Pubblichiamo il messaggio inviato il 20 maggio 1958 dall’arcivescovo di Milano a don Luigi Re a sostegno del progetto di innalzare una statua della Madonna. di GIOVANNI BATTISTA MONTINI
La Madonna in alto: questa è stata l’idea di Dio, che «fece per Lei grandi cose», e tanto La colmò di doni, tanto La inserì nel piano della salvezza del mondo, tanto La associò a Cristo, al «Solo altissimo», da me- ritarle il titolo di «alta più che creatura». Innalzare perciò la sua effigie benedetta sopra il nostro panorama terreno esprime materialmente un sommo disegno spirituale. È questo un gesto che la pietà cattolica ha non poche volte ripetuto; a Milano poi, su la guglia più alta del Duomo, s’è appunto vo- luto che si librasse, quasi volando, quasi cantando in ebbrezza di cielo, fatto limpido e propizio alla città e alla pianura, l’immagine d’oro di Lei. Questo gesto ora lo ripete l’Opera Casa Alpina di Motta, portando una grande statua di Maria su la vetta della vicina montagna, donde la visione delle Alpi, dei laghi, delle valli e dei piani si allarga in orizzonte, che pare trascendere ogni ristretto perime- tro e offrire l’aspetto vario e vasto d’un mondo senza confine: è realtà? È sogno? È desiderio dell’o cchio che vuole abbracciare in unità l’immenso cerchio di regioni e di popoli, che si distendono ai piedi della montagna, fatta piedestallo alla Vergine? Il promotore di questa impresa ha il cuore grande, e ha chiamato questa visione: Europa! Nome super- bo, ma ben degno della Regina del cielo e della terra. Nome solenne, carico di secoli, che hanno lentamente depositato un manto di storia, dovunque esso si sten- de, e si chiama civiltà, degno perciò della Regina del- la pace. Nome antico, ma che oggi risuona come fos- se ora scoperto, e che ben si addice a Colei che fu portatrice nel tempo del Dio eterno. Nome nostro, nome caro, nome benedetto, dalle cento favelle, dalle mille città, dalle infinite strade; no- me di questo suolo fatidico, arato senza fine per un pane che ora vogliamo comune; conteso da interminabili guerre, perché finalmente riposasse placato dal sangue d’ogni nazione: co- sparso da sterminate officine, ora non più frementi di ostile invidia, ma pulsan- ti al ritmo di fraterna fatica; ornato da innumerevoli templi che tutti si dicono cristiani e attendono di ricomporre una medesima, indefettibile Chiesa cattolica; tutto disseminato delle nostre case e dei nostri cimiteri; nome sacro, Europa, no- me della madre terra, risplende congiunto a quello della Madre di Cristo, della nostra Madre celeste. È un’idea; è un segno, un simbolo; e che sia posto al vertice dei monti, nel silenzio delle nevi e al canto dei venti, sotto le stelle e sopra le valli, è bello; e sembra pieno di poesia e di preghiera; di ricordi del passato e di speranze dell’avvenire.