Le conferenze a Oita e Nagasaki. Il 26 ottobre a Oita e il 27 a Nagasaki, il prefetto della Biblioteca apostolica vaticana terrà due conferenze nel contesto dei progetti di collaborazione tra la Bav e istituzioni giapponesi facenti capo al National Institute for Humanities (Nihu) per l’inventariazione, la conservazione, la digitalizzazione, lo studio e la catalogazione del Fondo Marega. Il fondo contiene testimonianze cruciali per la comprensione della storia del Cristianesimo in Giappone dal XVII secolo alla metà del XIX. Pubblichiamo il testo delle conferenze.(Cesare Pasini) Il simbolo del ponte è particolarmente significativo per descrivere il progetto che la Biblioteca Apostolica Vaticana ha intrapreso con varie istituzioni giapponesi riguardo ai documenti Marega: un ponte che attraversa i secoli dal passato sino a oggi e verso il futuro, e soprattutto un ponte che avvicina, in una collaborazione proficua e costruttiva, positiva e serena, realtà che lungo i secoli hanno sperimentato anche gravi contrapposizioni.
Il passato ci riconduce alla fine del XVI secolo, quando prese avvio in Giappone il periodo di persecuzione della religione cristiana, che si protrasse sino alla metà del XIX secolo. Di questo periodo danno testimonianza i “documenti Marega”, raccolti negli anni Trenta del secolo scorso dal salesiano don Mario Marega (1902-1978), missionario in Giappone: documenti che attestano, in particolare, il controllo capillare delle autorità a Usuki, nell’isola meridionale di Kyushu.
Nel 1953 essi furono inviati alla Biblioteca Vaticana, dove rimasero di fatto non valorizzati sino a quando, nel marzo 2011, i ventuno pacchi che li contenevano furono “riscoperti” e verificati nel loro prezioso contenuto. E appena due anni dopo, nel novembre 2013, si volle instaurare una collaborazione fra la Biblioteca Vaticana e varie istituzioni giapponesi, coordinate dall’Inter-University Research Institute Corporation, per poter inventariare, conservare, digitalizzare, studiare e catalogare quei documenti.
Prima di pormi la domanda sulle arcate future di questo ponte, desidero soffermarmi sull’arcata più lunga, quella dei due secoli e mezzo di persecuzione del Cristianesimo, quando i “cristiani nascosti” e i loro discendenti non potevano tenere oggetti o documenti che facessero esplicito riferimento alla loro fede. Ma ciò non impedì, anzi stimolò, l’instaurarsi di un’accurata e veramente straordinaria tradizione orale.
Anzi, ciò non impedì una sorprendente eccezione. Nella Biblioteca Vaticana (Borg. Cin. 520) si è infatti conservata una lettera in giapponese indirizzata a varie comunità cristiane del Giappone da padre Diego de San Francisco, Superiore dei francescani minori del paese: il documento, di esplicito contenuto cristiano, reca fra l’altro in evidenza, al suo inizio, un timbro con inserita la figura di una croce. Esso rimase in Giappone, in possesso di una famiglia di Sendai di prevedibile discendenza cristiana, per tutto il periodo del “nascondimento”, dal 1628 al 1886, quando fu inviato a Roma da monsignor Pierre-Marie Osouf (1829-1906), vicario apostolico del Giappone settentrionale. Questa presenza continuativa della lettera in terra giapponese per quei 260 anni si pone quindi come un’arcata di straordinario significato unica nel suo genere nel ponte che dai decenni di primo annuncio cristiano in Giappone viene a collegarsi con i tempi in cui i missionari poterono riapprodare in questa terra.
Nel 1927 padre Diego, che viveva in clandestinità e aveva anche sperimentato una penosa prigionia per ben sedici mesi, fu coinvolto in un episodio, a cui fa riferimento il documento conservato in Biblioteca Vaticana.
