Devastando i monumenti cristiani di Cipro, i soldati turchi – che occupano il nord dell’Isola dal 1974 – sono stati metodici: hanno sottratto qualsiasi oggetto prezioso senza disprezzare le suppellettili più modeste. Così insieme alle icone e ai mosaici bizantini hanno rubato porte e campane, staccato gli affreschi dai muri ma anche le tegole dai tetti, trafugato vasellame consacrato e cavi elettrici usati. Niente doveva restare in piedi, a testimoniare la presenza cristiana in quella zona dell’isola.
Una razzia sistematica del patrimonio culturale del Paese, uno sfacelo che, fino a qualche tempo fa, complici le difficoltà di reperire informazioni nella parte occupata, si poteva solo immaginare ma oggi ampiamente documentato da una ricognizione capillare voluta da Nikiforos, vescovo di Kikkos e Tyllerias: resa possibile da una parziale abolizione delle limitazioni di movimento nel Nord di Cipro, la ricerca ha coinvolto esperti di varie discipline, impegnati a valutare e fotografare i danni provocati da trent’anni di occupazione musulmana.
Un panorama sconfortante: «Quando il vescovo ha avuto sotto gli occhi quelle immagini è impietrito» spiega l’archimandrita Chrysostomos Kikkotis, coinvolto in prima persona dal progetto. Una selezione di quegli scatti – un centinaio di foto su un totale di 20 mila – è diventata la mostra «Monumenti cristiani nella Cipro invasa dai Turchi», già esibita nella sede del Parlamento europeo – che ha stanziato 160 milioni di euro per il recupero di ciò che resta di quell’inestimabile patrimonio artistico – e, la scorsa settimana, al Meeting di Rimini. «Il disastro che avevamo davanti – continua Chrysostomos – era anche peggiore di quel che ci si aspettasse». E il quadro non è ancora completo: «L’entità reale dei danni – spiega il pastore cipriota – ancora non ci è nota. Finora, abbiamo contato 133 edifici di culto sconsacrati, chiese, cappelle e monasteri destinati dai musulmani ai più vari usi. Prima li hanno spogliati di tutto ciò che potesse far gola ai collezionisti d’arte esteri, poi li hanno trasformati in moschee, depositi, stalle, alberghi di lusso... Il cambiamento delle chiese in moschee – prosegue – non è una novità, successe anche durante l’occupazione ottomana. Però, quando Cipro divenne una Repubblica indipendente a maggioranza ortodossa, noi non le abbattemmo». Nel rispetto della religione altrui sconosciuto all’invasore turco: in totale sono state fatte a pezzi 550 iconostasi mentre sono almeno 16 mila le icone trafugate. «Ma almeno – racconta l’archimandrita – alcune di queste c’è speranza di recuperarle. La Chiesa di Cipro, le autorità della Repubblica e alcune istituzioni hanno da poco iniziato il rimpatrio di molti oggetti finiti all’estero, in magazzini d’arte illegali». Per San Giorgio, deliziosa costruzione di Afandia, non c’è speranza: è destinata a sopravvivere solo in fotografia, una di quelle in mostra, essendo andata distrutta, recentemente, dopo lo scatto.
Tratto da Avvenire del 4 settembre 2008
L’arte cristiana depredata dai soldati turchi Corsa contro il tempo per salvare le chiese
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