XLIII Seminario Internazionale Da Roma alla Terza Roma
Tema: Mir: Pax, Orbis
Intervento su “La Pace nella Chiesa-Mondo del Concilio Vaticano II”
+ Agostino Marchetto
Il Concilio Vaticano II inizia con gioia, così attesta Giovanni XXIII con il suo "Gaudet mater ecclesia!" di apertura, l'11 ottobre 1962, e finisce con la stessa nota gioiosa, che è il nome di una intera sua Costituzione, quella pastorale, cioè "Gaudium et Spes".
Orbene mi sia permesso anzitutto qui sottolineare, considerato il tema scelto per l'incontro nostro del 2023, che la "Pax Orbis", la pace nella Chiesa-mondo, diciamo, ne è condizione fondamentale e lo conferma la enciclica "Pacem in terris" e ancora l'esserne essa quella più citata nel documento sinodale conclusivo.
Questi miei pensieri potranno essere ripresi e approfonditi nel contributo di Edward G. Ferrugia, -alla fine di un grosso volume- intitolato "Il Vaticano II: un Concilio 'orientale' dall'alfa all'omega"-.[1] Il curatore della interessante opera sottolinea infatti che "In paragone con i concili della Chiesa cattolica che erano specificamente dedicati a tematiche orientali in partenza, come i concili unionisti di Lione II e di Firenze-Ferrara-Roma (1438-1445), non raggiunsero il traguardo prefisso se non in maniera effimera. [Invece] si deve vedere che i risultati al Vaticano II su ciò che tocca l'Oriente cristiano hanno fatto riferirò un cambiamento sostanziale, che tocca non in maniera secondaria la Chiesa universale.[2]
Il dibattito conciliare sulla pace e le Chiese orientali cattoliche
Ritornando peraltro a parlare del Magno Sinodo -così ho sempre chiamato il Vaticano II- in fatto di pace nella Chiesa-mondo, sono accompagnato anche qui da chi ha dato un contributo valido di studio al bel volume "Il Concilio Vaticano II 'orientale'", che ho appena citato, dal responsabile cioè del Monastero di Bose Adalberto Mainardi.[3] Egli aiuta quindi ad offrire per sommi capi una ricognizione di quanto la storiografia degli ultimi decenni ha portato alla luce, evidenziando l'apporto dell'Oriente cristiano e delle Chiese orientali cattoliche alla promozione della pace.
Purtroppo nella bibliografia non appare ancora menzione almeno del Sommario da me curato dell'Archivio della Segreteria di Stato del Concilio Ecumenico Vaticano II.[4] Tale "tesoro", invocato da tante parte, è ora conosciuto nel suo contenuto ("Sommario") e domanda di riprendere la verifica di quanto finora presentato, magari senza necessarie fonti disponibili.
Del resto anche su quanto riferirò ora rispetto al Concilio, alla sua storia ed ermeneutica, gravano le osservazioni di riserva da me portate a suo tempo nelle mie pubblicazioni, quasi "contrappunto per la sua storia" come appare nella storiografia degli ultimi decenni. Al riguardo in Nota rimando a utili riferimenti proprio sulla "Pace nella Chiesa-mondo".[5]
Orbene Mainardi apre la sua ricerca attestando che la strada per la liberazione del metropolita Slipyj era stata aperta inaspettatamente dall'operato di Giovanni XXIII nel corso della missile-crisis dell'ottobre 1962. "L'apertura del Concilio, il Messaggio al mondo, il ripudio della guerra nucleare anteposto alla condanna del comunismo, segnalavano una novità evangelica che l'anziano pontefice aveva innescato cogliendo un 'filo' teologico nel dispiegarsi degli eventi: una realtà utopica di dialogo dove ogni altro spazio sembrava precluso, e che avrebbe permesso sviluppi inattesi come la liberazione di Slipyj, l'assegnazione del premio Balzan per la pace al papa con il voto dei delegati sovietici, la stesura di una enciclica sulla pace (sarà la Pacem in terris), l'udienza papale al genero di Chruscev, Alexis Adjubej. Il Concilio si apprestava ad entrare nella seconda metà di un secolo che aveva conosciuto due conflitti mondiali...e vi entrava sotto il segno della pace".[6]
Naturalmente vi era uno schema preparatorio al documento conciliare che di fatto fu sopravanzato dalla pubblicazione della Pacem in terris (11 aprile 1963) in cui l'enfasi del magistero di Giovanni XXIII batteva soprattutto sulle esigenze positive della pace, e ripudiava senza equivoci il ricorso alla guerra. La pace sarebbe stata a tema nel terzo periodo sinodale, all'interno dello schema XIII, "La Chiesa nel mondo di oggi", destinato a chiamarsi Gaudium et Spes, ed era collegata, secondo le linee dell'enciclica Mater et Magistra, alla giustizia, il cui ristabilimento "secondo i principi del vangelo" è necessario affinché "la vita dell'uomo divenga più umana".
