una vita di croci, di stenti e di fatiche» (Riflessioni, 2, 9). Sant’Alfonso riteneva, da missionario e ancor più da vescovo, che la responsabilità della salute eterna del vescovo fosse gravemente messa in crisi. Dopo dieci anni di vita pastorale episcopale scriverà nel libro Storia delle eresie: «Io tremo, ritrovandomi anch’io vescovo, e considerando che molti per essere stati a tal dignità esaltati, han prevaricato ed han perduta l’anima e Dio (…) Io prescindo qui dalla questione se chi pretende di esser vescovo, stia in istato di peccato mortale; ma non intendo come possa alcuno che desidera di assicurar la sua salute, pretendere di esser vescovo, e porsi volontariamente in tanti pericoli di perdersi, a’ quali i vescovi sono soggetti». Con l’ordinazione episcopale il vescovo non vive più per sé, deve pensare al bene del popolo affidato. Il richiamo alla cura del proprio gregge è per sant’Alfonso de’ Liguori una delle prime attenzioni del buon vescovo: «Dopo l’ordinazione [il vescovo] è tenuto a vivere alle sue pecorelle della cui salute dev’egli certamente rendere conto» (Riflessioni, 1). Non v’è dubbio che la buona riuscita pastorale dipende dalla buona formazione del clero. Ecco perché il santo esigeva, da vescovo, che il seminario fosse il luogo migliore della diocesi per cura ed educazione. Girando per il regno di Napoli si era accorto della carenza del metodo educativo e di come i futuri sacerdoti fossero formati nella teologia. Per questo raccomanda caldamente ai vescovi di vigilare sul seminario perché «se il seminario sarà ben regolato, sarà la santificazione della diocesi: altrimenti ne sarà la rovina» (ibidem, 1, 1). Dopo l’attenzione al seminario il buon vescovo deve curare gli ordinandi: «Oh quanto sarà stretto il conto che dovrà rendere a Dio ogni vescovo del grande obbligo che tiene di escludere dall’altare gl’indegni e di ammettere i degni» (ibidem, 1, 2). Poi i parroci, definiti “le mani del vescovo”. Scrive: «Bisogna che il vescovo tenga sempre la porta aperta per li parrochi, mostrando sempre di gradire la loro venuta e la loro vigilanza, con ascoltarli con pazienza e cortesia» (ibidem, 1, 4). Dal vicario, inoltre, dipende molto dell’andamento della vita diocesana. Per cui il vescovo deve usare la massima diligenza nel saper scegliere il vicario giusto che «sia insieme dotto e di spirito, affabile, che tratti con dolcezza, e incessantemente dia udienza a tutti, che sbrighi i negozi, e sopra tutto non sia attaccato all’interesse» (ibidem, 1, 5). Per raggiungere questi obiettivi, sant’Alfonso propone nove mezzi pratici senza i quali il vescovo diventa un burocrate: preghiera, buon esempio, residenza, visita pastorale, missioni popolari, sinodo, consiglio, udienze e correzione. Questi buoni esempi formano il vescovo santo pronto a santificare il suo popolo. Alla fine delle Riflessioni sant’Alfonso scrive: «Se vuol salvarsi [il vescovo] è necessario che si risolva, in entrare al suo governo, di abbracciare una vita non agiata, né di riposo, ma una vita di croci, di stenti e di fatiche» (ibidem, 2, 9). L’esempio di Papa Francesco ci aiuta molto a comprendere queste Riflessioni. Le parole «siate pastori con l’odore delle pecore» aprono e invitano i pastori a una fecondità straordinaria. La pastoralità è legata alla fecondità. Ai nuovi sacerdoti il Papa ha detto: «Siete pastori, non funzionari. Siete mediatori, non intermediari. […] Abbiate sempre davanti agli occhi l’esempio del Buon Pastore, che non è venuto per essere servito, ma per servire, e per cercare di salvare ciò che era perduto» (Omelia per ordinazione presbiterale, 21 aprile 2013). L’insegnamento di sant’Alfonso è ancora attuale. Il suo insegnamento parla ancora a tanti pastori della Chiesa. Negli esempi dei pastori si scorge la bellezza di Dio, la luce e l’amore misericordioso.
*Istituto teologico abruzzese molisano di Chieti
© Osservatore Romano - 27-28 aprile 2015