di FRANCESCO MARGIOTTA BROGLIO La storiografia è tuttora concorde, rifacendosi al Ruffini, a Jemolo e poi a Ettore Passerin — che però aveva rivalutato Montalembert — nel ritenere che il Conte di Cavour avesse mutuato dal pastore ginevrino Alexandre Vinet, se non nella lettera, certamente nello spirito, la famosa formula libera Chiesa in libero Stato, centrale per definire il profilo dei rapporti Stato-religione nel Risorgimento italiano. È noto che Montalembert accusò il Vinet — e Cavour nel 1863 — di avergli “rubato” la formula e che Cavour e Vinet si erano frequentati durante i soggiorni a Ginevra del giovane rampollo dei marchesi di Cavour.
Meno nota, anche se studiata proprio dal Ruffini con riferimento alla madre, l’influenza sul medesimo giovane Cavour delle dottrine gianseniste. È proprio Ruffini, infatti, a mettere in piena evidenza, richiamando anche il caso di Enrichetta Blondel Manzoni, il ruolo dei giansenisti piemontesi nella conversione al cattolicesimo della madre di Cavour, la ginevrina Adele de Sellon moglie del marchese Michele. Peraltro né il Ruffini nel 1929, né Passerin nel 1953 e nel 1954 potevano sapere quello che Pietro Stella avrebbe messo in luce nel 2006. Nello studio Respublica non in ecclesia sed ecclesia in respublica est id est in imperio romano (Ottato di Milevi). Da Giannone, a Cavour e al Vaticano II Stella ricorda appunto che il testo fu opera di sant’Ottato — vescovo africano di Milevi visse tra il 320 (?) e il 397 (o 392?), citato da san Gerolamo e sant’Agostino — e compare nei suoi Libri VII , pubblicati a Magonza nel 1549 da Cochlaeus col titolo De Schismate donatistarum. Opera che, nella edizione di Parigi del 1631, fu «immancabilmente presente nell’arsenale erudito di giurisdizionalisti e giansenisti che miravano a districare i poteri civili e politici da quelli dell’organizzazione ecclesiastica. In pieno Ottocento Camillo Cavour proclamò la famosa formula: “Libera Chiesa in libero Stato” lasciando facilmente trasparire il dettato di Ottato ed evocando, di fatto, le battaglie dottrinali combattute attorno ad essa per secoli dagli schieramenti teologici e politici più vari. Nel Novecento i processi avanzati di secolarizzazione mutarono i rapporti tra religiosità cristiana e società: la citazione dell’antico padre della Chiesa scomparve, come si vedrà, dalla griglia erudita anche del concilio Vaticano II , a riprova, si direbbe, di un cambiamento epocale» (Stella). In effetti già nei primi decenni del Seicento la formula di Ottato aveva assunto una enfasi particolare negli autori che si occupavano di rapporti tra potere politico e potere spirituale: Stella ricorda Grozio (1614), che la legge come ecclesia regitur a republica , e Pufendorf che però negava che le Chiese, come sosteneva Bellarmino, fossero “società perfette”, mentre più vicine al senso originario delle parole del vescovo di Milevi appaiono le idee di uno dei “santoni” del giansenismo, Quesnel, il quale nella famosa Discipline de l’Eglise (1689) cita letteralmente la formula, richiamando anche Leone Magno, in una chiave gallicana-moderata (Passerin). La medesima formula è citata, nello stesso anno, da Louis Ellies Dupin che cura anche un’edizione dell’opera di Ottato. Da Parigi la formula rimbalzò a Napoli e a Torino dove venne usata nella difesa dei diritti della “Monarchia sicula”. A Napoli ne colsero l’efficacia politica Giuseppe Valletta e Gaetano Argento. Giannone, invece, attinse a piene mani al Dupin e fece propria la lettura di Ottato data dall’Argento, mentre a Firenze l’abate Nicolini in una lettera a Neri Corsini (1775) — citata proprio da Passerin in La riforma giansenista della Chiesa (1959) — riecheggia la formula di Ottato. Ma è l’oratoriano de la Borde, deciso sostenitore di Quesnel e strenuo refrattario alla bolla Unigenitus , a scrivere in un’opera tradotta a Venezia dal Pujati (1775) e inserita da Scipione de Ricci nella Raccolta di opuscoli pistoiesi del 1784, ad