"La positiva affermazione della realtà teologale e della dottrina tradizionale della 'guerra giusta', non solo sociale della pace, si poneva su un piano completamente diverso da quello delle condanne dottrinali (tra cui la attesa o temuta sul comunismo) o della complessa casuistica della dottrina tradizionale della 'guerra giusta'".[7] Gli interventi dei Padri conciliari sul paragrafo che qui ci interessa, "il consolidamento della pace" (n. 25) furono nove, e ne manifestarono soddisfazione. Anzi la maggior parte di essi erano espressione di interesse a un ulteriore rafforzamento degli argomenti contenuti nel paragrafo alla luce della Pacem in terris: si riteneva cioè che dovessero essere aggiunti dettagli concreti sul modo di consolidare la pace, e molti chiedevano una condanna più decisa alla guerra, in particolare in relazione all'utilizzo delle armi nucleari (v. par. 60 di tale enciclica). Per quest'ultima gravissima questione varrà ricordare l'intervento specialmente del Patriarca antiocheno dei Melchiti Massimo IV Saigh[8] per il quale era necessaria una dichiarazione chiara, netta e precisa. Il fondamento del suo discorso è cristologico. Egli utilizza infatti due epiteti di Cristo che ricorrono nella liturgia orientale in questi termini "[Bisogna] Per l'amore di Cristo, Amico degli uomini e Re della pace" implorare, pregare e supplicare di pronunciare una condanna solenne ed energica di ogni guerra nucleare, chimica e battereologica.
Come si sa, invece, "il testo finale della Gaudium et spes sarebbe rimasto attenuato sia rispetto alle innovative affermazioni della Pacem in terris, sia rispetto ai punti più avanzati del dibattito conciliare. Il paragrafo 80, De bello totali, fa riferimento al magistero papale per condannare 'con fermezza e senza esitazione' ( firmiter et incunctanter) 'ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti'; ma rimane ambiguo quando fa appello all'''enorme peso della responsabilità' di 'governanti' e 'supremi comandanti militari' per scongiurare il 'rischio caratteristico della guerra moderna'".[9]
La Pace "dono di Dio" e le Chiese ortodosse
Concluderò questo mio intervento con qualche spunto ancora in prospettiva orientale con il titolo "La pace 'dono di Dio', e le Chiese ortodosse", valendomi anche di linee riassuntive tracciate dal Monaco Mainardi.
Ebbene un aspetto di essenziale importanza nel Concilio Vaticano II fu la partecipazione degli osservatori non cattolici tra i quali rappresentanti delle Chiese ortodosse.
Per la partecipazione russa è da rilevare un successo diplomatico del Segretariato per l'Unità, ma ebbe un significato ecclesiale anche per la Chiesa ortodossa russa, che aveva come unico ambito pubblico autorizzato di intervento a livello "internazionale" le "Conferenze per la pace", organizzate sotto l'egida del regime (tra il 1952 e il 1988): l'invio di "Osservatori" al Concilio Vaticano II apriva lo spazio per un'azione 'autonoma' sul piano ecclesiale ed internazionale, che l'allora responsabile del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato, il Vescovo Nikodim (Rotov) non mancò di cogliere come "servizio alla Chiesa del Signore".
"Ma all'inizio degli anni sessanta il mondo ortodosso, per iniziativa del Patriarca di Costantinopoli Athenagoras, aveva intrapreso il cammino verso la celebrazione di un Concilio panortodosso, che era una speranza già all'inizio del secolo. Un anno prima dell'apertura del Concilio Vaticano II, sull'isola di Rodi, dal 24 settembre al primo ottobre 1961, aveva avuto così luogo la prima conferenza panortodossa che aveva approntato una lista di un centinaio di questioni da affrontare in una futura assise conciliare, suddividendole in otto sezioni principali. Nel Messaggio della conferenza si sottolineava in particolare la responsabilità delle Chiese ortodosse nell'annuncio della Buona Novella, della pace di Cristo e nell'adempimento del ministero della riconciliazione: ...noi, -attestavano- che siamo sotto la protezione della Chiesa una, santa cattolica e apostolica, supplichiamo voi tutti nostri fratelli da lontano e da vicino di adempiere il comandamento dell'amore consegnatoci da Nostro Signore, e in Suo Nome di vivere in pace con gli altri (Mc. 9,50), la pace di Cristo, la pace del nostro Dio, che è più di ogni saggezza".[10]
La seconda Conferenza panortodossa (Rodi, 26-28 settembre 1963) decise poi che ciascuna Chiesa autocefala sarebbe stata libera di inviare osservatori alla seconda sessione del Concilio Vaticano II. Erano i primi passi del dialogo con la Chiesa cattolica che avrebbero portato all'inizio di quello teologico del 1978.
Nei loro commenti gli Osservatori ortodossi al Concilio, per quanto concerne lo schema XIII, che si chiamerà poi Gaudium et Spes, non mancano di criticare -rilevo- un eccessivo ottimismo e la mancanza di profondità teologica in molti punti.
