Home

Liturgia

Formazione

Rassegna stampa

Search

Risorse

Sostienici

Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

maria maddalena amante e penitente
Figura affascinante e complessa, perfino proteiforme in certi periodi storici, quando sembrava essere diventata la quintessenza dello stesso Vangelo. E se da oggi la sua commemorazione liturgica è tornata al grado di “festa” (prima era a quello di memoria) lo si deve al suo statuto specialissimo: seconda nuova Eva, “isapostola” (uguale agli apostoli), donna penitente


di Paul Freeman


Resurrexit  sicut dixit

Il 3 giugno 2016 con un decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti è stata elevata la memoria liturgica di santa Maria Maddalena al grado di festa nel Calendario Romano ricevendo, pertanto un prefazio proprio da inserire nel Missale Romanum al 22 di luglio.

“Se in questo giorno, dal sec. X, si venerava a Costantinopoli “Santa Maria Maddalena la Mirofora”, la tradizione occidentale, seguendo l’interpretazione di san Gregorio Magno, aveva generalmente unito nella medesima persona sia Maria di Madgala, sia la peccatrice perdonata e sia Maria di Betania, sorella di Marta e di Lazzaro. E così si cominciò a commemorarla liturgicamente in Occidente il 22 luglio, a Roma dal sec. XI, attestandosi ovunque nel secolo XII.” (Arthur Roche)

Qui in horto manifestus apparuit Mariæ Magdalenæ

Il legame tra il giardino della Creazione e l’orto della Resurrezione non era sfuggito a Gregorio Magno, che al riguardo ha osservato: “Ecce humani generis culpa ibi absciditur unde processit. Quia in paradiso mulier viro propinavit mortem, a sepulcro mulier viris annuntiat vitam, et dicta sui vivificatoris narrat, quae mortiferi serpentis verba narraverat. Ac si humano generi non verbis Dominus, sed rebus dicat: De qua manu vobis illatus est potus mortis, de ipsa suscipite poculum vitae” (Homiliae in Evangelia, Hom. XXV: CCSL CXLI p. 212).

Infatti nel Nuovo Prefazio leggiamo:

Nel giardino Egli si manifestò apertamente 
a Maria di Magdala,
che lo aveva  seguito con amore
nella sua vita terrena,
lo vide morire sulla croce
e, dopo averlo cercato nel sepolcro,
per prima lo adorò risorto dai morti;
a lei diede l’onore di essere apostola per gli stessi apostoli,
perché la buona notizia della vita nuova
giungesse ai confini della terra.

Rispettando la struttura tipica di ogni prefazio, dopo la parte dialogica (possibilmente cantata dal celebrante e responsorialmente dall’assemblea) e la parte dossologica, si espone il mistero concentrato in poche scarne ed efficaci righe in cui si contempla la memoria liturgica. Si osserva come rimane centrale la vocazione nuova ricevuta dalla Santa. Nel giardino, nel “nuovo giardino”, dato dalla ri-creazione generata dalla Pasqua, Lei è la seconda nuova Eva, la nuova Eva dopo Maria. Prima adora il Cristo Risorto, rivelando qui la funzione primaria della “Sacra Liturgia”, cioè la centralità di questo mistero contemplato, adorato, desiderato.

Mistero che “muove” ad una azione missionaria “non mi trattenere” (Μή μου ἅπτου) e la fonda nella nuova vocazione di essere “apostola degli apostoli”, della Buona Notizia “Resurrexit sicut dixit!”. Più che “noli me tangere” (non mi “toccare”), su cui è possibile fare dissertazioni etimologiche e teologiche, bisogna intendere tale affermazione perentoria nel senso greco di “appropriazione”.
La nuova economia è il dono.

Il “toccare” compiuto, nel senso di intimità, si può esprimere solo quando Cristo è nel Seno del Padre, Asceso al Cielo. Cioè attraverso l’azione liturgica. È la pedagogia del Padre.
Gusta e vedi (Sl. 34,9), ma per donare.

Atteggiamento antitetico a quella di Eva nei confronti del frutto nel giardino che è mossa da un sentimento disordinato di appropriazione.
Piuttosto “la fede si rafforza donandola” (San Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio, 2; Evangelii Nuntiandi, 42, Beato Paolo VI) e la carità, per non appassire, deve circolare.
“Stare con Lui”, ha senso, soprattutto da ora in avanti, per, poi, “essere mandati” (Mc. 3,14).

Da lei erano usciti sette demoni

“Il Santo Padre Francesco ha preso questa decisione proprio nel contesto del Giubileo della Misericordia per significare la rilevanza di questa donna che mostrò un grande amore a Cristo e fu da Cristo tanto amata” (Arthur Roche)

Infatti Rabano Mauro parlando di lei dice «dilectrix Christi et a Christo plurimum dilecta» (De vita beatæ Mariæ Magdalenæ, Prologus) e Sant’Anselmo di Canterbury: «electa dilectrix et dilecta electrix Dei» (Oratio LXXIII ad sanctam Mariam Magdalenam).