Questi i fatti: dal momento che in quegli anni non vi era alcun vescovo in Giappone, i sacerdoti francescani amministravano il sacramento della Confermazione, per fortificare i cristiani nella persecuzione, fondandosi sulle autorizzazioni pontificie ricevute a questo scopo; tuttavia i gesuiti avevano contestato ai francescani di non essere autorizzati ad amministrare il sacramento e ne avvisarono in merito i cristiani di quelle zone, creando in loro un grave turbamento di coscienza. Per questo motivo padre Diego intraprese un pericoloso viaggio per rassicurare i cristiani del luogo.
Nel 1628 scrisse anche la lettera in giapponese conservata ora in Vaticana, che riveste un ulteriore valore simbolico: in essa di fatto invitava a costruire un ponte, ancor più significativo e doveroso, all’interno delle comunità cristiane a rischio di divisione proprio nel momento in cui infieriva la persecuzione. Padre Diego, infatti, pur permettendosi, inizialmente, un tono polemico nel difendere la propria famiglia religiosa contro i gesuiti, era sinceramente animato dal desiderio di far nascere un rispetto reciproco fra tutti e di impegnare i cristiani a costruire un’autentica unità fra loro. Ecco le sue espressioni: «Come sacerdoti, tutti hanno la stessa dignità. Tutti indistintamente, per insegnarvi il Vangelo, esponiamo la nostra vita, sopportiamo fatiche di ogni genere; non siamo venuti da così lontano, perché non avevamo da mangiare a casa nostra, e neppure per distrarci o divertirci qui. Non più tardi di domani, potremmo essere presi e bruciati, non ne sappiamo nulla. Soppesate bene questi motivi, vi prego, e non pensate più male né dei sacerdoti della Compagnia di Gesù né dei sacerdoti di San Francesco: sono tutti discepoli di Gesù Cristo. Quanto alle liti e alle contestazioni abituali fra voi, tenete presente che quella è un’astuzia del diavolo per impedire il bene. Ascoltate piuttosto quel che Dio vi dice: “Siate uniti e la vostra unione sia il segno dal quale vi si riconoscerà per suoi discepoli”».
Si sente, in quest’ultima frase, l’invito di Gesù ai discepoli, trasmesso nel Vangelo secondo Giovanni (13, 35): «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». E ancor più si percepisce la viva commozione di persone chiamate a dare una testimonianza non lieve: lo stesso padre Diego aveva sperimentato quella lunga e penosa prigionia nelle carceri giapponesi! Il suo desiderio è che non solo le famiglie religiose dei missionari siano in buona armonia fra loro ma anche che la comprensione reciproca sostenga l’arcata che ha unito Occidente e Oriente, i missionari che vengono dall’Europa e le comunità dei fedeli locali. Il ponte rimane ben sostenuto grazie alla conoscenza e alla chiarezza, al rispetto e alla comprensione.
Per tornare in conclusione alla domanda che avevo lasciato in sospeso — quali siano cioè le future arcate di questo ponte, che collega popoli e secoli — possiamo sicuramente prevedere che, grazie al lavoro compiuto sui documenti Marega, vi sarà una più ampia, più sicura e meglio documentata conoscenza della presenza del Cristianesimo in terra giapponese e, più in genere, della storia del Giappone nei secoli dal XVII al XIX.
Ma non voglio dimenticare ciò che si è costruito insieme fra istituzioni giapponesi e Biblioteca Apostolica Vaticana e che costituisce il fondamento saldo anche verso il futuro: un’esperienza che si è concretizzata in uno scambio di competenze e che si è ampliata e approfondita in una conoscenza e stima reciproca. La diplomazia della cultura ha permesso di intessere relazioni e di trattare con finezza e accuratezza anche le questioni più delicate o spinose. Nel ricordare i documenti di Marega e la lettera di padre Diego de San Francisco ci siamo imbattuti anche in momenti non facili. Ma, pure là dove la storia avesse procurato ferite o conosciuto contrasti o contrapposto gli uni agli altri, la cultura, ricercando e indagando, spiegando e contestualizzando, facendo memoria rispettosa di tutti e di tutto, costruisce comprensione e accoglienza, armonia e rispetto. Le arcate sono numerose, ma il ponte della cultura tutto sovrasta e conduce alla pace. È il futuro che attendiamo e costruiamo insieme.
© Osservatore Romano - 23 ottobre 2019