Concludo comunque, limitandomi a richiamare brevemente lo sviluppo della teologia della pace nei documenti prodotti dalle Chiese ortodosse nel corso della lunga preparazione del Concilio panortodosso di Creta (16-27 giugno 2016), anche se fu nel corso della terza conferenza preconciliare panortodossa (Chambésy 20 ottobre-6 novembre 1986) che il tema della pace tra i popoli fu trattato con ampiezza, all'interno del capitolo dedicato al "Contributo della Chiesa ortodossa alla realizzazione della pace, della giustizia, della libertà, della fraternità, e dell'amore tra i popoli, e all'eliminazione delle discriminazioni razziali e di altro tipo". Questo testo, incluso per iniziativa e con il contributo della Chiesa ortodossa russa, sarebbe stato alla base del documento approvato a Creta.
Vi leggiamo che "La pace è fondata sul valore della persona umana, secondo la concezione biblica e patristica; la guerra 'come strumento per risolvere le controversie internazionali dovrebbe essere eliminata per sempre dalla vita sociale; e tuttavia, poiché la guerra 'è conseguenza del male e del peccato del mondo', l'ortodossia 'ammette per dispensa le guerre destinate a ristabilire la giustizia calpestata e la libertà'".[11]
" Il Concilio panortodosso di Creta consacra ampio spazio alla pace, come realtà cristologica e al tempo stesso evento della storia, nel documento sulla 'Missione della Chiesa ortodossa nel mondo contemporaneo'. La condanna 'in maniera generale' della guerra, 'conseguenza del male nel mondo e del peccato' è aggravata nel 'caso di guerre con armi di distruzione di massa' le cui conseguenze sarebbero terrificanti' anche per i sopravvissuti e le future generazioni. Al pari degli armamenti nucleari, sono ripudiati 'anche gli armamenti chimici, biologici e di ogni tipo che 'creano un clima di paura e di mancanza di fiducia e causano una nuova corsa agli armamenti'. Non esiste nella tradizione orientale un corrispettivo analogo alla dottrina della 'guerra giusta', ma nel caso in cui la guerra divenga inevitabile, la Chiesa continua a pregare e a curare pastoralmente i propri figli, che sono implicati nei conflitti bellici, con la difesa della loro vita e libertà, usando ogni sforzo per l'immediato ristabilimento della pace e della libertà. Anche il Concilio di Creta -va rilevato- non si spinge oltre le cautele che avevano mitigato nella Gaudium et Spes la condanna incondizionata di tutte le guerre. L'assise panortodossa aggiunge però un tratto caratteristico di quelle del terzo millennio, la condanna dei 'molteplici conflitti e le guerre dovute al fanatismo, derivante da principi religiosi' ed etnici, ricordando 'la tendenza ...delle repressioni e persecuzioni dei cristiani e di altre comunità, a causa della loro fede, dal Medio Oriente e da altre parti, come anche i tentativi di sradicamento del Cristianesimo dalle proprie culle tradizionali'".[12]
Grazie per l'attenzione.
[1] V. "Il Concilio Vaticano II 'orientale'"(a cura di F. S. Cucinotta), Facoltà Teologica di Sicilia, Caltanisetta-Roma 2022 p. 741-767.
[2] ibidem p. 743. A proposito di Firenze ricordo il magistrale studio di Cesare Alzati dal titolo "Firenze e l'Ecumene: l'ottavo concilio?" in "Un concilio di oggi. Memoria, recezione e presente del Concilio di Firenze (1439-2019)", a cura di R. Burigana-P. Piatti, L.E.V., (Pontificio Comitato di Scienze Storiche) p. 31-61; e la recensione della "rilettura ecumenica" che ne fecero A. Arjakovsky e Hallensleben: v. N.R.T. n. 4 -2022- p. 690].
[3] "La Gaudium et Spes, l'Oriente cristiano e la pace tra le nazioni", contributo a "Il ConcilioVaticano II 'orientale'", v. Nota 1 p.629-649.
[4] v. N.R.T. n. 1 -2023- p. 136.
[5] v. A. Marchetto, "Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia", Città del Vaticano 2005; Idem, "Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Per la sua corretta ermeneutica", Città del Vaticano 2012; Idem, " La Riforma e leRiforme nella Chiesa. Una risposta", Città del Vaticano 2017 e Idem, "Ancora sul Vaticano II. Studi storici ed ermeneutici in tempo di lockdown", Venezia 2021, p. 143-154.
[6] Il Concilio Vaticano II 'orientale', v. Nota 1, p. 632.
[7] V. Nota 6 p. 633.
[8] Acta Synodalia III/7, p. 50s.
[9] "Il Concilio Vaticano II 'orientale', ibidem Nota 1 p. 641).
[10] ibidem p. 644s.
[11] ibidem p. 646s.
[12] ibidem p. 647s.