L’elezione di Dio, in questa donna, è riconducibile alla sua entrata nel Vangelo di Luca. Lei viene presentata con una caratteristica ben precisa: da lei erano usciti sette demoni” (Lc. 8, 1-3) Qui si è consumato l’equivoco sovrapponendola alla “prostituta” presente nel capitolo precedente del Vangelo di Luca. Tuttavia non dobbiamo dimenticare questo particolare del numero sette. Anzitutto i numeri nella Bibbia hanno valenza qualitativa.
Non possiamo ricondurre rigidamente tale numero alla divisione postuma che viene fatta dei sette vizi capitali (superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia) ma certamente indica una pienezza di peccato, di male, presente nella vita di questa donna. Una catena invincibile. Un nucleo di morte impenetrabile. Una cancrena definitiva.
Però questo riporta alla memoria la visione che Cristo ha del profondo dell’uomo, descritto proprio nel capitolo precedente:

«Un creditore aveva due debitori: l'uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m'hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». (Lc. 7, 41-47)

Ora, senza sovrapporre indebitamente le due figure, come è stato fatto molte volte, sicuramente, la “peccatrice perdonata, perché ha molto amato” è tale perché ha centrato bene la matrice del suo bisogno e l’ha rivolta verso la fonte che è Cristo. Questo ci può spiegare l’elezione di Maria Maddalena: una donna profondamente amata e perdonata perché ha tanto amato. In sostanza, come creatura, non si è persa nel suo male invincibile ma ha riconosciuto la sua finitezza ed il suo limite. La sua impossibilità radicale di salvar-si. Profondamente perdonata e rigenerata perché la Misericordia in Lei si è espressa in un gioiello di conversione. Non è infatti da escludere che essa si sia data, successivamente all’Ascesa al Cielo del Signore, ad una vita di penitenza e di mortificazione, per ben contenere il tesoro di intimità che le era stato donato.

Secondo il frate predicatore Umberto De Romans: "Dopo che la Maddalena si è data alla penitenza, è stata resa dal Signore così grande per grazia, che dopo la Beata Vergine non si trova donna alla quale nel mondo non si renda maggior riverenza e non si dia maggior gloria in cielo" (ed. Catalani, Roma 1739, p. 210)

Illuminante per noi.
Se molti di noi, uomini, possono identificarsi in Pietro, nella sua generosità sincera e grossolana, ma anche nella sua vigliaccheria, nel suo tradimento intimo del maestro, nelle sue lacrime di pentimento similmente ad una “prima confessione” radicale. Molte donne, e non solo, possono riconoscersi in questa donna, che aveva “sette demoni” ma che è onesta, e, “rasa” al suolo va al punto; alla domanda vera. Va dall’Amore e chiede il perdono.
Perdono che l’Amore stesso non attendeva oltre che di riversarsi in un fiume di rinnovamento in questa donna.
Non c’è vocazione, dunque, similmente a quanto accaduto per Maria Maddalena, che non possa essere ri-creata. Resa nuova. Nuova anima, nuova verginità, nuova integrità, nuova vita, custodita da un “molto amore” che sottintende una profonda disciplina. Ricordiamocelo.

La duplice valenza delle lacrime

Lo abbiamo visto in Pietro, dopo il suo triplice rinnegamento. Le Lacrime “slegano” il sacramento dell’Eucarestia ricevuto con una confessio di pentimento postuma ma radicale. Che guarisce e permette alla grazia Eucaristica, del Giovedì santo, di espandersi nelle midolla fino ad allora non raggiunte. Evento che Pietro non dimenticherà mai più. Dice a tal proposito sant'Ambrogio: “La Chiesa ha l'acqua e le lacrime: l'acqua del Battesimo, le lacrime della Penitenza(Epistula extra collectionem, 1 [41], 12: CSEL 823, 152 - PL 16, 1116).

Le lacrime, dunque, preparano la vocazione, lavando l’anima, purificandola, portandola al nocciolo delle rette domande da porre a Dio. Ma, attenzione, la sofferenza, le lacrime, il grido lancinante non esprimibile, può diventare esso stesso  un “velo” che impedisce di vedere il bene nuovo che Dio sta facendo germogliare nell’orto nuovo della Resurrezione. Così, per effetto del peccato d’origine, tendiamo tutti ad essere ladri, avari, appropriatori di bene. Ci attacchiamo al “nostro dolore”, come edera, impedendo alla grazia di farci trascendere nel nuovo giardino della grazia. Non vediamo il Risorto che abbiamo davanti. Non basta averlo conosciuto fin qui. Non basta averlo amato, non basta essere stati con Lui sotto la croce. Occorre espropriarci delle nostre lacrime e del nostro dolore. Riconoscerne il valore transeunte davanti alla gioia, facendoci violenza, con la violenza effettiva degli innamorati. L’appropriazione è un rischio che avviene in tutti, sovente e per vari gradi. Lo stesso Denis de Rougemont, nel mito di Tristano ed Isotta, lo aveva ben inquadrato:

Tristano e Isotta non si amano...
ciò che essi amano è l'amore e il fatto stesso d'amare.
Ed agiscono come se avessero capito
che tutto ciò che si oppone all'amore lo garantisce
e lo consacra nel loro cuore,
per esaltarlo all'infinito nell'istante dell'abbattimento
dell'ostacolo che è la morte"
("L’amore e l’occidente", BUR, pag. 82.)