affermare, diremmo noi proprio in chiave cavouriana: «Come cristiani, noi non abbiam qui né diritti, né pretensioni: altrove abbiam la patria, altrove i diritti (...). E in questo senso ha detto S. Ottato Milevitano, che la Chiesa è nell’impero, ecclesia in imperio. Notisi, che non la dice dell’impero, né dipendente dall’impero ma semplicemente ch’è nell’impero: ed ella in fatti vi è straniera, né gli domanda altro favore che la libertà del passaggio». E il Ricci, scrivendo all’abate “giansenistissimo” Augustin Clément il 14 aprile 1791, fa implicitamente appello alla formula milevitana quando specifica: «La Chiesa è nata nella repubblica, e non ha voluto il suo fondatore turbare in alcuna maniera i diritti della società e del princi- pato perché dati ugualmente da Dio». Per Stella «negli anni del riformismo illuminato il peso sempre maggiore del potere statale in materia ecclesiastica ren- de più frequente il richiamo alla libertà della Chiesa, che pure viene descritta come all’interno dello Stato. Il richiamo alla libertà diventa più esplicito e insistente quando, in epoca rivoluzionaria, la prigionia di Pio VI e poi quella di Pio VII si materializzano in simbolo della Chiesa non più libera e di Cristo in balia dei suoi crocifissori. Con ciò si spiega, pertanto, il persistere della formula «la Chiesa nello Stato» ancora nell’Ottocento. A farne conservare il ricordo e l’uso contribuiscono negli anni della Restaurazione il permanere dell’insegnamento giusnaturalista e di quello giurisdizionalista nelle versioni rinnovate del giuseppinismo e del gallicanesimo. Non a caso «negli anni sessanta dell’O ttocento vennero ristampate, o stampate per la prima volta, opere di esponenti del giansenismo italiano del tardo Settecento e del primo Ottocento» (Stella). È lo stesso Ruffini peraltro, a citare uno scritto senza data di Carlo Alberto (edito dal Manno) nel quale il re di Sardegna accusa proprio i giansenisti di avere favorito la méfiance e la désunion tra Chiesa e monarchia sabauda. Quei giansenisti di Torino che, come si è accennato all’inizio, furono i padri spirituali della marchesa madre di Cavour al momento della sua conversione. Tra i componenti del cenacolo giansenistico di Torino due persone in particolare — secondo Ruffini — ebbero un ruolo determinante: Giuseppe Boyer, professore universitario di procedura civile e penale (!), già di storia ecclesiastica, poi di diritto ecclesiastico e canonico. Abate Carlo Tardì, cui il giansenizzante Donaudi dedicava un suo Elogio di san Francesco di Sales, parente dei Cavour: dai marchesi de Sales discendeva la nonna paterna di Cavour, Filippina. Per Ruffini Francesco di Sales era «il Santo di elezione dei giansenisti» (i francesi direbbero tout se tient ...) il quale aveva personalmente incontrato a Parigi nel 1619 la Mère Angelique di Port-Ro- yal, sorella del celeberrimo Antoine Arnauld; Sainte-Beuve del resto parlò di una intensa fase spirituale di Port-Royal definendola La période de St. François de Sales . Ed è proprio lo stesso Ruffini a segna- lare, nello scritto sulla conversione di Adele de Sellon, che il Degola — saturo delle memorie e delle dottrine di Port-Royal — immaginò rapporti personali tra la madre di Cavour e la moglie di Manzoni le cui coscienze erano state entrambe dirette dai ricordati componenti del piccolo cenacolo giansenista di Torino: Giuseppe Boyer e Carlo Tardì. E a segnalare anche la devozione del Cavour per l’antenato Francesco de Sales nel quale, secondo la Mère Angélique Arnauld, Dieu était vraiment et visiblement présent, e che essa ritrovò, come ebbe a testimoniare il Racine, nel suo successivo direttore di coscienza, l’abate di Saint- Cyran. Insomma da Ottato di Milevi nel IV secolo, al conte di Cavour nel XIX la formula famosa («Libera Chiesa in libero Stato») dipana la sua lunga strada che è passata sicuramente da Port-Royal prima che dalla Ginevra di Vinet e dalla Parigi di Montalembert.
© Osservatore Romano - 6 luglio 2016