In sostanza la nostra anima annaspa così tanto nel comprendere chi essa è che glorifica (talvolta istericamente) le proprie “pene d’amore”, la “propria croce” tanto da trasformare questa esperienza di dolore, da mezzo potente ad un feticcio.

Questa dimensione mortifera ed idolatrica del “dolore” e delle “pene d’amore” come ricerca smodata del “sé”, è illuminante per comprendere tante tensioni dentro di noi ed anche all’interno della Chiesa. Tante dilanianti battaglie all’interno del mondo dei social. Tanta vanità. Ma anche tante dinamiche nel mondo laico. Nella questione dell’identità di genere e degli studi di genere, ad esempio. La nostra anima mendicante annaspa nelle due domande fondamentali, quella dell’amore e quella dell’identità, sbagliando il bersaglio o creandosene uno ad hoc. Su questo vi ritorneremo.

Ma, tornando al punto, decisivo è infatti ciò che Cristo risorto opera: la chiama per nome. “Maria!”. Cioè la ama unicamente ed unicamente la conosce. Le dona la risposta su chi essa è; amandola. Per questo Maria Maddalena risponde con decisione “Rabbunì” (Gv. 20,16) cioè maestro mio intimo, che, veramente, mi conosci più di me stessa. A questo – sembra dire - sono servite le mie lacrime, il mio grido senza suono, la mia angoscia profonda, il mio sentirmi persa, ad esclamare la professio fidei radicale: Rabbunì!

Questo “Rabbuni!” risuona forte nel tempo e nello spazio subito dopo “l’Amen”, il fiat di Maria. Due sì decisivi, nella storia umana. Paradigmatici. Esemplari e normativi per noi.

Isapóstolos

Questa vocazione nuova data nel nuovo giardino del Risorto illumina molte vocazioni femminili. Ad esempio, davanti ai miei occhi, ho situazioni di sorelle e figlie che non hanno centrato uno dei duplici necessari binari vocazionali: il matrimonio o la vita consacrata. Oppure hanno centrato il binario matrimoniale ma tale binario è rimasto ferito da una non espressione “nella carne” della maternità. Una ferita devastante, ma proprio per tale motivo sarebbe meglio chiamarla una stimmata.

Maria Santissima riunisce in sé ogni vocazione umanamente possibile, quella del Matrimonio e della Vita Vergine. Ma è un unicum, esemplare, simbolico e trainante. Fonte perenne. Nel contempo Maria Maddalena, anche in questo, viene incontro, provvidenzialmente, alla nostra debolezza. Alla stimmata di tante donne che vedono in loro radicalmente ucciso il desiderio connaturato, e per certi versi trascendente, di maternità.
Ed ecco la vocazione nella vocazione: essere isapostole, madri nello spirito degli apostoli e con gli apostoli. Con passione e delicatezza. Con determinazione ed umiltà. Il limite, assunto e non mascherato, oppure negato, con manipolazioni, a dir poco, deliranti (come lo è ad esempio lo scempio chiamato patinatamente come Gestazione per altri, cioè l’Utero in affitto) diventa volano di una vocazione nella vocazione. Di una maternità nuova. Già espressa definitivamente in Maria sotto la Croce: “Ecco tuo figlio!” (Gv. 19,26) ed ora espressa in forma nuova e, forse, più vicina a noi nella persona, nella donna, di Maria Maddalena: essere madri nell’apostolato. Anche se avevamo sette demoni. Ma senza farci obnubilare dalle lacrime, anzi facendoci purificare in esse. Scarnificare.

Questa dimensione era molto chiara nei primordi della Chiesa nascente, soprattutto nelle condizioni di “vedovanza”, ma essa è tale anche nelle condizioni di “stimmata” di cui abbiamo parlato. Non c’è situazione infatti che, nel suo limite assunto e riconosciuto, possa generare, nello Spirito Santo, una nuova vocazione, un nuovo quid, una neo-ontologia. Qui riposa (e si compiace, come accadde nella creazione) la Misericordia di Dio, in una nuova ri-creazione dal deserto e dall’impossibilità umana.

Vocazione nella vocazione che va chiesta, scoperta, ricevuta, mendicata al Mendicante Risorto: chiamami per nome, oh Signore!

La donna, se ben attenta, qui ritrova la fecondità materna del femminile per questi nostri tempi. Abbiamo dunque necessità di donne che si specchino e si confrontino in Maria nuova Eva e in Maria Maddalena, la seconda nuova Eva.
Una Immacolata per i meriti di Cristo e l’altra ri-nata ad opera della Sua Misericordia.
È la loro eredità, ineludibile, disponibile, in forma unica, centrata ed illuminante per ogni donna. E, certamente, anche per ciascuno di noi.


© lacrocequotidiano.it-html.com- 22 luglio 2016